Il cestone di Natale 2020: Panzerfaust, Auðn, Inquisition, Dopesmoker, Stallion

Visto che anche a Metal Skunk, come ovunque, a dicembre chiudiamo l’anno fiscale, bisogna fare i bravi e consegnare tutto quello che avevamo lasciato in sospeso, perché senno non ci danno la tredicesima. Siccome ho un po’ di roba che mi è piaciuta e avevo promesso di parlarne, ecco il gran recuperone finale pieno di cose a caso, che se non siete più in tempo per scrivere la letterina a Babbo Natale magari la forwardate alla Befana nella speranza di essere stati sufficientemente bravi nel corso del 2020.

Partiamo con i PANZERFAUST, che sulla loro pagina scrivono: “PANZERFAUST IS THE BOOT STAMPING ON A HUMAN FACE FOREVER”. Il panzerfaust era praticamente un tubo di ferro con mirino e grilletto caricato con un’unica granata anticarro. Non era un’arma particolarmente sofisticata, tanto da non necessitare di un grande addestramento per essere utilizzata; una volta scarico, il tubo vuoto veniva di norma abbandonato sul campo senza troppe remore, quindi uno pensa a un gruppo ignorantissimo che spara a mille e con i piedi che puzzano. E invece il nuovo The Suns of Perdition – Chapter II: Render unto Eden dei canadesi, così come il resto della loro discografia, è il classico black post-metal dall’andamento compassato che punta tutto sull’atmosfera postapocalittica e su testi che inneggiano al concetto di no gods no masters. Banale forse, ma di presa e ben costruito. Non è facile muoversi su certe coordinate, e il giochino ogni tanto rischia di vacillare, ma nonostante tutto la struttura sta in piedi fino alla vera botta del disco: la terza Aeropagitica è un pezzaccio che distrugge tutto con un paio di riff da farti tirare le testate al muro e ripaga pienamente l’attesa costruita nei primi due brani. Li avevo anche visti assieme ai malvagi Trainspotting e Giardina ma me n’ero disinteressato completamente a causa del cacofonico pastone sonoro vomitato dal mix di quella sera. Peccato perché in genere questa roba la gradisco, quindi appuntamento alla prossima volta.

Passiamo dunque agli islandesissimi AUðN e ai loro inni alla morte, al lutto e alla perdita sotto cieli grigi e al cospetto di una natura aspra e spettacolare. Per motivi assolutamente contingenti ho scoperto che la condizione ideale per farsi prendere da Vökudraumsins Fangi è essere in una condizione mentale di placida rassegnazione, possibilmente in uno stato di dormiveglia. Nel mio caso funziona alla grande se lo ascolto quando sto andando al lavoro in treno passando davanti ai cantieri navali del porto e alle gru, col sole ancora basso e con il torpore che fa nuovamente capolino, giusto prima di prendere gli usuali schiaffi in faccia dal vento gelido proveniente dai monti innevati circostanti. Certo, è un rischio lasciarsi andare in una situazione del genere e, se le cose non girano come dovrebbero, la faccenda potrebbe portare a complicazioni inaspettate, tipo trovarmi a 10 km da dove lavoro, ma ritengo che lasciarsi cullare in quello stato in cui le difese emotive sono basse e la frustrazione della giornata lavorativa non è ancora arrivata possa essere un buon modo per apprezzarne le atmosfere sfumate. Ottimo lavoro comunque, il cui unico difetto risiede forse in un’eccessiva lunghezza che rischia di mettere in ombra anche bezzi buoni come Ljostyra, già pubblicato come anticipazione del disco e che mi fece suonare il solito campanello d’allarme che dice ah, qui c’è qualcosa che merita un ascolto in più. Di contro, a sentirne i pezzi singolarmente, ci si accorge che in fondo funzionano bene, quindi al limite dividetevi l’ascolto e a posto così. Io mi sono lasciato comprare già dalla terza Birtan Hugann Brennir, forse perché mi ricorda la presa a male alcolica della Lethe dei Dark Tranquillity. Comunque, se non l’avete ancora ascoltato e vi piace il post-black un po’ più tendente al depresso, quell’oretta dovreste pensare di spenderla.

Per chiudere la triade black parliamo pure dell’ultimo INQUISITION, e cioè di Black Mass for a Mass Grave. Sono passati quattro anni dal precedente disco, e in mezzo è scoppiato pure il solito putiferio/scandalo che ha chiuso diverse porte in faccia al duo dedito alla venerazione del caos cosmico. Il disco, che in copertina rappresenta la morte che caca una scia di stelle in una tomba, che stando al contenuto del disco dovrebbe essere l’universo, è suddiviso fondamentalmente in due parti: la prima un po’ più caciarona, se vogliamo, che è sostanzialmente la messa nera richiamata dal titolo, in cui si invocano le forze del male affinché tutto venga distrutto, mentre la seconda è quella di carattere più escatologico e composta di visioni, in cui si contempla il caos, l’assenza di spazio e tempo e la morte entropica dell’universo. La cosa straniante è che i soliti riff a firma Inquisition sono spesso accompagnati da melodie serene, quasi delle ninne nanne che girano strategicamente solo qualche nota in dissonanza e che mi fanno attribuire all’album gli aggettivi “diurno” e “solare”, mentre il disco precedente finiva nero come la pece e con il suono di inquietanti rituali. In realtà è evidente come dietro a tutta questa sovrastruttura ci sia semplicemente la voglia di esprimere un vago disappunto nei confronti del mondo, e sicuramente gli accadimenti degli ultimi anni non hanno fatto che esacerbare la cosa. Nessun giudizio morale da parte mia, però il disco ha i suoi momenti e il brano Majesty of the Expanding Tomb riesce splendidamente nel sottile cambio di registro a metà del disco, portandosi dietro un climax che si taglia col coltello. Bentornati dunque.

Passando alla musica di droga, Zeroin dei DOPESMOKER è il tipico album che metti su per vedere i draghi verdi e birulò, pieno fino agli occhi di riff bassi bassi, da suonare a tutto volume ma impugnando gli strumenti vicino alle caviglie. Ascoltarlo significa prendersi immediatamente bene perché tutto sembra cool, allegro e sornione, con in sottofondo il basso che gira e fa dum dudu dum eccetera. C’è giusto il tempo di una breve accelerata, coi giri di chitarra che si stringono mentre il cantante lancia degli euforici uuuuh, tanto da far salire per ancora un po’ l’adrenalina appena prima di entrare entrare nel vero punto della questione, ovvero la presa a male. Dopo le prime due tracce il viaggio diventa un mattonazzo in cui sembra di ascoltare sempre lo stesso riff iterato più e più volte per tutti i restanti quaranta minuti di disco, e per ogni minuto che passa sembra di camminare in un’appiccicaticcia palude di catrame dove ogni tanto spunta uno svarione che spezza il ciclo, magari un assolo di fischioni prodotto dalle esagerate distorsioni delle chitarre; ed ecco quindi che, perdendocisi dietro, ti sembra di sollevarti da terra come una nuvola di fumo mentre cerchi ancora di capire il come e perché. Niente, tutto qui, la droga senza obbligo di assumere sostanze psicotrope. Sono assolutamente certo che i Dopesmoker in compenso erano sanissimi quando hanno inciso questo disco.

Chiudiamo in allegria con i tedeschi STALLION e il loro Slaves of Time pieno di speed metal revivalista in cui tutto gira veloce e cafone, e a cui non si può certo dire di no. Il disco è più che divertente, forse non ai livelli dei Midnight, che vincono sul piano del grezzume, ma di sicuro alla pari con gli Ambush. In realtà Slaves of Time è uscito a febbraio ma, siccome dicembre è il mese del crunch di fine anno sia su Metal Skunk sia sul lavoro, ho decisamente bisogno di tirare su l’adrenalina, quindi l’ascolto preventivo al mattino me lo stampa in testa il tempo necessario per tenermi su quando sbatto come una pallina da flipper su e giù tra la mia postazione e l’officina. In effetti mi sono ritrovato diverse volte a mormorare tra me e me Kill the Beast! in questi frangenti, segno che il trattamento funziona e che il metallo ci tiene svegli, attivi e produttivi. Il punto comunque non è tanto la produttività quanto la sanità mentale che deve essere preservata a fine anno, e le urla “respect existence or expect resistance” ci ricordano che comunque dovete stare molto calmi.

Ok, ho finito con gli sproloqui, magari ci risentiamo prima ma, se non dovessimo vederci, tanti auguri per un santo Natale e un felice anno nuovo. (Maurizio Diaz)

One comment

  • Degli Auðn recuperate il precedente, ne vale veramente la pena. Questo a me non è piaciuto per nulla.
    Inquisition invece un disco della madonna che cresce tantissimo con gli ascolti.

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