R.I.P. Sean Reinert [1971 – 2020]

Parto con Human, a cui ho già dedicato un pezzo un po’ di tempo fa. Il suono non gli rese granché giustizia come sarebbe accaduto a Gene Hoglan, un paio d’anni più tardi, su Individual Thought Patterns. La batteria dei Death di Human è uno di quei rari casi in cui vorrei togliere di mezzo tutto per concentrarmi solo sul suo strumento, su Sean Reinert che ci dava dentro come un dannato, seppur raffinatissimo, sulla celebre intro di Flattening of Emotions o nelle mitragliate di doppia cassa di Secret Face. Capolavoro indiscutibile del death metal, non tecnico, del death metal. Lui c’era, accompagnato da una line-up fatta esclusivamente di mostri.

Focus gli restituisce quella giustizia, a sentire Uroboric Forms, senza nemmeno snaturarne il modo di suonare. Il pezzo era già uscito in una demo pressoché contemporanea al lavoro con Chuck Schuldiner, soltanto che qui i Cynic prendono il death metal e lo rivestono di vocoder, linee vocali di mille tipi, femminili e maschili, maschili che sembrano femminili, in growl. Un casino della madonna, insomma. Il basso ha quel suono che sembra l’accompagnamento a Harry Callaghan che va a prendere la macchina per andare a aprire buchi nel torace a una decina di sbirri corrotti, e sfotterò Sean Malone per tutta l’adolescenza per via di quel suono di basso. Ma la sezione ritmica è perfetta in blocco pure qua, soltanto che Scott Burns ci becca in tutto e per tutto, la aiuta, la mette in mostra più che può. Non riesce, tuttavia, a fare scomparire il vocoder prima che questo venga utilizzato sul serio: e ne sono tutti responsabili, dal primo all’ultimo. Focus è un capolavoro, ci devi entrare dentro e farti tornare alcuni suoi aspetti, ma non si discute affatto.

Aruna Abrams irrompe in mezzo a tutta quella gente che probabilmente non poteva covare il minimo interesse nei suoi confronti, e infatti, i Portal dureranno pochissimo. Li ho scoperti nei primi anni del Duemila, durante una di quelle operazioni di rastrellamento che con più fatica di oggi ti spiattellano rapidamente in faccia tutto, e da cui scegli, ascolti, e gira e rigira te ne ritorni alle origini. Per comprendere i Portal dovete immaginarvi lo stile ritmico dei Cynic, con sopra incollata un’altra cosa. Più atmosfera, più personalità e meno confusione a livello vocale, ma niente How Could I. Ricordo che apprezzavo Costumed in Grace, Cosmos e qualche altro suo episodio, ma i Cynic erano una cosa, i Portal un’altra, e gli Aghora – costituiti sulla medesima sezione ritmica di Focus – sarebbero stati un’altra cosa ancora, credo l’unica di cui non ho rimesso su nemmeno una canzone nello scrivere questo pezzo: non perché non li ricordassi bene, ma appunto, perché purtroppo me li ricordo benissimo. Mi perdoni Santiago Dobles, ma non ho mai sopportato la voce di quella tizia.

Masvidal e Reinert avranno anche il tempo di girare qualche pezzo da pub inglese con un unico tavolino occupato, il marito cacciato di casa dalla moglie che lo ha scoperto girellando sul suo cellulare. Erano gli Aeon Spoke, e ricordo che nella mia fase oscura che il Bargone mi rinfaccia sempre c’era un loro singolo – Pablo at the Park – che mi piaceva e pure parecchio. Erano identici ai Radiohead lì sopra, e personalmente, ho disonesti amici fan dei Cynic che non lo ammetteranno mai. Ma lo erano. A 2:40 della canzone c’è perfino il classico assolino in stile The Bends, è la prova.

Tutto ritorna alle cose migliori prima o poi. Giri al largo, fai esperimenti, e fai cose che le persone interpreteranno come un rinnegare quelle passate. Ma alla fine Paul Masvidal e Sean Reinert sono ritornati ai Cynic, anche se soltanto per un po’, e dei due album pubblicati il primo Traced in Air mi mise di fronte alle stesse complicanze avute con Focus. “Mi piace oppure no?”, dissi. Essendoci già passato anni prima, sapevo benissimo che mi piaceva. Kindly Bent to Free Us ha lasciato per strada troppi connotati importanti perché mi piacesse a pieno pure lui, e posso dire di essermelo goduto da un punto di vista squisitamente strumentale: soliti suoni impeccabili, solite interpretazioni magistrali. Ma con i Cynic mollo più o meno all’altezza di Traced in Air.

Detesto i necrologi, mentre l’ipocrisia e la retorica che talvolta ne derivano, per riassumere, le accetto come parte inevitabile dell’essere umano. Prendo quello che Sean Reinert ha lasciato come artista; del come, del quando e del perché, realmente importa? Uno dei dieci batteristi che preferisco e che più mi hanno appassionato nel corso degli anni, non oso dire influenzato o insegnato, perché quando mi siedo su quello sgabello è bene che suoni gli Obituary o poco oltre. (Marco Belardi)

2 commenti

  • Del 71 porca laida vacca.

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  • sono davvero dispiaciuto per questa scomparsa. Un altro grande batterista e musicista che se ne va. Concordo col Belardi su quasi tutto quello che ha raccontato della sua carriera, anche se Traced In Air all’epoca non piacque per nulla, mentre rimasi incuriosito da Kindly Bent (non ci ho capito molto, ma in qualche modo mi attirava). Ottimi gli Aghora, ma la vocalist era una cosa orripilante. Tra le varie collaborazioni segnalo anche la sua partecipazione ai Gordian Knot di Sean Malone, due dischi due bombe…

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