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I vecchi amici: FOLKSTONE – Diario di un Ultimo

10 aprile 2019

Mettiamola su questo piano: considero i Folkstone come quei vecchi amici con cui ogni tanto ti prendi una birra. Capita di rivederli perché sono tutti in città e ti fa un gran piacere, cogli l’occasione e vai a far serata. Ci siete solo voi, han tirato pacco tutti quelli del nuovo giro, ma lo zoccolo duro c’è tutto. Vi vedete e iniziate a bere e giù una, giù due, giù tre. Cominciate a sparar cazzate e improvvisamente vi ritrovate come se non fosse passato un giorno, e allora giù con gli scazzi, poi si ironizza e giù con le risate, in un continuo di alti e bassi. Poi entrate in risonanza e fate un macello del diavolo finché non siete stanchi, tutti vi guardano male e ve ne ritornate a casa con la testa pesante, il passo incerto e un senso di liberazione dentro.

Altre volte invece sono presenti anche degli amici un po’ zavorra, tutti a modino, che si trattengono. Magari qualcuno del vecchio gruppo non c’è per un improvviso imprevisto. Allora voi non vi sbottonate, le cose più personali restano dentro e magari anche l’ironia più sguaiata si trattiene. Vi fate le fotine con le faccine, Instagram, Facebook e manine che fanno le V. Che poi che ci sarà mai da fotografare per due ore, dato che l’altra volta che vi siete visti avete spaccato come non mai e magari qualche foto ci è anche scappata, ma per lo più era materiale imbarazzante e/o impubblicabile.

I Folkstone, per quanto mi riguarda, sono sempre stati nel primo gruppo, ma se trasliamo la similitudine ai brani contenuti in Diario di un Ultimo mi rendo conto che è pieno di pezzi a modino, bel suono, arrangiati con cura, un po’ leccati. Però non decollano veramente, ogni tanto parte qualche melodia, qualche riff, addirittura qualche pezzo che ti tira su, magari dici carino questo, però il tutto non spacca veramente come dovrebbe. Loro di per sé non sono mai cambiati, han sempre cantato e raccontato quel che volevano e nel modo che gli piaceva, del resto non cambiamo mai veramente neanche noi, checché ne dica la gente che si convince che no, adesso siamo molto meglio di prima, guarda come sono cambiato dalle mie foto di facebook. Oddio, cambi nella formazione ce ne sono stati, anche di importanti (fuori gli storici Matteo e Andrea, mentre si aggiunge alla carovana il polistrumentista Marco), inoltre Diario di un Ultimo nasce come disco solista di Lorenzo, ma è arrangiato e prodotto dal gruppo dopo (o durante) l’ultima variazione della formazione, e sicuramente anche questo ha influito. Soprattutto è cambiato il loro approccio al fare musica e quello di adesso è ancora allineato al precedente Ossidiana, che alla fine non ha convinto nemmeno me. Qui si spinge ulteriormente sulla semplificazione, aumentando ulteriormente il divario con il linguaggio usato nei primi lavori.

In generale, però, i nostri vecchi amici sembrano stare meglio. Sembrano a loro agio nel loro nuovo “ambiente metropolitano” di cui si parlava qui, dove si sono trasferiti, più sereni in qualche modo, quindi in un certo senso evviva. Ve le ricordate Lo Stendardo e Ombre di Silenzio? Ecco, non esistono più. Non più malinconia, né tantomeno quelle meravigliose aperture melodiche con le cornamuse che ti gonfiavano il cuore.

Comunque il disco ascoltatelo, se vi va, magari i pezzi più energici vi risollevano la giornata. Magari quest’estate girano per qualche sagra della Bergamasca e ci vediamo tutti là, con lo zoccolo duro, per cantare insieme Frerì e Un’Altra Volta Ancora, con la precisa intenzione però di perdere la brocca nei momenti giusti, anche se ormai sappiamo che ci saranno i soliti pesantoni, sempre lì, a fare le loro fotine del cazzo. (Maurizio Diaz)

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