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Georgiche: DARKESTRAH – Turan

8 settembre 2016

turanDall’età di circa sette anni e fino ai 14, anno in cui ebbi il primo motorino, scoprii il metallo e presi coscienza dell’esistenza dell’essere umano di genere femminile, come da migliore romanzo di formazione, trascorrevo parte dell’estate in campagna e aiutavo il nonno e l’operaio nelle attività contadine. Premessa: dalle mie parti quando si parla di stagione si intende principalmente quella estiva. Quando, dunque, iniziava la stagione, in mancanza di valide alternative, venivo mandato in campagna, anche perché odiavo andare al campo solare (campo estivo per bambini). Questo posto consisteva in uno spazio enorme in terra battuta, sito in un ex complesso militare in disuso già da chissà quanto, dove non c’era un filo d’ombra, né un albero, né una fontanella d’acqua, niente e dove ogni tanto qualche bambino sbatteva a terra rovinosamente a causa di un colpo di sole. Oltre al caldo, che non ho mai amato, mi annoiavo o spesso mi facevo male giocando a pallone, che poi era l’unica attività ricreativa che ci veniva proposta dalla carceriera, la quale passava le giornate seduta sotto l’unico triangolo d’ombra disponibile in tutto il campo a fumare. Visto pure che non sono mai stato abile con la palla e che a casa mia le uniche partite che si vedevano erano le finali dei mondiali, facevo pure fatica a socializzare con gli altri bambini, le cui brevi esistenze pare già ruotassero intorno a questo inutile sport. Inizialmente presi questa cosa dell’esilio rusticale in modo abbastanza indifferente, salvo poi comprenderne il senso col passare del tempo e l’aumentare della fatica.

Nei campi, le stagioni, le giornate e le ore, sono scandite dalle fasi di lavoro e riposo, ma soprattutto dal clima; è esso che decide di cosa è più opportuno occuparsi: in campagna governa la natura. Il tempo vola perché c’è sempre qualcosa da fare, qualcosa che bisogna aggiustare ingegnandosi con quello che si ha, perché se una cosa si rompe non si butta e si compra una nuova, si ripara. La giornata iniziava molto presto e la colazione consisteva in due uova fresche crude che bucavo alle estremità con un bastoncino e una fresella col pomodoro, l’olio e l’origano. Iniziai, ovviamente, con le attività meno faticose, per finire a raccogliere i pomodori e fare le conserve, fino a zappare la terra e fare la legna. Una delle attività più snervanti era la raccolta delle patate a fine estate e quella delle melannurche i primi di settembre. Tentavo ogni tanto di comunicare a pranzo con l’operaio (ah, il pranzo consisteva in una mezza scanata di pane con un salume o col pomodoro e si svolgeva, quasi sempre nel silenzio più assoluto all’ombra della quercia, intorno al pozzo di pietra prima che questo si prosciugasse qualche anno dopo), cosa assai difficile data la sua scarsa conoscenza dell’italiano, e imparai che un ettaro si divideva in tummuli, tre tomboli per la precisione, e che due muzzetti facevano un tummolo, ma anche che un muzzetto poteva indicare un’unità di peso, circa 25 kg. Non ho mai capito il perché, ma credo dipendesse dalla resa dei fascicoli di tabacco, coltivazione molto diffusa da quelle parti. Imparai anche che queste unità di misura non erano fisse ma variavano in modo significativo da provincia a provincia, anche da collina a collina, un vero casino per me ma a quanto pare loro, tra contadini, si intendevano benissimo. La stagione finiva poi con la vendemmia, che da noi si faceva i primi di settembre. Non ricordo una sola vendemmia in cui non abbia piovuto. Le mattine si facevano sempre più fredde e umide e io sapevo che presto sarei tornato a scuola e alla città. Ho sempre vissuto la vendemmia come un momento collettivo e aggregante di grande importanza, perché arrivavano tutti, gli altri parenti dalla città e i cafuni dalle campagne circostanti, ma anche con una certa malinconia perché rappresentava la fine di qualcosa. Di quel periodo ricordo il silenzio. Non si poteva parlare tanto perché se parli vuol dire che non stai faticando. Mi fa sempre sorridere, infatti, quando qualcuno idealizza la semplicità della vita campagnola senza aver ben chiaro che essa è principalmente fatica e sudore. Ma ricordo anche la sensazione di addormentarsi nel silenzio totale e del risvegliarsi con la prima luce che filtrava dalle imposte, sensazione a noi cittadini sconosciuta. E ricordo l’odore della terra e della casa. Le infinite letture pomeridiane di Tex Willer sotto al noce o arrampicato sul fico, alla controra, quando gli adulti si facevano la mezz’ora di sonno con la paglietta calata sugli occhi. Ma ricordo soprattutto la solitudine. Il lavoro nei campi è un lavoro di solitudine, svolto da persone silenziose, ognuna con la sua fatica e il suo diritto al sacro riposo.

Turan è un buon disco, semplice ma già sentito un milione di volte; a me, mentre lo ascoltavo, ha fatto tornare a mente, non so per quale assurdo motivo, tutti questi piacevoli ricordi che non avevo mai condiviso in modo così diffuso, quindi, beh, tanto mi basta per farmelo piacere ancora di più. (Charles)

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