R.I.P. Florian Schneider [1947-2020]

Ricordo come fosse ieri, seppure sia avvenuto tantissimi anni fa, il primo impatto con la musica di Florian Schneider e dei Kraftwerk. Mi distrusse completamente e ne fui ossessionato per anni interi.

Ero gonfio di hascisc da fare schifo. Ero un giovane adolescente che cazzeggiava nel doposcuola e ogni tanto finiva a fare la canna della staffa a casa di un amico/compagno di scuola, oggi notissimo DJ delle serate cagliaritane. L’amico, oltre ad avermi fatto conoscere alcune perle del rap che ignoravo totalmente fino ad allora, se ne uscì un giorno con dei cd appena acquistati, presumibilmente per farne campioni per basi. Tra questi c’era anche The Man Machine, appunto.

Quando sentii The Robots per la prima volta ne fui sconvolto. In tutto e per tutto. I synth, le voci, l’atmosfera da laboratorio della DDR in cui si sperimenta sulle atlete donne diventate in seguito uomini. L’aura brutalista/minimalista/essenziale che li ha sempre cotraddistinti fin dai capolavori dei primi anni Settanta, che ovviamente recuperai prima di subito.

Florian se ne stava anche lui sulla foto di quella copertina, vestito di rosso su di uno sfondo rosso, cravatta nera, il secondo da destra, anche lui coi capelli “a leccata di mucca”. Una faccia che mi ha sempre ispirato simpatia. Mi son sempre chiesto cosa facesse nella vita di tutti i giorni uno che compone musica del genere, uno che dallo stesso Ralf Hütter veniva definito “un feticista del suono”. Uno scenziato nel suo laboratorio di macchinari e sintetizzatori vocali che ha contribuito a definire per sempre quello che consideriamo oggi come “musica elettronica”, nel mentre influenzando una marea di artisti di svariati generi musicali.

Era un personaggio schivo ed enigmatico, a quanto pare, e il cancro se l’è portato via proprio ieri dopo un decorso brevissimo.

Requiescat.

4 commenti

  • Io i kraftwerk li scoprii molto dopo l’adolescenza. Per me sono quasi uno dei gruppi dell’età adulta, del momento in cui allargai paurosamente il mio raggio di ascolti ed incontrai l’elettronica. E pure in questo caso ci arrivai dopo, dopo aver assorbito cose più vicine a me per poi scoprirne le radici. Un pò lo stesso percorso che ti porta a voler capire bene cosa suonassero tutti quei gruppi tra anni 70 e 80 che erano comunque alla base pure del gruppo avantgarde della settimana.
    Qualche anno fa, novello studente di tedesco per motivi lavorativi, riuscìì a capire in diretta cosa cazzo dicessero nei testi e presi ad esultare manco fossi allo stadio; ero invece su un mefitico treno da qualche parte tra Austria e Germania, guardato malissimo da un paio di tipici pensionati sandali e calzini della zona.
    Stronzate personali di dubbia utilità a parte, se ne va una persona il cui impatto sulla cultura in generale è immenso.

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  • Andrew 'Old and Wise'

    R.I.P con tristezza e nostalgia. Scoperti nel 1974, leggendo la recensione di Autobahn su Ciao 2001. Leggendo e fantasticando, perchè all’epoca se non li beccavi su Per Voi Giovani o Popoff in radio dovevi per forza acquistare l’album o sperare che lo facesse un amico, altrimenti erano destinati a restare un oggetto sconosciuto. E così fu per anni, almeno fino all’uscita del successivo Radioactivity, la cui title track passò inopinatamente in radio perchè suonanava abbastanza commerciale. Poi fu la volta di Trans Europe Express, il delirio totale del minimalismo, forse la loro cosa migliore. Recuperai finalmente Autobahn in tempi di download selvaggio, scoprendo che la recensione di Ciao 2001 ne aveva leggermente enfatizzato il contenuto avanguardistico e sperimentale ma fornito cmq una descrizione abbastanza attendibile. Altri tempi… Forse Piero non sa o non ricorda, ma all’epoca nella sua città di origine i negozi di dischi abbondavano, quello che mancava erano i soldi, quindi l’acquisto di un album era attentamente pianificato, e ti potevi concedere pochi rischi…Questo contribuiva ad alimentare l’alone di leggenda intorno a certe band che per forza di cose non potevi seguire direttamente, privilegiando altre scelte… Tuttavia, lo posso dire, è un altro pezzo di vita che se ne va

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  • anche io ho scoperto i Kraftwerk molto tardi, dopo che un mio amico, molto più anziano di me, mi ha aperto le porte dell’elettronica tedesca (Schulze, Tangerine Dream, Popol Vuh e quindi Kraftwerk). Non sono il loro più grande fan, visto che preferisco molto di più cose più spaziali, ma mi è sempre piaciuta questa incongruenza di fondo, tra una elettronica all’avanguardia ed una immagine quasi alla Giulio Verne, molto anacronistica e distopica rispetto alla realtà. Transeurope Express e The Man Machine sono tantissima robba.

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