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Una storia di Mike Patton. Seconda parte – 2000-2001

29 settembre 2010

confidenziale nella photo-session per Ipecac 2001

Altre collaborazioni degne di nota per il 1999: Bull’s Eye, scheggia hardcore di un minuto su Taboo and Exile di John Zorn (alla batteria l’ex-Rollins Band Sim Cain), un pezzo nel manicomiale Song Drapes di Jerry Hunt; tutto sulla Tzadik di Zorn.

Il tour di supporto a California lo tiene comunque impegnato per quel che resta del 1999 e gran parte dell’anno successivo – passerà anche da Bologna, nell’ambito del fantascientifico Independent Days 2000 con Deftones e Limp Bizkit; i Mr. Bungle suonano la sera prima dentro al tendone dell’Estragon assieme a Boss Hog, Andre Williams e agli ancora sconosciuti Coldplay; il piatto forte è però un’esibizione dei Maldoror (Patton e Masami ‘Merzbow’ Akita) a Godo, poi replicata a Milano e (almeno a quanto mi risulta) mai più ripetuta in Italia. Per il resto, il 2000 è anno dedicato al consolidamento della Ipecac: cinque le uscite pianificate, di queste una abortita e un’altra che diventa istantaneamente la prima bombetta del decennio. Nell’ordine, il manicomiale The Crybaby dei Melvins (ultimo atto della trilogia inaugurata con The Maggot e proseguita con The Bootlicker), che da solo meriterebbe un capitolo a parte fosse soltanto per la messe di ospiti illustri coinvolti (i Tool al completo, l’ex teen idol tossico Leif Garrett, Henry Bogdan degli Helmet, Bliss Blood dei Pain Teens e via delirando) e la contagiosa follia alla base del progetto (in scaletta cover di Nirvana, Jesus Lizard, Hank Williams e Merle Haggard oltre a brani nuovi co-scritti tra gli altri da Foetus, Kevin Sharp e lo stesso Patton), l’ultracelebrato Down with the Scene di Kid606 (il disco con cui tutta la stampa di un certo livello scopre il bizzoso smanettatore venezuelano), e per finire le due release più ‘estreme’ di sempre in tutto il catalogo dell’etichetta passato, presente e futuro: l’indescrivibile Hollywood & Western dei misteriosi Lucky Stars (uno dei dischi più radicali e teorici di ogni tempo, l’unico upgrade possibile della musica e della psiche di matti totali del tenore di Peter Grudzien o il Legendary Stardust Cowboy; se lo trovate fatelo vostro perché vale il prezzo), e la ristampa di Great Phone Calls di Neil Hamburger (un CD di scherzi telefonici, per chi capisce bene l’inglese è roba da pisciarsi addosso dalle risate ancora oggi). Nel mezzo era prevista la pubblicazione di un live dei Ministry registrato durante il Psalm 69 tour del 1992, l’anno in cui Jourgensen&Barker lasciarono in fiamme le case di milioni di americani. Il disco però non vedrà mai la luce: all’epoca i Ministry erano ancora su major e l’etichetta non era minimamente intenzionata a cedere i nastri, Patton molla il colpo non appena vengono sguinzagliati gli avvocati e il numero di catalogo con cui il live sarebbe dovuto uscire (IPC-009) resterà per sempre vacante. Per incasinare ulteriormente il tutto, a fine anno l’intera trilogia dei Melvins viene ristampata in vinile in tiratura limitatissima, con tracklist stravolte e un artwork sobillante tutto a base di giustapposizioni pericolose, tra croci e pentacoli e svastiche e caproni e logo delle Black Panthers eccetera.
Nessuna uscita che coinvolga Mike in prima persona (se si eccettuano la partecipazione a un pezzo di The Crybaby, uno scherzetto – ‘Voci nella notte’ – in Great Phone Calls e un paio di featuring in scioltezza – in Down with the Scene e The Big Gundown di John Zorn), in compenso continuano le ‘vacanze italiane’ dell’uomo; nel maggio 2000 Patton partecipa all’edizione più ricca ed esaltante di sempre di AngelicA (in cartellone, tra gli altri, Terry Riley e La Monte Young) in duplice veste: come ‘semplice’ vocalist all’interno del Play Ground Ensemble di Eyvind Kang, progetto di musica ‘totale’ protagonista di due esaltanti show nella ammaliante cornice di un allora sventrato Teatro Manzoni, e come cerimoniere di uno scombussolato set assieme ai fenomenali turntablist X-Ecutioners nella serata finale del festival, un’ora e oltre di fischi, rutti, ululati e rigurgiti accompagnata da scratches e vinili violentati a random che personalmente ricordo come esperienza tra le più angosciose e gratuite di tutta la mia vita. Nelle serate ‘libere’ stava tra il pubblico a seguire i concerti, sempre; lo ricordo imbrillantinato in pantaloni militari oversize e un’orrenda t-shirt arancione, la stessa mise con cui si presentava in quel periodo l’amico John Zorn.

2001, ancora dischi e l’ultimo capolavoro

L'arma del delitto

Il 2001 per la Ipecac inizia con la pubblicazione di un’altra bomba, l’oscuro e schizzatissimo Inner Scratch Demons di quel mostro di DJ Eddie Def, un disco visionario come pochissimi altri, capace contemporaneamente di riassumere il decennio passato e prevedere per intero movimenti successivi (grime, 2-step, dubstep, tutta quella roba che adesso fa sborrare nelle mutande gli ammiratori di Simon Reynolds); uno sguardo lucidissimo al futuro per un album che trasuda amordimusica dal primo all’ultimo solco, da accostare idealmente a pilastri del tenore di Endtroducing di Dj Shadow e Meiso di DJ Krush. Solo, un pochino più in alto.
La successiva emissione è il controverso Colossus of Destiny dei Melvins, un’unica traccia di un’ora (seguita da un’altra di cinque secondi di silenzio totale) che è l’ideale proseguimento di quanto intentato nell’ultimo pezzo di Honky (In the Freaktose the Bugs Are Dying, mezz’ora di angoscianti elucubrazioni dark-ambient di stretta osservanza coldmeatindustriana, fischi vento soffi e via andare), però portato all’esasperazione e arricchito con l’innesto di rumorismi assortiti, improvvise esplosioni sludge, chincaglierie elettroniche lasciate a sfrigolare da qualche parte, abbozzi di ‘canzoni’ solamente accennate, qui e là scariche di feedback liberate quando meno te l’aspetti. Registrato nel corso di un’esibizione live al Club Mangler di Cupertino il 13 dicembre 1998, in una allora inedita formazione a quattro (alla seconda chitarra Adam Jones dei Tool), l’album – ohimè – è poco meno di un innocuo cazzeggio con vaghe e non ben specificate pretese, buono giusto come sottofondo per lavare i piatti o pulire casa, o magari da sparare a tutto volume in piena notte per fare incazzare i vicini (ma per questo esistono già ben più valide ed efficaci alternative, tipo, beh, più o meno tutti i dischi di cui si è parlato sul giornale e qui). C’è comunque chi ha apprezzato (come ad esempio Lustmord, che aprirà le porte a una futura collaborazione col gruppo), e sicuramente Colossus of Destiny resta ancora il guilty pleasure preferito di molti tra i fan dei Melvins nelle lunghe serate a base di cannoni grossi come carciofi fatti girare senza soluzione di continuità. Altre uscite a seguire, un disco di j-pop – Back to the Mono Kero!, di tali eX-Girl – che francamente non ho mai sentito, e il rappettaro Get On My Page del grande Sensational (uno che è stato scoperto da Bill Laswell e anche solo per questo merita rispetto assoluto), trovato usato a cinquemila lire tre mesi dopo l’uscita. Ma è per l’estate che la Ipecac tiene in serbo il piatto forte: a luglio esce The Director’s Cut, il secondo album dei Fantomas, mastodontica raccolta di sconsiderate rendition di grandi classici del cinema di paura, thriller e noir in genere, un catalogo di efferatezze mentali e violenze psicosomatiche virtualmente infinito dentro cui perdersi diventa un’eventualità agghiacciante quanto inesorabile. Nino Rota, Henry Mancini, Bernard Herrmann, Jerry Goldsmith, Ennio Morricone, Robert McNaughton e Angelo Badalamenti sono solo alcuni dei nomi finiti nell’assurdo tritacarne psichico generato dall’insieme di quattro individualità ognuna in stato di grazia totale. La voce di Patton, ai suoi massimi livelli, perfino superiore rispetto al sovrumano tour de force inscenato in Adult Themes for Voice, è una sorta di estensione demoniaca dell’asse Minton-Galas, uno strumento a tutti gli effetti capace di evocare abissi di orrore letteralmente insondabili in un’atroce sarabanda di litanie febbrili, fonemi indecifrabili, nenie flautate, raccapriccianti contorcimenti gutturali, grida trasfigurate e allucinanti contrappunti di risate sataniche a svettare su imperscrutabili geometrie sonore il cui ascolto reiterato rischia seriamente di portare alla pazzia. Oltre ad essere tra i pochissimi cover album ad avere un senso, The Director’s Cut è anche l’irripetuta vetta artistica del marchio nonché ultimo capolavoro – almeno ad oggi – a recare tra le altre la firma di Patton, che d’ora in poi moltiplicherà a dismisura partecipazioni, impegni e progetti in una tentacolare schizofrenia (iper)produttiva che ricalca da vicino modalità, dispersione e prolificità ‘zappiane’ dell’amico John Zorn. In sé nulla di male, ci mancherebbe; il problema è semmai il progressivo inaridimento della vena compositiva con conseguente, imbarazzante calo verticale della qualità, inversamente proporzionale alla messe di uscite che di lì a poco ci avrebbe travolto.

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