I quarant’anni di 17 Re: LITFIBA @Kozel Carroponte, Milano – 07.07.2026

Fotografie tratte dal profilo Instagram della band e non relative alla data milanese

Alle sette di mattina cercavo scampo invano (non tanto dal caldo, ma) dalla bruttura di Milano tra i synth di qualche dungeon di Salt Lake City. La sera, in un osceno fazzoletto di viadotti e capannoni, Sesto San Giovanni, letteralmente schiacciata tra Milano e Cinisello Balsamo, in un Carroponte stipato con competenze ingegneristiche, l’avrei trovato invece coi synth del fiorentino Aiazzi. Univers, Pierrot e la Luna, altre meraviglie. Non che potesse essere una fuga della realtà: Pelù, maestro di cerimonie incredibilmente presente e prestante, ancora, ci avrebbe ricordato persino con insistenza che la realtà è questa. E che non lontano, solo un po’ più a est, c’è ancora la Guerra coi suoi fratelli e sorelle: Pregiudizio e Discriminazione, Carestia e Genocidio. Questo mentre questa sera qui, a Sesto San Giovanni, forse una decina di migliaia di persone ha scelto di ammassarsi per celebrare i quarant’anni di 17 Re assieme ai suoi quattro artefici superstiti (fortunatamente la maggioranza).

Pelù avrebbe scherzato (ma solo fino ad un certo punto) sulla nostalgia e sull’autocelebrazione, spostando quasi sempre l’attenzione invece sul presente. Prendendo applausi e fregandosene di qualche borbottìo. D’altronde siamo in quel sistema chiamato Milano, che si è espanso a macchiare una Nazione intera, ma in realtà somigliante tantissimo al Male dilagante già anche oltre confine. Un concerto è un evento e un artista un performer chiamato ad erogare un servizio, dietro un compenso pattuito. Altro non sarebbe richiesto né gradito. Piaccia o meno quello che dicono o pensano, sia espresso con lucidità o meno, quant’è stupido pretendere a voce alta che “non si faccia politica”, ad un concerto dei Litfiba. Magari pensando di poter cantare le parole di Oro Nero o Santiago come fossero le sillabe scomposte di un rebus irrisolvibile. Starsene a casa, una sera di più, resta spesso l’opzione più dignitosa.
Comunque, non penso che anche il più allergico a slogan e pensieri (e aneddoti, imbarazzanti o meno) possa avere avuto di che lamentarsi, realmente, con le sedici tracce originali di 17 Re sciorinate in un ordine, presumo, di crescente popolarità. Così Resta, che chiude tutta la prima parte monolitica del set, arriva quando forse sta quasi iniziando a mostrare il fianco la coesione delle prestazioni dei quattro-più-uno (ottime le energie più fresche di Luca Martelli). Ma solo forse. La parte centrale, con la band ormai riscaldatasi e la scaletta pienamente nel vivo, una successione di emozioni, una dietro l’altra. Le citavo già, le magie misteriose di Univers e Pierrot e la Luna. Altrettanto mistero, sebbene tutt’altro che etereo, è il riff che spezza a metà Cafè, Mexcal e Rosita. Apapaia, magica e immensa come altrimenti non potrebbe essere. Oro Nero e soprattutto Ballata, cantate a squarciagola dalla moltitudine. La magia irrisolvibile di un album letteralmente straordinario, arrivato forse un pelo troppo tardi rispetto al post-punk più o meno gotico anglosassone, ma già lucidamente proteso verso gli anni ‘90 successivi.

Una magia incredibile che lascia a bocca aperta anche oggi, nelle registrazioni originali e nella loro riproposizione dal vivo. I Litfiba sereni, divertiti, affiatati. Pelù al centro della scena e mattatore anche (e soprattutto, comunque) nel canto. Bravissimo, eccellente, voce stupenda e interpretazioni ineccepibili. Non riesco a non pensarlo come il miglior cantante che abbia avuto il Paese. Poi il miglior Maroccolo, monumentale, anche lui come te lo aspetti. Forse qualche smorfia divertita alla fine dei brani più impegnativi per i quali la gioventù, ai tempi, aiutava. E divertito nel lasciarsi canzonare dall’invadente Pelù. Aiazzi altro vero Maestro, con le sue linee cementate nell’inconscio (più o meno profondo) di decine di migliaia di persone, non solo di quelle presenti stasera. Lo scenografo vero del suono soprattutto della Trilogia e di tutti gli anni ‘80 dei fiorentini, anche se avrebbe comunque contribuito con meno ribalta anche alla versione chitarristica tutta pelo, muscoli e sudore del decennio successivo. Forse meno interattivo Renzulli, ma mi guarderei dall’alimentare pettegolezzi. Comunque un disco corale, a suo modo sinfonico, richiede un’orchestra, piccola o grande che sia, e questa versione dei Litfiba, anche con gli acciacchi e a quarant’anni di distanza, lo è in ogni sua componente.

Sciorinati i sedici (o diciassette) brani della celebrazione serale, un bis importante (“extrabonus”, l’ha definito l’officiante) composto di sette estratti, tra i più celebri e significativi, anche da Desaparecido e Litfiba 3, con Eroi nel Vento pensata come doveroso e sentito omaggio allo scomparso Ringo De Palma. Due ore e mezza suonate e quarant’anni volati, questa sera, come un soffio, immagino. Almeno per chi c’era, cosciente e partecipante, già ai tempi. Ma anche per chi è arrivato dopo, di poco o di tanto, questo tour rappresenta l’occasione per ravvivare un Mistero dei più meravigliosi e manifesti della nostra musica. Solo non chiamiamolo evento, prego. (Lorenzo Centini)

La scaletta:

Febbre (Intro)
17 Re
Come un Dio
Oro nero
Sulla Terra
Vendetta
Ferito
Apapaia
Ballata
Re del silenzio
Pierrot e la luna
Univers
Tango
Cafè, Mexcal e Rosita
Gira nel mio cerchio
Cane
Resta

Il vento
Istanbul
Santiago
Eroi nel vento
La preda
Tex
Cangaceiro

6 commenti

  • Avatar di Fanta

    (…) quant’è stupido pretendere a voce alta che “non si faccia politica”, ad un concerto dei Litfiba.

    Sottoscrivo. E applaudo.

    P.s. Presente il 16 luglio al loro concerto nella cornice del Rock in Roma. Ci si vede in giro.

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  • Avatar di nxero

    17 Re è sempre nel cuore, io vado ad Asti sabato!

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  • Avatar di Simone Amerio

    Visti sabato ad Asti. Quasi due ore e mezza di concerto alla loro età è tanta roba.
    Sui pistolotti politici, mi stupisco di chi si stupisce: I Litfiba e soprattutto Pelù son sempre stati di sinistra (ed anche un po’ demagogici va detto). Ho avuto in ogni caso la sensazione che ci fossero molti meno boati rispetto a quel che si poteva aspettare a dimostrazione che i Litfiba piacciono in maniera trasversale. E quante magliette metal tra il pubblico

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  • Avatar di Cattivone

    Ero presente a Padova, nella cornice dello Sherwood Festival, probabilmente la migliore possibile per questa esibizione.

    Copio/incollo due righe che avevo scritto il giorno dopo il concerto a un mio amico che non era potuto venire:

    Sono rimasti sul palco per due orette e mezzo, e non era scontato.

    L’ambiente si prestava bene ad intermezzare le canzoni sia per presentarle che per raccontare aneddoti, ma soprattutto per sputare veleno contro politici, governo e situazione internazionale. Applausi facili per carità, ma io apprezzo sempre.

    È la terza volta che li vedo dal vivo, la fauna era più omogenea delle scorse volte: eravamo quasi tutti vegliardi. La maggior parte dei pezzi di 17 re io non li avevo mai sentiti dal vivo e onestamente pensavo non rendessero neanche bene, invece è stata una magia. Resa impeccabile, pezzi che sai a memoria e pur non essendo gli inni folk metal da birreria a cui sono abituato ti ritrovi a cantarli a squarciagola abbracciando il vicino. Un pogo timidissimo è partito su “gira nel mio cerchio” e solo intorno a me. Io ho anche partecipato, ma è stato subito sedato. Non lo so, sembrava gente che non era mai stata a un concerto, ci hanno apostrofato con severità, come se ci fossimo messi a pogare dal nulla in fila chessò, all’Ikea. Piero ci incitava pure a pogare ma si fermarono tutti. Vabbè, c’ho guadagnato qualche posizione.

    I pezzi classici extra (sempre del periodo Maroccolo Aiazzi) erano stati un po’ riadattati, o si era sminchiato l’audio, non lo so, certo è sempre bello sentirsi sparare in faccia “Santiago”, ma il piatto forte era il quarantennale, e non ha deluso.

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  • Avatar di El Baluba

    ho aspettato solo oggi per leggere l’articolo dato che aspettavo questo concerto con tantissime aspettative e non volevo sapere niente di niente, sia sulla scaletta che sul livello della performance. Per me “Terremoto” fu un bel colpo visto che all’epoca avevo dodici anni ed ero stato da poco fulminato da For Whom The Bell Tolls ascoltata per sbaglio a casa di un cugino, e non pensavo che anche in Italia esistessero gruppi del genere. Non sapevo ovviamente niente del passato new wave, di Maroccolo e tutta sta robba qua, ma Dimmi Il Nome e Maudit erano bella robba alle mie giovani orecchie. Poi, nel tempo sono andato a ritroso nella loro discografia e mi innamorai alla follia di Desaparecido, mentre 17 Re non riuscivo ad inquadrarlo con tutti quei brani. Poi, non so quando, ma di sicuro molto tempo dopo, ho capito che quello era il mio disco dei Litfiba e che non ho praticamente più smesso di sentire. Risuonano troppe cose della mia vita e ieri è stato praticamente un qualcosa che è andato oltre le mie più rosee aspettative. Anche se Ghigo e Aiazzi erano un po’ arruginiti, il batterista un po’ troppo pestone e Piero alla lunga era un po’ pesantone con tutte quelle filippiche introduttive, non me ne è fregato niente. Non ho smesso un attimo di muovermi e cantare a squarciagola come non mi succedeva da anni, e come tutti quelli che avevo intorno, e poi che vuoi dire a quel basso di Maroccolo…

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    • Avatar di Fanta

      Dove stavi Balù? Eri nel gruppetto di gente saltellante in assetto “light pogo” a circa 30/40 metri dal palco? Altezza palo alto (no, non la scuola americana di psicoanalisi sperimentale) sulla destra rispetto al palco stesso?

      Ho poghicchiato anche io, ma quando mi sono girato a guardare l’energumeno con accento abruzzese sudato come uno che è stato immerso nell’olio mi ha preso male. Mi sono immaginato che avrei fatto la fine di un insetto su carta moschicida. In compenso ho cantato tutti i pezzi a memoria e una tardona della mia età (le donne invecchiano di merda ragazzi, c’è poco da fare) mi ha guardato un po’ adorante dicendo: che voce potente che hai. Grazie al cazzo, le ho detto. Faccio er cantante. In modo amatoriale però, eh. Ci tengo a sottolinearlo. Era una tipa molto simpatica comunque. In generale ho visto bella gente e anche qualche pischello.

      Aggiungo solo una considerazione: 2 ore e mezza di concerto ad alto livello. Ghigo Renzulli non sa suonare, diciamolo. Ha preso anche un paio di stecche. Una sul pezzo iniziale. Però ha un suono. Ha un suo suono.

      Gianni Maroccolo invece è dio. Toscanello in bocca spento, testa china e pedalare a manetta. Grandissimo.

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