Brevi cenni sull’universo: un po’ di cosmic black metal

Lungi da me arrogarmi il diritto di ascrivermi la genesi della definizione cosmic black metal, però di chiunque sia l’idea e quanto la stessa sia opinabile non cambia più di tanto le cose, visto che oramai essa inquadra un ben preciso ancorché ristretto ambito nel quale si trovano realtà e gruppi in grado di proporre musica interessante o quantomeno accattivante.

Nicchia inclusa nella più vasta realtà del melodic (o symphonic) black metal che dir si voglia, il cosmic black metal in effetti può far storcere il naso ai puristi, perché di black propriamente detto ce n’è abbastanza poco. Quello che viene ripreso pari pari è la voce in screaming, un po’ dell’impostazione dei riff in tremolo picking e un po’ della velocità d’esecuzione dei brani. Non c’è molto altro, anzi spesso le composizioni con il black metal c’entrano poco, spaziando dalle melodie tipiche di certo death svedese alle sovrapposizioni di chitarre tipiche dell’heavy speed fino all’utilizzo delle tastiere in stile electronic rock anni ‘70/’80, al progressive acido fino addirittura ai Rockets – e, se questo vi fa sorridere, sappiate che spesso se ascoltate un pezzo di questo genere e subito dietro ci mettete Galactica (il brano più famoso dei Rockets) vi accorgerete della somiglianza. I testi invece sono obbligatoriamente incentrati sulla sci-fi più o meno truculenta, mondi popolati da alieni perfidi che pare non vedano l’ora di venire ad invadere la Terra (anche perché solo per arrivare qui da noi ci vogliono decine di anni luce, pensate che rottura di palle), Indipendence Day, Star Trek e tutto questo genere di cose.

Per combinazione, nell’ultimo periodo sono usciti più o meno contemporaneamente tre dischi inquadrabili in questo sottogenere. Scrivere una recensione per ognuno sarebbe stato uno spreco di parole per cercare di allungare il brodo, quindi preferisco presentarveli in modo sintetico lasciando che siate voi ad incuriosirvi ed a cercarveli, sempre che io sia stato abbastanza arguto dal convincervi al farlo.

Quindi partiamo subito con gli australiani MESARTHIM, probabilmente uno dei gruppi più famosi che popolano la scena. Il loro CLG J02182–05102 è il sesto album di una nutritissima discografia che comprende, nell’arco di sei anni di carriera, anche otto EP, un paio di singoli e svariate compilation che rendono la gran parte dei pezzi fruibili al vasto pubblico senza troppi sbattimenti. Influenzati anche dai Summoning (strepitosa la loro cover di Grey Heavens sul disco di tributo ai Maestri), dai Lustre, e da gente come Midnight Odyssey, Alrakis, Mare Cognitum o Nebula Orionis (prima che si rincoglionissero), i Mesarthim sono i più blackmetallari del lotto. Sinceramente ai primi ascolti non mi ha fatto impazzire anche se lo sto rivalutando pian pianino, fermo restando che secondo me i loro primi lavori erano più freschi ed accattivanti. CLG J02182–05102 è abbastanza breve, mezz’ora scarsa coi cinque brani (più intermezzo) che si attestano su un minutaggio non eccessivo; le tastiere fanno la parte del leone, e si può affermare senza timor di figuracce che esse sono l’unico strumento sul quale si fondano le composizioni con tutto il resto che gli orbita attorno, anche se i ragazzi non esitano a lanciarsi anche in assoli di chitarra probabilmente ispirati dai Gamma Ray, come nella opener A Generation of Star Birth part I o nella successiva Infinite Identity.

Tutti i brani vengono impostati su melodie evocative e maestose, le digressioni di musica elettronica sono preponderanti, spesso anche efficaci. Stiamo parlando di una band con una notevole esperienza alle spalle e che qualche critica di proporre monotonamente sempre la stessa musica l’ha già dovuta subire, ben venga allora questo album (o mini-album come lo si vuol chiamare) che pare un tentativo discreto di tentare qualche soluzione meno stereotipata. Non c’è male, vedremo come se la caveranno in futuro.

Il nome suggerisce qualche affinità con la Svezia e la musica pure, visto che se questo non è swedish death/black metal io posso anche mollarla qui ed andare a zappare i campi, eppure i SOLVEIG sono portoghesi e questo Way of the Sun è il loro album di debutto dopo una demo che risale addirittura ad otto anni fa e qui riproposta in modo quasi integrale. L’esatto contrario della prolificità dei Mesarthim, il mondo è bello perché è vario. Musicalmente ricordano un botto gruppi come Embracing, Azure, Gates of Ishtar con più tastiere, quindi diciamo un filone di band svedesi non di prima fascia capaci comunque di realizzare gioiellini mica da ridere.

I Solveig sono, tra le band in oggetto, quelli che utilizzano le tastiere in modo meno evidente: si sente che i riff sono incentrati sulle chitarre proprio come i maestri svedesi, e che solo successivamente vengono armonizzate le tastiere sulle partiture. Sono bravi e scrivono pezzi coinvolgenti non troppo estremi nelle quali la melodia non è importante, è l’unica cosa che conta. Adesso mi riesce abbastanza faticoso definirli “black metal” perché il black metal e tutta un’altra cosa, ma, se vi piace musica veloce assai melodica con la voce in screaming, questo è pane per i vostri denti.

Strabiliante nick che ci delizia di un gioco di parole incomprensibile, vi presento il debutto omonimo dei bulgari SATARN (sarà mica qualcosa tipo Satan + Saturn?), progetto parallelo del solo mister Erilyne, attivo con almeno un’altra ventina di gruppi che spaziano dall’NSBM, tipo Gaskammer, ai più noti Raggradarh che suonano un più che decente pagan black. Dei tre progetti cosmic black qui indicati il suo è il meno black di tutti, volgendo soprattutto lo sguardo al rock psichedelico e alla synth lisergica di qualche decennio fa, credo non del tutto a torto ispirata dal circuito dungeon synth che tanti proseliti sta facendo adesso in ambiti politici estremi. Anche in questo caso il disco è piuttosto breve e scorre via leggero e veloce senza perdere mai d’interesse, con più o meno 34 minuti divisi in otto brani. A parte la voce, in screaming anche in questo caso, si fatica ad includere la musica di Satarn nel filone black metal: non c’è molta velocità né aggressione né cattiveria pura, che riserva per altri suoi progetti più estremi; ci sono nondimeno buone melodie e buoni riff, grande esperienza nel dosare le tastiere senza che diventino troppo invadenti e nemmeno lasciarle in un cantuccio a vivacchiare, spesso utilizzate con sonorità che più retrò non si può. Più che discreto, dai, non sarà uno dei dischi dell’anno ma se vi garba ascoltare qualcosa di nuovo parecchio underground qui non si cade male. (Griffar)

3 commenti

  • Un altra band con testi “sci fi” sono gli ZETAR con l’album “Devouring Darkness”.

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  • i Mesarthim già li conoscevo, The density paramter mi era piaciuto molto per cui approfondirò. Grazie della dritta invece sui Solveig, hai tirato in ballo nomi di band che mi sono piaciute parecchio, specie Embracing e Gates of Ishtar (che qualche timido synth avevano iniziato a usarlo sporadicamente, su the dawn of flames).

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  • Vedo citati i Mare Cognitum… Phobos Monolith disco grandioso

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