LE ORME – La Via della Seta

C’è chi prova piacere nel coltivare i propri interessi culturali iscrivendosi ad intimi circoli di letteratura e chi ad esclusivi club degli scacchi. Noi di Metal Shock, che come preminente attività intellettuale pratichiamo la classificazione delle birre in ale, stout e weisse, e che quando avvertiamo l’irrefrenabile stimolo di elevarci culturalmente è generalmente per andare alla toilette, a volte riusciamo anche a derogare a ciò quando veniamo sedotti da eventi particolari come quello musical-teatrale de Le Orme, tenutosi alla Casa del Jazz in Roma nelle giornate del 22 e 23 marzo. Davvero un’occasione unica, intima ed esclusiva, che non potevamo perderci: ascoltare un concerto di tre ore della più longeva e prolifica prog band italiana nella cornice di in un luogo incantevole, dall’acustica limpida, e per un massimo di 150 persone non ha prezzo (ed infatti era gratuito). È stato come se avessero suonato a casa mia o, che so, alla redazione di MS ed in parte è vero perché l’ultima sera noi eravamo lì. Questa è la seconda volta che li ascolto dal vivo, la prima ebbe luogo, in modo del tutto casuale ed inatteso, nella piazzetta di un piccolo paese dell’abruzzese in un’estate del 2005, nel tour del precedente studio album L’Infinito. Anche allora fu gratuito per il pubblico ed anche allora suonarono a profusione emozionandoci con i classici Gioco di Bimba, Era Inverno, Sguardo verso il Cielo e dispensando citazioni dall’ineguagliato concept Felona e Sorona in una classica abbuffata in stile Orme. Il modo migliore che conosco per rendere omaggio, nel mio piccolo, a tutto questo è parlare di loro e del nuovo disco La Via della Seta che uscirà a metà aprile, ma che i fortunati presenti alla Casa del Jazz hanno potuto ascoltare in anteprima.

Il Guerriero

Ora bisogna subito dire che da quel lontano 2005 tante cose sono successe, alcune delle quali non molto piacevoli. Sette anni sono trascorsi tra un album e l’altro, troppi, e l’età avanza non si può negarlo, quindi i timori di un tombale sul prosieguo del gruppo era ipotizzabile e temuto. La vicenda del contrasto tra Michi Dei Rossi, lo storico ed immarcescibile batterista, e la voce storica Aldo Tagliapietra, della conseguente separazione dei due (ultimi fondatori rimasti nella line-up originale), della disputa sul chi dovesse ereditare il nome del gruppo, è stata indubbiamente una cosa spiacevole a cui avremmo preferito non assistere, ma può succedere anche questo quando si suona insieme da oltre quaranta anni. Il percorso dei due leader ha preso strade diverse e sulla proprietà del nome ha prevalso il buon Michi. Aldo da parte sua ha conquistato, per il progetto solista che sta portando avanti, due nuovi-vecchi adepti ovvero Tolo Marton, che aveva vissuto e contribuito a caratterizzare la bellissima svolta rock nel periodo Californiano di Smogmagica (’75), e niente popò di meno che Tony Pagliuca, tastierista fino al ’92 poi profugo e sostituito a tutt’oggi dall’infaticabile e tentacolare Michele Bon coadiuvato dal giovanissimo astro nascente biancovestito del piano Federico Gava. Io ho una speranza ingenua che un giorno, chissà… 

Jimmy Spitalieri aka Gandalf il Grigio

Ma diamo a Cesare quel che è di Cesare: dopo la trilogia del Divenire Il Fiume – Elementi – L’infinito, un concept dal sapore e dalle tematiche nuove, che ci porta dall’Occidente all’Oriente, da casa, Venezia, a Xi’An in Cina, passando per Instambul e Samarcanda, lungo la via della seta. L’Alba di Eurasia e Il Romanzo di Alessandro sono le due intro scandita, la prima, da quei quattro rintocchi che ricordano un po’ il primo movimento della Sinfonia nr. 5 del caro Ludovico Van, e dalle chitarre di William Dotto, maestro del tapping polifonico, e Fabio Trentini, bassista dalla stretta d’acciaio dei Subway to Sally, mentre la seconda dal retrogusto spiccatamente hard rock. Mancando il sitar di Tagliapietra si perde una nota di orientalismo mentre da Verso Sud in poi si guadagna Jimmy Spitalieri, voce solista rock ma allo stesso tempo lirica, fondatore di un’altra immensa prog band italiana: Metamorfosi. Una voce ancora potente come ha dimostrato dal vivo sorprendendoci anche con screams che si possono ascoltare solo in ben altri contesti. Quindi il bilancio si chiude in pareggio. Un concept, in quanto tale, va bevuto tutto d’un fiato affinché possa rendere l’idea che vuole trasmettere, in questo caso è il Viaggio.

Michele Bon alle prese con l'Alien

E sempre in quanto tale un concept non è detto che debba prevedere teste di serie o hit riconoscibili, sebbene credo che il fluire delle melodie trovi la giusta dimensione nella retrò e settantiana Incontro dei Popoli, realizzazione in Xi’An – Venezia – Roma e compimento nella title track La Via della Seta, dall’incedere solenne e grandioso accompagnato dal costante rullo a due di sottofondo e da un motivo di hammond che resta sospeso e solitario fino a sfumarsi mentre i contorni diventano sempre meno marcati mentre cala la nebbia sulla via della seta. Si ritorna a comprendere il valore del silenzio e delle pause nella musica. È un ottimo lavoro a cui mi auguro ne seguano molti altri che possano, magari, far uscire fuori oltre che l’anima classica anche quella più rude e rocciosa che dal vivo, tra le virulenti manifestazioni di sé di Michi e i duelli tra chitarra elettrica e Alien (un guitar simulator costruito da Bon con le sue mani), non lascia ombra di dubbio della sua forte presenza. Il prog è anche e soprattutto questo: dissonanza e contraddizione.

Voglio concludere ribadendo che la scena progressiva italiana è stata in assoluto tra le più prolifiche, polimorfe, autopoietiche e qualitativamente elevate e, tenendo in conto quanto sia difficile rigenerarsi artisticamente sapendo preservare la propria credibilità oggi, con la crisi del disco, resistendo agli attriti della vita e alle fasi down, ringrazio Le Orme della generosità dimostrata lungo un percorso che va avanti da 45 anni. Perché possiamo ancora parlare con orgoglio di una realtà Prog italiana che vive (in generale una delle poche cose di cui un italiano di oggi può vantarsi all’estero). (Charles)

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