La colonna sonora del proprio trapasso: AKHLYS – Melinoë

Naas Alcameth (aka Kyle Earl Spanswick, Colorado, U.S.A.) è un’anima in pena. Ah, su questo non c’è dubbio. Io generalmente diffido da chi ha in ballo settecentosedici gruppi tra side-project, collaborazioni, session-live e via discorrendo, nel suo caso però mi sono ricreduto già da un pezzo. Il suo progetto principale è Nightbringer, gruppo di altissimo livello in ambito occult black metal, ormai storico (spero che li conosciate; tanto per fare un ripassino vennero fondati nel 1999 e hanno all’attivo una discografia piuttosto nutrita che non comprende dischi superflui o di bassa qualità, ma solo grandissima musica), poi ci sono i Cantus Bestiae, gli Aoratos (sensazionale il debutto Gods Without Name, uno dei dischi dell’anno 2019, andatelo a riscoprire se ve lo siete perso) e questi Akhlys, giunti al traguardo del terzo album dopo l’esordio Supplication (2009) e l’eccellente The Dreaming I (2015). So che è coinvolto anche in qualcos’altro, ma non ho i dischi quindi non saprei dirne.

È valsa la pena aspettare i cinque anni passati dal precedente lavoro, perché anche in questo caso l’unico aggettivo appropriato per descrivere sinteticamente la musica che ascoltiamo su Melinoë è “eccellente”. Straziata come poche, mette addosso un crudo, concreto malessere. Tranne il terzo brano Succubare, che è un intermezzo dark ambient, tutto il resto dei quaranta minuti di musica che costituiscono l’opera è puro fast black metal apocalittico, che ha nel senso di tragicità e catastrofe imminente i suoi punti di forza. Per la prima volta aiutato nell’incisione della batteria da mr. Evan Knight, già con lui nel progetto Aoratos, Alcameth qui crea quattro lunghi brani che si dipanano in ritmiche serrate, forsennate, quasi in blast beat continuo. I pochi rallentamenti servono ad aumentare la tensione, prima di esplodere di nuovo come un vulcano che riprende ad eruttare dopo secoli di quiete. Il bello è che, nonostante tutta la musica sia composta con il preciso intento di disturbare l’ascoltatore e causargli uno stato di ansia e sofferenza, i riff monocorda, altissimi sul pentagramma, sono armoniosi. Melodici, non scherzo. Possiamo prendere come termini di paragone per la musica degli Akhlys una certa frangia francese del religious black metal, tipo Deathspell Omega acidi, epoca Paracletus per dire, oppure gli ultimi Antaeus. Inoltre, per quanto siano elaborate le frasi musicali, a me ricordano sempre di più gli Ascension. È il gruppo tedesco di religious black metal tecnico il termine di paragone più credibile per gli Akhlys: furia incontrollabile, velocità forsennate, brevi stacchi improvvisi più moderati, notevole perizia tecnica nell’eseguire le composizioni. La colonna sonora del proprio trapasso e del disperato viaggio irreversibile agli inferi.

Il fatto è che sì, possiamo accostare la musica dei Akhlys ad altri progetti, ma in egual misura potremmo accostare la musica di questi ultimi a loro. Intendo dire che non sono la copia di nessuno, e nemmeno derivano la loro musica da questo o quel gruppo smaccatamente, come se fossero superflui. Ci sono delle somiglianze, perché il religious black metal ha come caratteristiche di fondo quello di essere straziato e dissonante, con melodie acri che ti portano in mondi di pura oscurità dove risiedono entità che, se proprio ti va bene, vorrebbero strapparti il cuore e mangiarselo crudo (per non parlare dell’anima). Ma ci si ferma alle somiglianze, oltre non si va.

Pertanto, fatto salvo il già citato intermezzo di sole tastiere dark ambient – che per i miei gusti è abbastanza superfluo ma che sicuramente a chiunque apprezzi quel tipo di sonorità piacerà magari anche molto (e che comunque si può sempre saltare) – gli altri quattro brani sono uno più bello dell’altro. Costruiti tutti quanti su un numero limitato di riff incastrati tra loro alla perfezione, a partire dalla opener Somniloqui, furiosa come una tempesta di neve nelle Montagne Rocciose, fino alla conclusiva Incubatio, non ci sono cedimenti, né pause, orpelli ridondanti, sinfonici o quant’altro. Un disco violentissimo, che non potrà non soddisfare la voglia dell’appassionato di black metal di ascoltarsi una dose massiccia di puro odio e terrore, come si usava una volta. La tradizione continua: alla musica del male non mancheranno mai fonti d’ispirazione e nutrimento.

E chi meglio di un’anima in pena può tradurre tutto questo in musica? (Griffar)

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