Avere vent’anni: THUNDERBOLT – The Sons of the Darkness

Che avere troppi side projects, collaborazioni e altri cazzi per la testa alla fine nuoccia alla band “primeva” è una delle mie convinzioni che negli anni sono rimaste immutate e che trova senz’altro riscontro nella fine ingloriosa che hanno fatto i Thunderbolt appena sei anni dopo questo grandioso esordio dell’aprile 2001 (con tre altri dischi nello storico). Tra i vari Azarath, Infernal War, Arkona, Anima Damnata e nugoli di altri che hanno portato via tempo ed energie, fatto percorrere strade sbagliate (i Thunderbolt firmati da Agonia records, sempre stato più che perplesso dalla faccenda), agitato le acque e incasinato tutto il possibile ed immaginabile, la band si è persa, e questo è un vero peccato.

Perché The Sons of the Darkness, dopo le due demo ristampate poi come split con i North (Beyond Christianity) e con i Kataxu (Black Clouds over Dark Majesty), fu un esordio di altissimo livello. Black metal furioso e semplice nella struttura, contaminato sia da influssi death metal, potenti ma apportatori di varietà compositiva e di una certa dose di melodia, sia da striature sinfoniche con reminiscenze norvegesi, grazie ad inserimenti di tastiere in sottofondo, non invasive e prevalentemente impostate sull’accordo lungo che impreziosisce la struttura portante di chitarra.

Lasciar passare otto anni dall’esordio al debutto sembra impensabile, al giorno d’oggi. Ci sono fenomeni che in questo lasso di tempo pubblicano trenta e passa full lenght, qualche mini, un po’ di split e magari qualche compilation di singoli sparsi qua e là, giusto per non far passare più di due mesi tra un’uscita e l’altra, ma qui siamo nel passato, un passato che oramai è perso per sempre e che portava i gruppi a pubblicare un disco solo se il materiale valeva davvero la pena, altrimenti lo si stampava in demotape, si vedeva quali potevano essere le recensioni (se lo mandavi a Nordic Vision già sapevi che te lo avrebbero stroncato dicendo che era meglio se smettevi di far vomitare la gente con le tue porcate) e si continuava a lavorare sulla rifinitura dei brani con un’umiltà ormai rara da riscontrare.

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Alfieri della scuola black metal polacca assieme a Graveland, North, Christ Agony, gli stessi Kataxu, i primi Behemoth (i migliori, pensate a From the Pagan Vastland), i Thunderbolt si sono guadagnati il loro posticino nella Storia con questo CD di sette pezzi, alcuni più corti, diretti e feroci come la opener Black Clouds over Dark Majesty (no, non è uno dei pezzi della demo/split con Kataxu, è un pezzo nuovo) o la violentissima Spit in His Face, altri più moderati, con melodie oscure ed efficaci come Forest of the Dying Souls oppure la conclusiva The Circle of Death, che va oltre i dodici minuti di durata, in cui le influenze death metal si sentono più che altrove e compaiono persino chitarre acustiche, a dimostrazione di come tutto fosse studiato in modo professionale e rifinito con grande cura, nonostante si stia parlando comunque di un gruppo che fino ad allora era stato attivo unicamente nell’underground più profondo.

The Sons of the Darkness uscì per la microscopica Apocalypse Productions di Varsavia, da tempo scomparsa, e se ne possedete una copia sappiate che è un autentico pezzo da collezione, tra i più ricercati in assoluto. Poi è stato ristampato più volte, tanto che il CD si trova abbastanza agevolmente, sebbene oggigiorno siano in parecchi a volerlo, visto l’hype che gira intorno all’NSBM… Già, perché, a quanto pare, il nome dei Thunderbolt viene accostato prevalentemente a questo sottogenere di black dalle tematiche pagan-nazionaliste, nonostante certi simbolismi iconici sui loro dischi proprio non si trovano. L’album seguente glielo pubblicò il rip-offer greco di ISO 666, ma già dal terzo furono messi sotto contratto da Agonia, label che con l’NSBM non ha mai avuto nulla a che fare, quindi ognuno tragga le sue conclusioni: in fin dei conti è di musica che si parla e si deve parlare. Come anticipato, l’essere passati nel roster di un’etichetta ambiziosissima come Agonia fu la loro rovina, un po’ perché persero la freschezza dell’esordio, un po’ perché le vendite di un gruppo come i Thunderbolt non soddisferanno mai le aspettative di chi mira a far concorrenza alla Century Media. E quindi, anche in questo caso come in molti altri, sono costretto a concludere questo revival con l’amara constatazione che i Thunderbolt non esistono più da molto tempo e ringraziarli per The Sons of the Darkness. (Griffar)

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