In groove we trust: TOMAHAWK – Tonic Immobility

Che tangheri! Questi bassi sono ancora troppo bassi! esclama Mike Patton dopo aver nuovamente ascoltato quanto ricevuto da Trevor, Duane e John, che lo invitano per la seconda volta ad aggiungere testi e voci e far uscire una volta per tutte il benedetto album. Le tracce che compongono il nuovo disco dei Tomahawk, infatti, vengono registrate dai tre musicisti in quel di Nashville circa quattro anni prima e contestualmente inviate al buon Michele con la preghiera di fare la sua parte. Ma all’epoca lui declina perché ha altro da fare. Poi, come accaduto a moltissimi musicisti, durante il lockdown tutti i riferimenti e gli impegni saltano per aria e, dunque, perché non assecondare la gentile richiesta degli esimi colleghi Dunn, Denison e Stanier? Così il nostro mette sul piatto la sua puntata, non prima di aver stressato a dovere i suoi compari per ingrassare un po’ il suono e alzare questo maledetto basso che proprio non gli garba così basso.

Il percorso compositivo che ha dato vita a Tonic Immobility è stato più o meno questo, a parte la storiella sui bassi che mi sono inventato di sana pianta, anche se non credo di esserci andato poi tanto lontano. Sono convinto, infatti, che il nuovo album funziona anche e soprattutto perché va a recuperare quel groove e quel suono masculo che avevano reso il primo omonimo così di impatto. È accaduto un po’ ciò che auspicavo da tempo, cioè il recupero di quella coolness che contraddistingueva gli esordi della band, che fa nuovamente la parte del leone insieme alle classiche contaminazioni prese a piene mani da una americanissima tradizione di folk e rock ‘n blues texana, rivista in salsa tomwaitsiana ma pur sempre alla maniera schizoide di Mike Patton.

Dall’esordio, è pletorico ricordare, sono passati vent’anni e di cose ne sono successe. Se, dunque, quel disco così ben congegnato dal punto di vista musicale, concettuale e stilistico, soffriva di un immediato e inevitabile confronto con quel Album of the Year di pochi anni prima (album che aveva avuto l’ingrato compito di interrompere per molti anni a venire una striscia a dir poco positiva ma anche inaugurato nuovi suoni e pattonismi che ritroveremo altrove nei cosiddetti progetti paralleli del nostro), se dunque, dicevo, quel confronto era prevedibile, oggi non lo è più, proprio in virtù di tutta quell’acqua passata sotto i ponti. E quest’acqua ha dei nomi ben precisi: il buon (ma non esaltante) Mit Gas, il giocherellone (ma neanche tanto) tributo alla cultura nativa americana Anonymous e l’altalenante (pure troppo altalenante) Oddfellows.

Ognuno di questi ha sia dato un importante contributo alla definizione dell’identità Tomahawk, generando spinte e fughe in avanti verso sperimentazioni ardite che, in quanto tali, classicamente hanno ognuna la propria tifoseria, sia rappresentato un buon curriculum di cose fatte per arrivare a dare con una certa serenità al proprio pubblico un prodotto questa volta più orecchiabile. Tale è Tonic Immobility: un disco che non si riproduce in particolari voli pindarici, che, sebbene sempre sui generis, si adagia maggiormente sui canoni della forma canzone e che, in virtù di una performance vocale non predominante ma potenziante la parte strumentale, punta tutto sul groove e su una certa americanità tradizionale per riuscire nell’arduo obiettivo di posizionarsi, in una personale classifica di gradimento, quantomeno al pari del primo, indimenticato, Tomahawk. (Charles)

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