Avere vent’anni: SHINING – Within Deep Dark Chambers

Quando si parla di Shining è impossibile evitare di includere nel discorso Niklas Kvarforth e le sue gesta, principalmente perché senza di lui gli Shining non sarebbero mai esistiti, e soprattutto perché se al giorno d’oggi sono ben sistemati nell’elite del black metal il merito è solo suo.

Bisognerebbe stabilire se ci è o ci fa, dal momento che il suo comportarsi come una colossale testa di cazzo fin dai primi vagiti della band ha fatto sì che innumerevoli casini gli si siano sempre avvinghiati addosso come l’edera a un muro diroccato, ma ne ha anche decretato il successo planetario. È arrivato dove voleva arrivare: vivere di musica, avere una band che vende pacchi di dischi, suona in giro per il mondo (tranne quando i soliti buonisti gli cancellano le date perché lui non è politicamente corretto, figuriamoci che stronzata), può essenzialmente dire ogni coglionata che gli passa per la testa senza colpo ferire potendo contare sull’incondizionata ammirazione che i fan degli Shining provano per lui. Quando li vidi dal vivo a Pescara nel 2007 mi ritrovai in mezzo ad un popolo di esaltati che stavano adorando una divinità, più che assistere a un concerto.

Detto per inciso, a me non frega assolutamente nulla se è omofobo, razzista, discriminatore di ogni possibile minoranza esistente al mondo, sobillatore, odiatore seriale, istigatore al suicidio, autolesionista (è tutt’ora solito a ferirsi il corpo a coltellate durante gli show), nichilista, se sogna la distruzione del mondo intero grazie ad una guerra nucleare e lo proclama ai quattro venti, se è un molestatore di groupies e via discorrendo. M’interessa la sua musica, che ho seguito fino ad un certo punto (il sesto album) perché dopo mi ha stufato: troppo costruita a tavolino, poco spontanea; qui però stiamo parlando del suo lavoro d’esordio, l’unico nel quale non ha cantato lui (si è limitato a backing vocals straziate in un paio di brani) ma del quale ha composto tutte le musiche, gli arrangiamenti e ha suonato chitarre e tastiere, anche se queste ultime si sentono assai poco. E se lo è pure pubblicato per la sua etichetta, la Selbstmord Services.

Preceduto dall’EP Submit to Selfdestruction di due anni prima, opera ancora acerbissima (e ti credo, era un ragazzino), Kvarforth ha scritto e realizzato Within Deep Dark Chambers nel 2000 alla veneranda età di 16 anni. Cazzo ragazzi, questo qui è un fottuto genio. Se da allora in poi si è sentito parlare di depressive black metal il merito è suo (viene anche identificato come suicidal black metal, ma non importa granché). Lo è l’aver interpretato a modo suo la musica di Burzum e Strid, creando di fatto qualcosa di nuovo, che prima non esisteva, utilizzando atmosfere cupissime ed angosciose che suscitano un reale malessere esistenziale. A mio parere questo è il disco migliore che ha fatto, superiore anche se di poco all’album dell’anno successivo Livets ändhållplats, perché la pur soffertissima musica non è soltanto un monotono incedere super-rallentato che mette di cattivo umore come da propositi del compositore, come fatto poi in seguito anche da lui e da tutte le centinaia di gruppi che a Shining si sono ispirati degenerando sovente nel palloso spinto. Qui no, qui c’è ancora la furia di un adolescente che sta iniziando a scrivere la musica che gli piace prendendo spunto dal black metal più violento e reinterpretandolo in modo non pedissequo: è per questo che molti dei brani sono veloci o sparati a tutta velocità e le sezioni lente non prevalgono. Quando rallenta di brutto la musica diventa agonia insopportabile, la voce straziata di Andy Classen (cantante dei cloni tedeschi dei DarkThrone Paragon Belial, ma molto più famoso per i Bethlehem, loro stessi inventori del dark metal come da titolo del loro disco del 1994) lacera le orecchie, le backing vocals soffocate di Kvarforth infastidiscono, creano patimento laddove gli strumenti scompaiono e rimangono le sole linee vocali a dominare il brano, magari in un interludio di chitarra arpeggiata.

Ognuno dei sei pezzi è una gemma, un diamante nero (quella dei sei pezzi per disco diventò poi una costante, altra cosa che secondo me ha studiato ad arte senza al principio averne effettivamente l’intenzione), sono tutti molto lunghi e straordinariamente curati nel riffing e negli arrangiamenti, fermo restando che sempre di black metal dell’anno 2000 stiamo parlando, e che i suoni erano obbligatoriamente non troppo puliti pena l’immediata deplorazione di chi odiava Dimmu Borgir e compagnia; se un disco simile uscisse oggi non ci crederebbe nessuno che sia la creazione della mente distorta e problematica di un ragazzino di terza liceo (se non si fa stangare un paio di volte prima, cosa per nulla improbabile). Dalla opener Reflecting in Solitude, con la sua intro di tastiera che veramente ti trasporta all’interno di grotte oscure e profonde e poi esplode violentissima salvo rallentamenti anticipatori di quanto poi scriverà nel corso della sua – lunga – carriera, passando per l’eccellente Vita Detestabilis fino alla conclusiva, lunga poco meno di undici minuti And Only Silence Remains…, uno dei brani più truci, il disco è un gran cazzo di capolavoro, punto e basta, non c’è bisogno di aggiungere altro.

Controverso, antipatico, odioso… quel che si vuole. Uno che sa come fare marketing, visto il successo che gli Shining hanno conquistato e tuttora conservano, senza dubbio. Un poser? Forse. Un genio? Ascoltatevi questo disco, la sua musica parla per lui. Io dico di sì. (Griffar)

4 commenti

  • disco noiosissimo… mea culpa, proprio non mi dice niente

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  • Tristemente note sono le “sole” rifilate a chi decideva di comprare dalla Selbstmord. La lavatrice vive di più con Kalfort s’è intascato cifre anche significative, fottendosene altamente di spedire quel che doveva ai clienti. Probabilmente ci si è comprato droghe, puttane e psicofarmaci. Sì certo, coglione chi si è andato a fidare di un personaggio di cotanta pochezza. Ma ai tempi non è che circolassero tutte ste notizie sul modus operandi di questo stronzo patentato. È una vicenda venuta fuori molto più in là nel tempo, appunto, con lo sviluppo di Internet. Sono comunque d’accordo con te sullo spessore artistico della band. Ottimi i primi tre dischi, un po’ meno il quarto che immette elementi nuovi ma ancora poco integrati con il vecchio stile. Poi arriva quel capolavoro che è Halmstad. Ancora oggi regge benissimo la prova del tempo. E sì, di lì in poi lavori altalenanti tra cose noiose e rigurgiti creativi.

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    • Eh me lo ricordo anch’io, se compravi da Selbstmord avevi un buon 80% di probabilità di essere rip-offato. Posso dirti a sua (parziale) discolpa che per quanto mi disse gente del settore piuttosto affidabile, non era lui ad occuparsi della distro e dello shop, bensí un suo amico messo peggio ad alcol e stupefacenti. Tipo, persino peggio. Ha scritto della gran musica, fino al sesto a me piacciono tutti, poi però basta.
      Auguri di buon 2021 a te e a tutti i lettori…keep fuckin’ headbangin’, i veri immortali siamo noi.

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  • Auguri …!!! E vai di Black Metal per tutto il 2021!

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