R.I.P. Rutger Hauer [1944-2019]

Che bello se questo giorno non fosse mai arrivato, che svolta sarebbe stata batterlo sul tempo; e invece imparo da Roberto (e da svariate migliaia di fotogrammi del monologo di Blade Runner postate simultaneamente su Facebook dal 93% dei miei contatti) che Rutger Hauer è morto, per suprema ironia lo stesso anno di Roy Batty, il personaggio per cui verrà ricordato.

Non l’ho mai conosciuto di persona ma dal tubo catodico e dagli schermi di cimiciose sale periferiche in estate, quando la città si svuotava e i cinema proiettavano gli scarti della passata stagione, mi ha tenuto compagnia per tutta l’infanzia e gran parte dell’adolescenza, nel pieno degli anni formativi, più di un genitore (e sicuramente meglio). Comunque andassero le cose, sapevo che avrei potuto contare su un florilegio di filmacci sempre presente — e via via sempre più cospicuo — negli scaffali del videonolo dove andavo a rifugiarmi ogni volta che la vita diventava impegnativa. Era il suo regno, il suo territorio; oltre che, per mia fortuna, esattamente quello che volevo vedere, quello di cui avevo bisogno. Ce l’aveva nel sangue, la marginalità da film straight-to-video, era lì nelle retrovie che tornava infinite volte dopo ogni passaggio in serie A, dove l’aria è più pura e i flash più abbaglianti. Dovevo ancora nascere quando è uscito Blade Runner, ma ero bambino quando ho visto Furia cieca in tv, da mio cugino dopo avere finito i compiti. È stato il mio battesimo, da lì ho deciso chi sarebbe stato il mio attore preferito, lì ho capito qual era il suo posto, a cosa appartenesse: gli anni d’oro del cyberpunk, il nastro magnetico di infinite VHS restituite non riavvolte, una vertigine di progetti sbilanciati, scentrati, lui già allora un uomo con un grande avvenire alle spalle.

Per tutti gli anni ’80 una serie di colpi a segno in qualsiasi direzione: il decennio inaugurato dall’inderogabile Spetters, il film più estremo di Verhoeven, biglietto d’ingresso a Hollywood per entrambi, un capolavoro semplicemente impensabile oggi nell’era del Metoo. Poi antagonista di Stallone ne I Falchi della notte, la consacrazione con Blade Runner, frequentazioni autoriali (Nicolas Roeg, Sam Peckinpah per l’ultimo Osterman Weekend, letteralmente mutilato in postproduzione), l’entrata di sfondamento nell’immaginario di milioni di bambini con Ladyhawke che è il secondo incancellabile gancio per cui verrà ricordato, l’ultima con Verhoeven in L’Amore e il Sangue (come sopra, un capolavoro impensabile oggi), terrificante John Ryder in The Hitcher – La lunga strada della paura, presagio per capire dove sarebbe andato a finire, due passaggi italiani, Olmi per La Leggenda del santo bevitore, Lina Wertmüller per il lisergico In una notte di chiaro di luna, e che fatica arrivare alla fine in entrambi i casi. Le tappe successive, una questione personale: la mia introduzione al cinema, i film che hanno significato più per me nella mia vita. Giochi di morte, il migliore postatomico di sempre (andrei a dirlo in faccia a George Miller); Sotto massima sorveglianza, se Don Siegel vivesse nell’era cyberpunk; l’ombra di John Ryder si allunga ne Le mani della notte, giallaccio Tarantino pilotato con protagonista psicotico, altro grande classico da videonoleggio; Detective Stone, pietra angolare del cinema cyberpunk; Buffy – L’ammazzavampiri, flop epico all’uscita, gli anni ’90 in un colpo solo (ne verrà ricavato un telefilm da putrefazione dei neuroni poi); di nuovo psycho in Arctic Blue, ambientazione con velleità La Cosa ma reale, senza i mostri; infine Sopravvivere al gioco, adattamento fuori tempo massimo del racconto di Richard Connell La partita più pericolosa (Senza tregua di John Woo, basato sullo stesso racconto, era uscito l’anno precedente), con un cast all-star del videonolo – Ice-T protagonista, Gary Busey direttamente da Trappola in alto mare.

Qui finisce il “mio” Rutger Hauer; nella successiva discesa a sondare ogni piega della serie Q – non una volta sola diretto da Albert Pyun, tra i peggiori registi del mondo – ho scelto di non addentrarmi, alle saltuarie comparsate in serie A – il primo di Clooney regista, il primo Batman di Nolan – non mi sono sottratto ma era e resta roba che non fa più per me. Per tutti quelli citati prima, al contrario, so bene che il mio debito è immenso. (Matteo Cortesi)

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