La ballata delle porte cigolanti, o dei CARACH ANGREN

C’era una volta, in un tempo passato, un antico castello abbandonato.

In un tempo passato ancora più passato era stato luogo di sontuosi banchetti e pittoreschi balli in maschera di giovani fancazzisti dal sangue blu; ma poi, in seguito ad una mostruosa epidemia (uscita con ogni probabilità dal polveroso laboratorio di qualche eretico alchimista, brutto e che rosicava perché non veniva invitato alle feste) che rendeva le persone affette da pazzia e furia omicida, si era pian piano spopolato, per poi cadere nella rovina più nera. In seguito a quell’abbandono, solamente vampiri, licantropi, fantasmi, satanisti, satanisti intellettuali, fantasmi di satanisti licantropi e vampiri intellettuali osavano aggirarsi per quelle rovine dimenticate.

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Nell’atrio di questo castello c’erano due porte che si guardavano. Queste due porte, pur facenti parte dello stesso edificio, erano diverse tra loro. Sia esteticamente che caratterialmente.

Una delle due porte era un po’ più vecchia, sporca di sangue, ricoperta di ragnatele, con la maniglia arrugginita e penzoloni, piena di polvere, con strani simboli esoterici incisi sopra e con schegge di legno che si staccavano dappertutto (e che si infilavano nei polpastrelli dei fantasmi satanisti di turno, facendogli bestemmiare Aleister Crowley in aramaico), ma soprattutto emetteva un cigolio sinistro e inquietante che si sentiva a chilometri, e che, confondendosi col sinistro soffiare dei venti della brughiera, faceva cacare sotto anche i vampiri fantasmi che si aggiravano da quei pizzi.

L’altra era sì una bella porta, ma un po’ più giovane, di un legno pregiato, spesso, robusto, tirato a lucido. La maniglia in ottone, seminuova. Le scritte esoteriche ivi incise erano in un’ottima grafia, ma la porta non emetteva nessun cigolio quando si apriva (corre voce che qualche fantasma vampiro licantropo intellettuale progressista, stanco dei soliti stereotipi sulle rovine infestate, solesse metterci un po’ d’olio, quando nessuno lo vedeva).

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Sul piano caratteriale, quest’ultima porta era molto orgogliosa della propria bellezza. Superba, le piaceva essere aperta con teatralità, non le piaceva cigolare e probabilmente, in cuor suo, si crucciava della brutta piega che aveva preso il suo castello, e rimpiangeva i bei tempi andati dei pittoreschi balli in maschera, coi giovani fancazzisti belli e aitanti, mica quel puzzolente freak show che l’attraversava tutti i giorni.

Quell’altra no. A quell’altra piaceva stare in mezzo ai mostri. Non che sputasse sui giovani belli e aitanti di prima, eh (soprattutto se accompagnati da candide verginelle), ma si trovava a suo agio anche adesso, con il sangue, la polvere, le ragnatele, le schegge. Anzi, potremmo dire che avesse col tempo imparato a fare di questa sua rozzezza una virtù. E poi… quanto le piaceva cigolare e spaventare tutti… una goduria che le faceva addrizzare la maniglia a penzoloni ogni volta.

La porta bella, superba, teatrale ma che non cigolava e, fondamentalmente, non faceva paura a nessuno, si chiamava Carach Angren. L’altra symphonic black metal periodo 1994-1998.  (Gabriele Traversa)

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