Violenza cieca e insensata: FUNERAL WINDS – Gruzelementen

Quando avrete 95 anni, dopo esservi scolati tre quarti di bottiglia di Cragganmore (perché il rimanente lo avreste tenuto per colazione), mentre una escort superbonazza vi sta facendo una slunga, Atropo deciderà alfine di tagliare il filo che vi appartiene, ponendo termine alla vostra crapulante esistenza, e dovrete affrontare l’ultimo viaggio verso la sezione dell’inferno che più vi si addice. Sappiate che la musica che ascolterete durante il tragitto non saranno i Motorhead (anche se sentirete echi lontani delle risate di Lemmy che vi daranno il benvenuto), né gli Emperor, nemmeno i Blasphemy e neppure Fedez (almeno per quest’ultima opzione si renda grazie, non può esistere Inferno così tremendo da costringere i condannati ad ascoltare cotanta merda).

No.

Ascolterete i Funeral Winds, ecco chi. Questa è la musica più infernale che esiste, questo è il war black metal nero più nero del nero, black metal che non ha paura di rinnegare il proprio passato per rimanere al passo coi tempi. Non cercate melodie, non cercate arrangiamenti arditi o passaggi soavi; questo è puro, rozzo, semplice, scarno, ignorante raw black metal. O war black metal che dir si voglia.

Con il nick Hellchrist Xul mister Maurits Jansen da Rotterdam, Olanda, calca le scene dal lontanissimo 1991 e, nel suo piccolo, un contributo a fare del genere quello che è ancora oggi lo ha dato eccome. Funeral Winds è diventato un progetto solista solo oggi ma il cervello della band era sempre stato il suo anche quando era “solo” un frontman affiancato da altre persone (tutte con il nick qualcosa-Xul, un marchio di fabbrica). Jansen celebra il trentennale della sua band con un nuovo disco, un assalto frontale, come suo solito, costituito da sei brani per 31 minuti di musica. Non incide più per Avantgarde, non essendo – credo – in grado di soddisfarne le aspettative di vendita. I Funeral Winds sono musica per un ristretto numero di maniaci assatanati che a un disco chiedono solo cieca e insensata violenza e affanculo tutto il resto. L’album esce per la indie New Era productions, che penso non abbia attese siderali a livello commerciale. Questo permette a Hellchrist Xul di continuare a suonare la sua musica nel modo più spontaneo ed estremo che gli garba senza dover rendere conto a chicchessia di costi, incassi o altre menate.

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Tolti i non invadenti sample che concedono qualche attimo di pausa, il disco è una carneficina che ci si gode tutta d’un fiato, un macello senza un attimo di cedimento che a fine ascolto ottiene due risultati: il primo è quello di farti sentire come se tu fossi appena sceso dal ring dopo aver fatto da sparring partner al Mike Tyson dei tempo d’oro per 10 riprese, il secondo è quello di farti premere di nuovo il tasto Play del lettore CD, alzare il volume e vedere se riesci a resistere fino alla fine con la testa davanti alla coppia di casse. Sembra di avere un martello pneumatico attaccato alle orecchie. Violenza selvaggia, distruzione catastrofica. Head-bangin’ con l’armadio più vicino.

Nonostante tutto i riff hanno un senso logico, non pensiate che questo sia solo rumore. Una persona di esperienza non fa bordello e basta ma scrive musica impregnata di tremendismo dal primo all’ultimo secondo senza abbandonarsi al casino fine a sé stesso. Una grossa parte del merito ce l’hanno anche la registrazione – perfetta – e la scelta dei suoni in sede di mixing e mastering, sicuramente un motivo di soddisfazione per Maurits ma se i riff fossero stati scadenti una buona produzione non sarebbe bastata. Non è questo il caso, nessuno dei dischi dei Funeral Winds è inutile o sbagliato, anche perché, a ben pensarci, sono piuttosto pochi. Il primo leggendario Godslayer Xul è del 1998 (dopo una lunga gavetta di tre demo e due EP) e questo è solo il sesto full-length uscito nel lasso di tempo non indifferente di ventitré anni. Quality over quantity, si può dire in termini moderni. Da parte mia rispetto e stima sempre. Andateli a vedere dal vivo se vi capita, radono al suolo tutto quanto. (Griffar)

4 commenti

  • Io non sono un patito di black metal, ma qui almeno i suoni sono buoni e si capisce cosa sta succedendo^^’. Assalto frontale con cognizione di causa. Rozzo, ma neanche troppo.

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  • Una bella proposta, non mi dispiace affatto, però tutte le volte che leggo una tua recensione Griffar, e sia detto col massimo rispetto, finisco per pensare: “ecco adesso questi mi spaccano la faccia” mentre in realtà, rispetto a tutti questi pur meritevoli gruppi black, continuo a ritenere che un bel disco di grindcore o brutal death metal sia infinitamente più cattivo, violento e furioso. Forse è un mio limite, ma alla fine tutte queste chitarre che ronzano come delle vespe mi annoiano a morte.

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    • Ciao, grazie per il commento. Anche io ascolto parecchio brutal death e col grind praticamente ci sono nato, quando hai 15 anni e ascolti Repulsion e Napalm Death sei ancora in fasce.
      Torniamo al tuo incipit, io ti ho deluso perché il disco che ho recensito non è sufficientemente violento per i tuoi gusti: a mia opinione grind, brutal e black metal sono cose differenti. Non riesco a paragonare un disco dei Defeated Sanity con uno degli Immortal, (due nomi a caso per fare un esempio) mi spiego? Cambiano gli schemi compositivi la scelta dei suoni, l’impostazione delle voci…cambia tutto.

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      • Assolutamente: sono solo gusti personali, nessuna delusione, probablimente il mio modo di percerpire la violenza messa in musica non passa per il black metal e non è un problema.

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