Avere vent’anni: SHINING – Livets Ändhållplats

Ed è così giunto il momento di celebrare il ventesimo genetliaco del secondo album degli Shining, quel Livets Ändhållplats che li proiettò nell’Olimpo del black metal come iniziatori di un preciso sottogenere, il depressive black, che usa svariare tra tempi molto lenti vicini al death/doom e parti veloci più ortodosse. Il tutto coadiuvato da testi che argomentano depressione, manie suicide, disperazione, ansia, senso di inadeguatezza e tutto questo campionario di situazioni. Freud ci andrebbe a nozze coi testi di un qualsivoglia gruppo depressive black, credo che non ci siano dubbi.

Questo è il primo disco in cui Kvarforth si occupa anche delle voci, oltre a chitarra, tastiere, composizioni e arrangiamenti. Non si deve dimenticare che all’epoca il nostro amico aveva solo 18 anni, e con tutta la buona volontà e la determinazione che un essere umano può metterci nel perseguire i propri obiettivi diciamo che di pastasciutta ne doveva ancora mangiare parecchia, tanto per usare una frase che ultimamente a noi italiani è diventata molto cara e molto nota. Basso e batteria fanno il loro dovere su partiture piuttosto semplici, però, com’è ovvio, la scena se la prende tutta Kvarforth, che inizia ad imbastire il suo sound personale tralasciando quasi del tutto le sfuriate black metal puro dell’esordio dell’anno prima Within Deep Dark Chambers.

I pezzi – sei, come al solito – sono più lenti, le vocals più sofferte, le tastiere danno a tutti i riff un senso di vuoto e cupa malinconia, le voci sono straziate quanto basta per incutere malessere reale, come ascoltare i richiami agonizzanti di un animale morente per il quale non c’è ormai più nulla da fare. Per dire, una delle poche parti veloci arriva subito all’inizio del disco, appena terminata l’intro di chitarra acustica che apre Ett liv Utan Mening (una vita senza senso, in svedese); ma non dura molto, e poco dopo i tempi si assestano su mid classici in quattro quarti a bassa velocità di metronomo. Att med kniv göra sig illa (autoinfliggersi una coltellata, tradotto più o meno liberamente) non è nemmeno un brano metal, visto che si tratta di un pezzo di un paio di minutini dark/ambient di soli effetti. Ännu ett steg närmare total utfrysning (un altro passo verso la desolazione totale) viaggia in territori puramente Burzum per quasi tutti i suoi 10 minuti abbondanti di durata, e più o meno siamo lì con la successiva Död (serve la traduzione?) nel quale vengono usati arpeggi acustici come riff portanti, la batteria quasi sparisce e la chitarra distorta viene usata ad accordo fisso sostenuto per indurire il suono del pezzo. Insomma un album molto omogeneo, lento, claustrofobico come si usava dire un tempo, cui non difetta certo l’oscurità di fondo. L’altra parte veloce è nella title track posta alla fine, forse il pezzo migliore di tutto il lavoro nonché uno dei loro più celebri.

Io rimango dell’idea che l’apice di Shining sia comunque Within Deep Dark Chambers, l’esordio, che si lascia apprezzare anche per una rabbia di base che esplode in riff straziati di pura violenza, e che a partire da questo Livets Ändhållplats il suono di Shining sia diventato più personale perché all’epoca in questo modo suonavano abbastanza in pochi (anche per fuggire dall’immancabile imminente accusa di essere dei cloni di Burzum) e contemporaneamente sia diventato anche molto più innocuo. Di rabbia qui non ce n’è neanche l’ombra, e, per quanto possa far sorridere che un adolescente di 17 anni svedese sia incazzato con il mondo intero, ciò evidentemente può capitare, e chissà cosa avrebbe suonato se fosse nato in una favela di La Paz: tanti saluti ai Marduk o ai Dark Funeral perché sarebbe stato un massacro. Livets Ändhållplats è un buon disco, ebbe un enorme successo e diede a Kvarforth la possibilità di girare il mondo in tour, scrivere altri dischi e vivere della sua musica. Ma non è il capolavoro di cui tutti parlano e se vi capita di ascoltarvelo un paio di volte di fila potete star certi che il suo difetto più grande emergerà come un iceberg sull’oceano: la monotonia. Dopo un po’ stanca, e neanche poco. Ha fatto bene chi se l’è comprato in vinile, ne ascolta una faccia alla volta ed allora le cose vanno a posto… Certo che l’essere duro da reggere per intero non è un gran biglietto da visita per un disco che dura 44 minuti.

Concludo con un paio di considerazioni del tutto personali che chiunque può smentire o contestare, perché io non sono la legge. Kvarforth gode fama di essere un colossale stronzo, questo lo sappiamo tutti, lo si è già detto e ripetuto. Ma, e c’è un ma: nessuno è mai stato in grado di dimostrare che lui stia o meno recitando la parte di un personaggio per shockare il pubblico e i suoi fans, che vogliono – anzi pretendono – che si atteggi in questa maniera. Quindi tutte le banalità politically correct che si sprecano quando ‘sto tipo si ferisce sul palco, piscia sulla platea, se la prende con froci-negri-nani-piemontesi-pelosi-glabri-down-casiumani o sa il cazzo cos’altro sono tempo sprecato da parte di chi le dice, tempo sprecato da parte di chi le legge e tempo sprecato da parte di chi s’infervora in discussioni eterne su quali siano i limiti da non oltrepassare.

Fatti salvi i primissimi musicisti della scena black norvegese e svedese, parlo degli anni tra il 1991 e il 1995 alla larga, che sono stati tutti quanti convintissimi portatori insani delle loro idee di nichilismo totale, gran parte di tutti quelli che sono venuti dopo hanno appreso che nel pubblico c’è una gran voglia di ribellione ed un gran disagio verso le istituzioni maggiori. Visto che i dischi sono fatti per essere venduti, ritengo normale che molti musicisti abbiano mutuato quel modo di intendere le cose, lo abbiano fatto proprio e in grazia di ciò si siano avviati a carriere anche molto fruttuose. Non c’è niente di male, non è scandaloso che Kvarforth o chi altro vi pare poi si comporti nella vita di tutti i giorni come un pinco-palla qualunque, come d’altro canto non lo è se si comporta 24/7 come un letamaio vivente. Non ci riguarda, a noi deve importare solo se scrive buona musica e se, quando sale su un palco dopo essersi fatto pagare un biglietto, sia in grado di suonare un concerto memorabile.

Il politically correct deve restare fuori dall’heavy metal ad ogni costo. Dobbiamo difendere la nostra musica preferita dagli attacchi di chi vorrebbe ridurla a una porcata innocua nel quale si insegna a voler bene al proprio prossimo, coltivare i sedani rapa e salvaguardare il pianeta dai cattivoni satanisti razzisti e via dicendo. Il politically correct con il metal non c’incazza una sega, chi ascolta metal e ne segue i precetti è un ipocrita calzato e vestito.

È dai tempi di Tipper Gore che veniamo afflitti da queste puttanate, ora basta. (Griffar)

2 commenti

  • Freud non è uno psicopatologo e la psicoanalisi stessa, storicamente, ha sempre preso le distanze dalle sottigliezze diagnostiche. Il continuum lungo cui si posizionano le stranezze umane, per chi aderisce a questa weltanshauung, va dal nevroticismo alla psicosi. Pinel o Jaspers avrebbero avuto molta più curiosità nel senso che intendi tu. Piuttosto Freud avrebbe apprezzato il metal nel suo manifestare artisticamente il perturbante, ciò che deborda nella normale capacità simbolizzazione affettiva. Lacan parlerebbe di “reale”, ovvero ciò che resiste alla possibilità di interpretazione.
    Hai ragione su questo disco, comunque. Così come anche a me non frega un cazzo delle puttanate di Calfort (la lavatrice vive di più con…); con una postilla: quando questo poveraccio semi-handicappato (ma geniale) era il proprietario della Selbstmord, ha fottuto i soldi di un mare di gente. E questo non è bello, non è metal, non è disturbante in senso filosofico-esistenzialistico ma è solo una merdata vigliacca da fattone decerebrato. Deve morire gonfio in modo retroattivo.
    Detto ciò, io credo che V-Halmstad sia uno dei dischi più geniali degli ultimi 20 anni.

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  • A me personalmente gli Shining hanno sempre fatto cacare tanto quando il loro cantante diversamente abile (leggete le interviste a Kvarforth) e diversamente normale (vedere i video in cui sto ricchione limona con l’altro invertito che si fa chiamare Hoest). Ci sono decine di gruppi che suonano mille volte meglio il genere in questione. Concludo ricordando che è sempre molto comodo fare lo spaccone e l’anarchico in un paese dove lo stato sociale nutre ogni incapace e tutela la libertà di parola di ogni imbecille. Facesse certe sparate in un altro paese lo avrebbero già buttato a marcire in una stanza piena di malati mentali.

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