LUNAR SHADOW – Wish to Leave

La vita è piena di delusioni. Alcune più sopportabili, altre più amare, ma a un certo punto ti arrivano inevitabilmente in faccia e spesso non puoi fare molto per evitarle. Si può dire che fanno parte del tuo percorso di crescita, che ogni volta che ne affronti una sarai più preparato per evitare la successiva, ma resta il fatto che dalle delusioni non ci si vaccina mai. Puoi essere pure un eremita che vive sul cucuzzolo della montagna e si ciba di radici e funghi, ma arriverà il giorno in cui vai in giro per il bosco e ti ritrovi tutte le radici marce e i funghi mangiati dai vermi. E potrai dire “lo sapevo che non dovevo illudermi”, ma mentre torni a casa mesto e sconsolato già sai che ricapiterà.

La delusione dell’anno 2021 sono i Lunar Shadow. Lo so, avrei dovuto mantenere basse le aspettative, ma mi sono lasciato andare. Loro ce l’avevano messa tutta per farmi fomentare però: i due lavori iniziali (l’EP Triumphator e il debutto Far From Light) sono capolavori assoluti, tra le cose più belle uscite negli ultimi dieci anni, e soprattutto comprimevano una quantità tale di idee e spunti da far intravedere una vena creativa che sembrava inesauribile. Non andò così bene col secondo full, The Smokeless Fires, nella cui recensione fui fin troppo buono, forse per eccesso di riconoscenza. Eppure dai tempi di Far From Light non è cambiato nulla, a parte il cantante; è vero che la scelta di Robert Röttig per sostituire Alex Vornam è stata particolarmente infausta, ma da sola non può giustificare un tracollo del genere, anche considerando che nessuno dei due è tecnicamente un fenomeno: semplicemente, lo stile di Vornam era particolarmente adatto allo stile dei Lunar Shadow. Se avessero avuto un Ray Alder avrei potuto capire la difficoltà di sostituirlo, ma a loro non serviva un Ray Alder: serviva solo qualcuno che ci stesse bene. Non era così difficile.

Considerato tutto ciò, e considerato quanto io abbia amato i primi Lunar Shadow e quanta fiducia abbia riposto in loro, Wish to Leave fa davvero male al cuore. È un disco moscio, trascurabile e inoffensivo come un bicchiere d’acqua liscia a temperatura ambiente in un mezzogiorno agostano dopo una partita di calcetto. È un lontanissimo parente di quel debutto meraviglioso uscito solo quattro anni fa: sbiadito e incolore l’intreccio di chitarre di Max Birbaum, vero segno distintivo dei Lunar Shadow, che in passato richiamava in causa persino i Dissection per varietà, fantasia, malinconia e magniloquenza; sciatti e spesso fuori contesto gli arrangiamenti di batteria, tanto che sono andato a controllare se avessero cambiato batterista; della voce abbiamo già detto. Ah, e l’epica potete anche scordarvela. L’epica nei Lunar Shadow non esiste più.

Paradossalmente la cosa che ora sembra riuscirgli meglio sono quei pezzi più lenti e sentimentali, fondati più sulle linee vocali che sul rifferama, non proprio ballate ma quasi: su The Smokeless Fires c’era Roses, qui I Will Lose You, entrambe di gran lunga le migliori dei rispettivi album e, per qualche motivo, le uniche in cui Röttig sembra a proprio agio dietro al microfono. La cosa peggiore è la ballata vera e propria, To Dusk and I Love You, per la quale non c’è alcuna giustificazione, persino più brutta di quanto faccia immaginare il titolo da Smemoranda. Dignitosa, ma non molto di più, l’apertura Serpents Die, che da subito fa capire come le cose siano cambiate, tra andatura da film western e vaghe suggestioni new wave ottantiane. Leggermente meglio And Silence Screamed, scritta ai tempi del debutto; senza infamia e senza lode Delomelanicon; terribile l’ultima The Darkness Between the Stars. E poi basta. Poi rimane solo la delusione, appunto, la sensazione di vuoto dopo aver messo il piede in fallo laddove immaginavi ci fosse un appiglio sicuro. Non avete idea di quanto spero che si possano riprendere, ma a questo punto illudersi ancora sarebbe davvero uno schiaffo in faccia allo scoramento provato con questo Wish to Leave. (barg)

One comment

  • Ti aspettavo al varco Barg.
    Le avvisaglie come hai ben detto c’erano già nel secondo, qui almeno quel “birbaum” di Max ci ha preparati alla perfezione con quel ““It certainly sounds different and I suppose many people won’t like it” e parlando di “indie/post-punk territory”.
    E’ veramente triste se penso che sti giovini hanno partorito canzoni come “Cimmeria”.
    Ciaone

    "Mi piace"

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