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Gente che mangia la soia # 6

26 novembre 2011

ALL PIGS MUST DIE – God Is War (Southern Lord) & NEROCAPRA – Vox Inferi (F.O.A.D.)

Voi che siete i miei quindici lettori – chi mi apprezza, chi no –  avete il diritto di saperlo. Io di ‘sta roba recente fatta di capelli unti, birre in lattina, HC generalista, sludge a spifferi e copertine arzigogolate non dico che mi sia rotto le scatole (tanto che ancora mi ostino ad ascoltarli e a consigliarveli) ma quasi.

Dico questo prima che si possa anzitempo parlare di trend essenzialmente per un motivo: quando poco fa questo modo di suonare emergeva dall’underground per ottenere un minimo di amministrativa celebrazione in superficie, almeno potevamo contare su una sensata e diciamo pure orgogliosa ripresa della poetica del metal più lercio e con ciò credere che quello potesse essere davvero una specie di richiamo della foresta per ascoltatori insoddisfatti. La verità però è che a (ri)mettere caproni e bafometti in copertina ci avevano già pensato i peggiori gruppi trendy del metalcore e oggi, appunto, il caprone, il maiale, i corvi e tutta l’allegra fattoria sono finiti sulla copertina di qualsiasi disco pubblicato nel biennio 2010-11 indipendentemente dal genere.

Copertine a parte però, oggi mi fa sinceramente piacere che finalmente per metal si intenda tutto ciò che nei primi anni duemila faceva un po’ ribrezzo ma, chiaramente, temo l’omologazione quando vedo che ormai tutto diviene mezzo HC, mezzo doom, mezzo stoner, mezzo vintage, mezzo grindcore, molto crust, proto-black. Se però c’è una band che in questo fritto misto emerge con un profilo non originale ma senz’altro rinfrancante è proprio la band in questione e se c’è un’etichetta che sta puntando su queste sonorità è proprio la Southern Lord, che però non potrà mai essere tacciata d’aver trascurato l’underground da cui proprio questo finto trend proviene.

La band viaggia a tremila all’ora non tanto perché dietro le pelli (di grizzly) siede quel matto di Ben Koller (Converge) ovvero l’ultimo grande batterista contemporaneo in quota metal e HC che più che fare rullate e cambi di tempo sembra che sulla batteria ci balli il tip-tap, quanto per il sincero impatto che tutti sembrano aver acquistato in barba all’Ep dello scorso anno.

La band ha imparato a muoversi tra riff a metà strada tra l’HC e classiche falcate death vecchio stile tanto che a sprazzi si ha l’impressione che se gli Entombed fossero nati a Boston (o fossero una squadra canadese di hockey in sala prove), suonerebbero così. In sintesi: un suono tra il disperato D-beat europeo, un certo hardcore “civile” ottantiano e death metal da tre accordi. Se beccate pure l’edizione limitata, vi appioppano al nuovo disco anche il vecchio Ep. Per fans dei Converge meno introversi (sia i fans che i Converge), di Victims e un po’ di tutto il catalogo Deathwish oltre che di Entombed, come mostra chiaramente una traccia come Extinction is Ours.

Urlatissimi come la vecchia scuola bostoniana insegna, incazzatissimi ora che i soldi sono finiti.

Suonano come una fantastica(ta) versione death metal ortodossa, che so?, dei Sarcofago ancora piacevolmente acerba questi Nerocapra, o almeno è l’impressione più immediata che suscitano in me.

Anche loro mettono animali indemoniati in copertina, nel loro caso, però, si tratta di un coccodrillo-misto-polipone caprino stilizzato. Il loro sound è orgogliosamente old school anzi, ben più che coerente con la buona vecchia guardia: è proprio ossequioso della classe infernale di quei gruppi che l’Italia seppe offrire alla nascente scena proto-death, proto-black, black-thrash europea, insomma quelle follie rudimentali un po’ alla Schizo, per dire.

Forse è anche il fatto che siano un tantino aggiornati sulla recente tendenza al recupero delle vecchie filosofie death che fanno tanto anni ’80 a permetterci di elogiarne ancor più il fattore vintage, ma bisogna ammettere che la band va oltre i fighettismi e ci offre anche testi in italiano e, in quanto al bilancio del suono, procede alternando ritmi veloci e ritmi più lenti affidandosi alla guida melodica di chitarrine da scantinato a metà strada tra gli Autopsy più giovani e certo BM talmente antico che se ne sono perse le tracce più sicure.

La batteria viaggia tra brusche interruzioni e affondi a rotta di collo. Stupisce l’incessante ed esaltato battito di cassa, a riprova che a forza di andare indietro nel tempo puoi addirittura ritrovarti a viaggiare su ritmi quasi industriali. Una voce black completa il tutto. Sta bene.

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