Avere vent’anni: SKYCLAD – Folkemon

Ascoltare un album degli Skyclad era come aprire un libro di racconti e spararsene uno tutto d’un fiato. Era difficile interpretarlo come una semplice raccolta di canzoni composte da gennaio a marzo e registrate in qualche altro mese. Per questo motivo molti album degli Skyclad li ho ascoltati, apprezzati, e mai rimessi su. Perché in un certo senso, per quanto essi fossero di facile comprensione, erano impegnativi. Se ripenso al loro primo periodo, ho una certa predilezione per il debutto e per Prince of the Poverty Line, dopodiché alterno episodi che mi esaltano ad altri di cui ricordo a mala pena il titolo. Folkemon non lo dimenticherò mai, e non per le sue otto lettere contate.

Folkemon è lo spartiacque fra il folk metal che gli Skyclad concepirono a inizio anni Novanta e quello odierno: racconti in musica, appunto, pensati da ex-menti del thrash all’avanguardia come Martin Walkyier dei Sabbat e quel Dave Pugh che era passato per i D.A.M. La lista dei veterani proseguiva con Steve Ramsey e Graeme English, due membri originari dei Satan che tutt’ora portano avanti la carriera dello storico gruppo di Court in the Act. Skyclad non voleva dire soltanto “racconti”, si trattava in tutto e per tutto di una sorta di big band pensata attorno alla figura di Walkyier. Proprio lui, il cantante proveniente dai Sabbat, allo scoccare del nuovo millennio era completamente alla frutta: problemi di soldi, un contratto con Nuclear Blast che durò quanto un gatto sulla statale Aurelia, contrasti interni con gli altri. Se ripenso alle interviste dell’epoca e alle dichiarazioni che seguirono il clamoroso split degli Skyclad, Martin doveva essere un colossale cacacazzo con cui convivere un po’ a forza, e il giochino di sopportarsi era durato un decennio intero fruttando una media di circa un disco all’anno. Alla luce di tutto questo Folkemon non poté uscire uguale agli altri, neanche per sogno.

Kevin Ridley era subentrato alle chitarre prendendo di fatto il posto che storicamente fu di Dave Pugh (oggi nuovamente nel giro). All’epoca era perfino produttore e non poteva sapere che sarebbe presto diventato a tempo pieno il cantante. Produsse Folkemon come mamma Nuclear Blast comanda: un album più potente e aggressivo di ogni altro, ma ovviamente, anche più ruffiano. Le sole Disenchanted Forest e Any Old Irony? parevano fatte d’un altro piglio, mentre il resto, a partire dalla celebre opener The Great Brain Robbery, veloce, scaltra, acchiappona, portò il folk metal dalle parti dell’osteria, della musichetta che ti spari senza concentrarti troppo mentre hai da scolare una birra e vedere se i tuoi rutti superano le frequenze del basso di Graeme English oppure no. Lo stesso violino di Georgina Biddle ricevette un trattamento differente che in passato.

Un album “diverso” in tutto e per tutto questo Folkemon, stavolta davvero una collezione di canzoni composte in qualche tempo, e, per restare in tema di tempo, composte poco tempo prima di scoppiare. Martin Walkyier era sì la figura principale, ma li apprezzerò maggiormente al ritorno in pista con A Semblance of Normality, senza il fiato sul collo di un cantante che sbraita, di un’etichetta che telefona e di tutte le variabili che mandarono temporaneamente a monte il progetto. (Marco Belardi)

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