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La finestra sul porcile: The Wolf of Wall Street

17 febbraio 2014

wolf-of-wall-street-poster2-610x903L’inevitabile confronto con il Gordon Gekko di Wall Street viene tirato in ballo in un dialogo dopo poche scene, quasi a mettere in chiaro sin dall’inizio che Jordan Belfort è il suo esatto opposto. Quella interpretata da Micheal Douglas era una figura immaginaria che nella testa di Oliver Stone, con quella sua epica caricaturale che ce lo fa amare e odiare allo stesso tempo, doveva avvicinarsi il più possibile alla realtà. Proprio per questo il risultato era didascalico e non troppo credibile. Jordan Belfort, invece, è una persona reale. La prima grande intuizione che ha permesso a Martin Scorsese di girare il suo film migliore da quasi vent’anni a questa parte è l’aver raccontato la sua storia in chiave grottesca, cioè nell’unico modo possibile. Perché come credete si possa rendere altrimenti un universo dove stagisti ventunenni muoiono per sfinimento dopo aver lavorato per 72 ore di fila? Belfort, giovane figlio della working class americana, perde l’innocenza nel suo primo (e ultimo) giorno alla Rothschild, scolandosi il primo Martini pre prandium con il top manager (interpretato da un Matthew McConaughey splendidamente sopra le righe, come tutti gli attori di una pellicola dove l’eccesso è una cifra stilistica necessaria) che afferma di masturbarsi tre o quattro volte al giorno per reggere lo stress di ritmi che noialtri – che ai soldi non pensiamo troppo e proprio per questo non ne abbiamo tanti – non riusciremmo nemmeno a concepire. Siamo subito catapultati in un macrocosmo che ci pare troppo assurdo per essere vero. E invece l’unica cosa assurda sarebbe pensare che Scorsese stia esagerando. Ok, ci sta mettendo un po’ del suo ma, fidatevi, non sta esagerando più di tanto. Perché il mondo della finanza non è poi tutto questo ineffabile impero del male. C’è una meravigliosa puntata di South Park dove Cartman entra in fissa con il cospirazionismo sull’11 settembre per poi scoprire che è andata veramente come vogliono le versioni ufficiali e che tutte le teorie del complotto erano funzionali all’establishment perché la gente potesse continuare a credere di avere a che fare con occulti strapoteri dei quali essere terrorizzati, non con una classe dirigente di comuni mortali non impossibile da fottere. Il vero problema dei complottisti di ogni risma è che finiscono per fare il gioco di chi vorrebbero condannare, dipingendo un’élite onnipossente contro la quale siamo del tutto inermi. È molto più confortevole vederla così piuttosto che ammettere che reagire non ci interessa più di tanto. Come diceva Andreotti, finché mangeremo tre volte al giorno non faremo mai la rivoluzione.

the-wolf-of-wall-street-official-extended-trailer-0La seconda grande intuizione di Scorsese è la totale rinuncia a una qualsiasi forma di condanna morale, che non è un’assoluzione ma una semplice presa d’atto (ed è esattamente questo il motivo per il quale, come si diceva, The Wolf of Wall Street è un film infinitamente più realistico di Wall Street). Belfort (un DiCaprio stratosferico e splendidamente istrione) e i suoi accoliti finiscono per risultare, beh, quasi simpatici. Almeno a noi maschietti. Se anche voi lo andrete a vedere con la donna, lei, molto probabilmente, li odierà. Le femmine sono più concrete di noi. Il gratuito e il fine a se stesso non fanno parte della loro essenza. E non c’è nulla di più gratuito e fine a se stesso del denaro per il denaro, di una vita fatta di puttane e droga. Una vita che, sotto sotto, in più di un momento finiremo per trovare non poi così male.

Mi dispiace il quaalude non si becca più in giro, siete arrivati tardi, commenta Belfort con beffardo sussiego, illustrando allo spettatore la sua insaziabile propensione per gli stupefacenti, matrice di alcune delle sequenze più memorabili. Perché, diciamo la verità, chi tra noi non disdegna sperimentare con le sostanze psicotrope, durante la visione non potrà non pensare che, mannaggia, una botta di quaalude non sarebbe male, giusto per vedere che effetto fa. Ci The-Wolf-of-Wall-Street-Leonardo-DiCaprio-and-Jonah-Hill-600x400sentiremo sporchi nello sbattere contro un processo di identificazione che potremo negare solo vanamente, aggrappandoci a supposti codici etici personali. Perché la darwinista corsa per primeggiare nella quale si lanciano i personaggi di The Wolf of Wall Street è l’imperativo di una parte insopprimibile della nostra natura. Sempre noi maschietti, fino a non troppi decenni fa, sfogavamo il testosterone in eccesso sbudellandoci in guerra. Ora, almeno in occidente, non si usa più. Come campi di battaglia ci restano il lavoro e, per qualcuno, lo stadio. Non è assolutamente un caso se il cuore globale della finanza siano – insieme alla City di Londra – quegli Stati Uniti che, in virtù della loro storia, si differenziano dall’Europa soprattutto per il considerare la violenza una maniera naturale di risolvere le cose. Per questo La ricerca della felicità di Muccino (il cui protagonista trova riscatto e realizzazione personale proprio diventando un broker), oltre a essere un film brutto, è un film stupido, girato da un italiano che aveva preteso di narrare il sogno americano senza aver capito molto di come funzioni l’America, il Paese che più consacra la propria identità in quel mostruoso, meraviglioso homo homini lupus che non smetterà mai di affascinarci e farci perversamente sognare, ridestando in noi quelle bestie, quei lupi che abbiamo dimenticato di essere ma che dentro di noi non smetteranno mai di scalpitare.

PS Se queste tematiche vi interessano, o avete semplicemente voglia di capirci qualcosa, vi consiglio due pellicole dedicata all’esplosione della crisi finanziaria del 2008: il documentario Inside Job di Charles Ferguson e l’ottimo docudrama Too Big to Fail di Curtis Hanson, dove i convulsi giorni del crac di Lehman Brothers vengono ripercorsi tramite un cast stellare nel quale figurano, tra gli altri, Paul Giamatti (nel ruolo del presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke), James Woods (il boss di Lehman, Rick Fuld), William Hurt (l’allora segretario al Tesoro, Henry Paulson) e Evan Handler – il Charlie Runkle di Californication – nei panni di Lloyd Blankfein, numero uno di Goldman Sachs.

10 commenti leave one →
  1. Mezman permalink
    17 febbraio 2014 11:11

    Ricordo però che Willy principe di Bel Air fa dormire il figlio su fogli di carta igienica stesi sul pavimento di un bagno pubblico, pur di affermarsi come broker. Non un vero e proprio mangiatore di uomini, ma neppure il padre esemplare che sembra uscire dal dipinto di Muccino. E sono d’accordo, è un brutto film.

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    • 17 febbraio 2014 11:30

      Non l’avevo considerata da questo punto di vista. In effetti, messa così, il personaggio di Smith – nonostante Muccino faccia di tutto per dipingerlo in modo positivo – ne esce ancora peggio perché, che diavolo, in attesa di tempi migliori un posto da Burger King poteva pure trovarlo

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  2. Helldorado permalink
    17 febbraio 2014 11:45

    Io più che l’illustrazione del classico “homo homini lupus” che citi, penso sia un enorme e mirato occhio su cosa significhi avere tra le mani il vero potere. Ricorda un po’ “Quei bravi ragazzi” un altro film che ci racconta di uomini disposti a tutto pur di avere denaro e potere vero. Ma non tutti sarebbero pronti a cedervi, e nel film questo viene raccontato.

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    • 17 febbraio 2014 11:58

      Quello di ‘Quei bravi ragazzi’ era un mondo altrettanto spietato ma dotato di regole, quindi non così amorale. Però è interessante voler vedere i due film come parte di un unico discorso dove, a questo punto, andrebbe infilato anche “Casinò” (sottovalutatissimo, per me un altro capolavoro), dove questi due universi – il denaro come mezzo nell’uno e il denaro come fine nell’altro – si scontrano.

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      • Helldorado permalink
        17 febbraio 2014 13:14

        Casino ci sta tutto nel discorso in effetti! :D

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  3. 17 febbraio 2014 13:47

    riuscire a farti provare empatia per gente che normalmente vedresti bene appesa a testa in giù è sintomo che l’operazione è riuscita…e non per il tipico, idiota, “devi mostrare tutti i lati del protagonista”(una specie di politically correct da par-condicio su rai due), ma anzi, il capolavoro sta nel fartelo adorare quanto più diventa una bestia, tirando fuori lati di te che nella vita cerchi di reprimere (e anche a ragione magari…). per dire a me capitò, e so che sono personaggi, film e contesti molto diversi, di riuscire a trovare simpatici quei quattro sbirracci di “A.C.A.B.”.
    a proposito di documentari, questo?

    http://documentarystorm.com/requiem-for-detroit/

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    • 17 febbraio 2014 14:25

      Non lo ho ancora visto ma rimedierò, l’argomento è estremamente interessante. Per gli sbirri di A.C.A.B. non ricordo di aver provato empatia ma quel film è straordinario nel riuscire a offrire un ritratto freddo e senza partigianerie ma, allo stesso tempo, non nascondere nulla e non fare sconti. Speriamo Sollima non si perda per strada.

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    • Mezman permalink
      17 febbraio 2014 14:25

      Uno dei punti di forza di Bryan Cranston

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  4. sergente kabukiman permalink
    17 febbraio 2014 18:34

    bella ciccio, è sempre un piacere sentirti parlare di cose extra-musicali!

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