Schegge di rumore: storie di hardcore italiano negli anni ’90

Se nei frenetici anni ’90, oggi mitizzati, noi implumi metallarini guardavamo con invidia agli anziani che avevano vissuto il glorioso decennio precedente, pensate a come dovevano sentirsi i nostri cugini del giro punk e hardcore. Se per l’heavy metal italiano gli anni ’80 furono un periodo segnato solo da qualche isolato pioniere e giusto tre o quattro gruppi da tramandare ai posteri, per l’hardcore tricolore si trattò di un’era incredibilmente feconda, con una pletora di band colossali diventate mito anche all’estero. Di libri che raccontano i tempi di Raw Power, Indigesti e Negazione ce ne sono quindi parecchi, anche pregevoli. Sulla scena degli anni ’90, avvertiti nella memoria storica del circuito come una mera coda dell’epoca d’oro, c’è invece poco o nulla. Eppure anche quella è una storia che vale la pena raccontare, si sono detti Andrea ‘Capò’ Corsetti (ai tempi nei Flopdown, oggi negli eccellenti Neid, tra le migliori formazioni grind nazionali sulla piazza) e Monica ‘RageÀpart’ Miceli, entrambi colonne dell’ancora tonico giro DIY viterbese.

Schegge di rumore è strutturato come un’intervista collettiva alla quale rispondono membri di alcune formazioni, parte delle quali ancora in attività, che attraversarono quegli intensi anni. Frankie degli ascolani Affluente, Max dei cesenati Contrasto, Gallo dei mantovani By All Means, lo stesso Capò. E poi Hobophobic, Monkeys Factory, Kafka, Sottopressione, Dissesto, The Skizoids, Jilted, Frammenti. La scoperta della musica dura, in molti casi coincidente con trascorsi heavy metal, i primi contatti con i collettivi, l’allora attivissimo giro dei CSOA, i compagni durati una vita o persi per strada (per età, perché già dottori o, più prosaicamente, per l’eroina), i concerti in condizioni improponibili, le sbronze e le risse, le contraddizioni di una scena che oggi appare implosa per una serie di ragioni che vanno da un mancato ricambio generazionale all’incapacità di certe forme e filosofie di antagonismo politico di fare i conti con una realtà mutata a ritmi vertiginosi, discorso quest’ultimo che avrebbe bisogno di una riflessione ben più ampia che non sono manco sicuro di avere gli strumenti per approfondire.

Per quanto l’intento sia quello della testimonianza e non ci sia la velleità della ricostruzione storica, il racconto corale riesce a dipingere un ritratto vivo ed esaustivo di una fase e di un modo di vivere la musica dei quali lo scrivente, pur con uno sguardo magari non agli antipodi ma quantomeno di sbieco, ebbe il tempo di essere spettatore, ai tempi dei festival pletorici al Forte Prenestino che finivano alle quattro del mattino e ospitavano di tutto, dal gruppo powerviolence a quello skacore. Un insensato ecumenismo che per certi versi cozzava con i purismi HC così estranei all’agnosticismo anarcoide del metallaro ma era pienamente in linea con quello spirito da internazionale dei disagiati (c’entra pure l’hip hop nel discorso ma pure qua mi dovrei dilungare troppo) che, quello sì, se non avete vissuto gli anni ’90 davvero non saprei come spiegarvi.

Notevole l’appendice grafica, con una ricca rassegna di volantini d’epoca. Ah, i flyer ciclostilati dei concerti con gli sghembi graffiti del tizio della cumpa che “sapeva disegnare”. Ma che ne sanno i 2000. (Ciccio Russo)

5 commenti

  • “purismi HC così estranei all’agnosticismo anarcoide del metallaro”.
    Per quanto ne ho capito io i metallari sono sempre stati tra i più settari ascoltatori dell’intero panorama musicale, non solo verso l’esterno, ma anche tra frange interne (thrasher contro glamster e poi blackster contro deathster).
    E la prova che, come scrivi acutamente, i tempi cambiavano e sono cambiati in maniera vorticosa, è che, in certi casi, il tizio della compagnia che sapeva disegnare e faceva i volantini a ciclostile si è trovato ad esporre mostre personali in importanti musei di arte contemporanea di capitali europee. Absit iniuria verbis, naturalmente.

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    • Mi riferivo più alla politica. Un metallaro può essere di destra, di sinistra, cristiano o satanista finché non rompe i coglioni a nessuno e non la fa troppo fuori dal vaso (in Usa ora la “culture war” è tracimata anche nel metal ma sono piacevolezze che continuerei a lasciare agli americani). Un metallaro può considerare ripugnanti le idee di Vikernes ma godersi ‘Filosofem’ senza considerarsi in contraddizione con se stesso. L’hardcore (quantomeno un certo tipo di hardcore) ha decisamente un’altra filosofia.

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      • Ah ok, da questo punto di vista sono d’accordo.
        Sul tema ricordo una chiosa di Signorelli sul volumetto Giunti “Heavy Metal – i moderni” che al tempo (a quindici anni) trovai illuminante: “il metal si occupa spesso di politica, ma, quando lo fa, lo fa dai margini dello schieramento. Quali margini siano forse non ha tanta importanza”.

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  • Erano interessanti anche gli scritti di Philopat, per chi fosse interessato

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  • Io ero quello che sapeva disegnare.

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