Contro le difese degli anni ’90 gli ORDEN OGAN non segnerebbero mai

L’altro giorno stavo guardando una partita della Juve con mio fratello juventino e ci si stava chiedendo se fosse più forte Chiesa padre o Chiesa figlio. Mio fratello è nato all’alba del terzo millennio, quindi Enrico lo conosce solo grazie ai video su Youtube, e non è stato di grande aiuto nella discussione; io, però, che la carriera di Enrico la ricordo benissimo, non sono comunque riuscito a giungere ad una conclusione netta.

Le cose stanno più o meno così: Federico sembra essere in grado di fare cose che il padre non faceva, quantomeno a quell’età; inoltre Federico a 24 anni gioca titolare nella Juve mentre il padre a 24 anni era in prestito alla Cremonese e solo l’anno successivo sarebbe tornato nel calcio che conta, non riuscendo mai però a giocare in squadre che lottavano davvero per lo scudetto. Queste argomentazioni lascerebbero credere, quindi, che Federico sia nettamente più forte del padre. D’altro canto, però, c’è da considerare un elemento fondamentale: il livello della serie A di quegli anni era molto più alto rispetto ad ora. Non solo era il campionato migliore e più competitivo d’Europa, ma in generale la media qualitativa dei giocatori nel mondo era più alta. C’erano talmente tanti campioni che te li ritrovavi anche nelle squadre medio-piccole, perché non si sapeva più dove metterli; ora, invece, è pieno di calciatori considerati fenomeni che giocano titolari in grosse squadre ma che, vent’anni fa, avrebbero trovato posto giusto nelle squadre di mezza classifica.

Il Parma di Chiesa giocava con Buffon, Thuram, Cannavaro, Sensini, D. Baggio, Asprilla, Crespo, Veron, Benarrivo, Fuser e Balbo. In campionato arrivarono quarti a 15 punti dal Milan, ma riuscirono nell’impresa di far vincere una Coppa UEFA a Malesani, cazo.

La domanda iniziale è rimasta quindi senza risposta, e probabilmente lo rimarrà per sempre. Federico sembra in grado di giocate da fuoriclasse vero, ma non so se sarebbe riuscito a fare le stesse cose con le difese di vent’anni fa, né se sarebbe riuscito a trovare un posto da titolare in una squadra di alta classifica, vista la concorrenza che c’era.

Tutto questo pippone per dire che gli Orden Ogan sono probabilmente uno dei migliori gruppi di power europeo degli anni Dieci. Vero che hanno esordito nel 2004, ma è solo con il terzo album Easton Hope del 2010 (e ancora di più con To the End del 2012) che sono riusciti a raggiungere una certa notorietà. Eppure, nonostante a me piacciano abbastanza, mi vergognerei come un ladro a paragonarli con i gruppi power degli anni Novanta. Quello che importa di più, però, o quantomeno che importa di più a loro stessi, è che al momento attuale hanno pochissimi rivali nel genere. Gli Orden Ogan sono uno dei gruppi che più hanno tratto vantaggio dal drastico abbassamento qualitativo nel panorama metallico, anche perché, pur avendo in qualche modo un loro stile riconoscibile, non inventano, non innovano, non portano avanti il discorso di un millimetro e sono fermi sulle proprie posizioni da almeno dieci anni.

Questa notorietà deve aver stupito in primo luogo proprio loro: per non correre rischi, infatti, fanno sempre lo stesso disco da almeno dieci anni. E intendo proprio lo stesso disco: si ripetono le stesse strutture, gli stessi cori, gli stessi riff, le stesse melodie; con la conseguenza che in To The End c’erano già tutti gli elementi dei dischi successivi, solo montati in maniera diversa. Il risultato chiaramente è altalenante, e dipende solo dall’ispirazione del momento: diciamo che un disco bello dall’inizio alla fine come To The End non sono più riusciti a farlo, ma che comunque in ogni album ci sono sempre quattro-cinque pezzi molto godibili, con la consueta precisione teutonica, soddisfatti o rimborsati. Ho ascoltato quest’ultimo Final Days già una decina di volte e mi pare essere quello meno riuscito, ma comunque mai nulla che faccia venire voglia di accanirsi sul tastino skip. Quello che fa veramente schifo è la copertina, che non pubblico per risparmiarvi lo strazio, o fratelli del vero metal. La canzone migliore è In the Dawn of the AI, scelta come singolo, che è uguale identica ad altri quaranta pezzi loro ma spacca abbastanza. Quel che è certo però è che negli anni Novanta avrebbero avuto qualche speranza di farsi notare solo con un greatest hits di tutta la loro discografia; altrimenti li avremmo sentiti nominare giusto su Power Zone. (barg)

8 commenti

  • Mah, per me i due precedenti restano dischi molto molto belli, aldilà del confronto con un’altra epoca (che è il punto di questa recensione, quindi mi sa che sto rispondendo a cazzo di cane. Vabbè). Il nuovo, album più che discreto con una copertina orribile.

    Per il resto, da juventino stendo un velo pietoso

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  • Molto d’accordo, e vale per tanti: Grave Digger, Hammerfall…

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  • Pensiamo a King Diamond, a fine anni ’80 pur se rispettato era considerato un artista minore se paragonato a tutta la roba che usciva in quel periodo. Oggi é uno degli act più pagati e richiesti della scena.

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  • Federico non vale suo padre (anche perché suo padre non cascava per terra ogni 5 minuti) e questo discorso “musicale” si potrebbe fare per un botto di gruppi .. c’è da dire che ora c’è una maggior facilità a uscire .. anche solo in digitale .. all’epoca mpc
    (mancopooocazz) … ma cmq non è che la quantità compensa la qualità ….
    E Malesani è un mito … (molllo ma che mollo !! … cazo !)

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  • enrico chiesa era un signor calaciatore, il figlio non gli allaccia manco la scarpe. “Federico sembra essere in grado di fare cose che il padre non faceva” tipo che? cascare per terra? – fine polemica inutile –

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  • Che metafora bellissima

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  • rimangiatevi tutto su chiesa jr, eretici!!! io lo ho fatto.

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