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ROYAL HUNT – Cast in Stone

6 marzo 2018

I Royal Hunt per certi versi mi hanno sempre ricordato un po’ gli Skylark, però capiamoci bene: non mi riferisco alla tecnica o alla qualità intrinseca di questi quattordici album che hanno tirato fuori in tot anni di carriera, perché ovviamente tra gli Skylark e questi fresconi danesi da questo punto di vista c’è un abisso infinito ed incolmabile. No, è più una questione di atteggiamento del cazzo, di attitudine allo stupido, se vogliamo. Di persistenza, pervicacia nell’inseguire le proprie idiozie. Che poi chi è che non lo fa, direte voi arguti lettori, e sarà anche vero, mica no. Il fatto però è che una delle molteplici maniere per non rimanere dei perfetti stronzi è cercare di imparare qualcosa dalle proprie cazzate, magari qualcosa di pratico, non tanto una morale, ché non è che qui sopra ci perdiamo in filosofeggiamenti alla cazzo di cane; oltretutto manco me ne importa di allargare il discorso dove sicuramente non risulta necessario. Per dire, la produzione: ma io mi chiedo come sia possibile a fine duemiladiciassette/inizio duemiladiciotto, prodursi un album da soli e farlo suonare men che bene, se non proprio male. Non Malmsteen-male, che non è che siamo all’inascoltabilità totale, però insomma. 

Mi chiedo anche perché mai la tastiere di Andre Andersen suonino da sempre come le tastierine ciocorì, che i più giovani di voi non avranno idea di cosa accidenti stia blaterando ma i quarantenni che leggono magari se le ricorderanno: erano delle tastierine supersimpa che regalavano con questi dolcetti di riso soffiato e cioccolato, che un tempo erano molto in voga tra i ragazzini e anche grazie ai quali ho finito per pagare l’università alla figlia del dentista. Che dire, tra le mie innumerevoli qualità c’è pure la filantropia, già da ragazzetto. Comunque gli album precedenti suonavano anche peggio, quindi in un certo senso all’alba del quattordicesimo disco un mezzo miglioramento in effetti c’è stato, anche se inevitabilmente mi piange il cuore nel sentire un pezzo molto bello come The Last Soul Alive, che richiama i Rainbow più veloci con un tocco sinfonico in più, castrato da una produzione mediocre. Peraltro lo stesso discorso si può fare per Rest In Peace o A Million Ways To Die o Sacrifice, perché dovete sapere che questo Cast in Stone non è un brutto disco, ma si lascerebbe ascoltare molto meglio con una produzione decente, oltre all’apporto di un chitarrista un po’ più dotato. Perché poi un chitarrista veramente bravo i Royal Hunt non l’hanno mai avuto, ma immagino manco mai voluto, che sennò il povero Andersen avrebbe rischiato di ritrovarsi in ombra, poveretto, lui e le sue tastierine ciocorì del cazzo. Non che questo tizio che ci suona adesso sia male, ma è uno senza mezza personalità, anonimo, come quelli che lo hanno preceduto. Scelti apposta, diciamo. Allora per curiosità mi sono andato a leggere l’autobiografia di Andre Andersen sul sito del gruppo ed ecco che mi ritrovo l’ennesima autocelebrazione di questo dono dal cielo di genio musicale che potrebbe suonare virtualmente qualsiasi strumento gli capiti tra le mani sante, che legge quindici libri in due settimane e Mozart e Paganini e blablabla. Che manco è tutta ‘sta figata tecnicamente, per la puttana. Sempre Andersen dico. Vabbè. Comunque qual è il problema dei Royal Hunt? Andre Andersen. Quale era quello degli Skylark? Eddy Antonini. Gente che se va contro un muro è il muro che gli è andato addosso. Muerti loro. (Cesare Carrozzi)

2 commenti leave one →
  1. weareblind permalink
    6 marzo 2018 19:24

    Confermo la qualunque.

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  2. Lord FL permalink
    17 marzo 2018 10:16

    Naturalmente non conosco il gruppo, e non m’e’ manco venuta voglia di conoscerlo. Ma l’articolo e’ davvero divertente. Bravo Carrozzone nostro. Horns up per le tastierine Ciocorì.

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