Techno-thrash per persone serie: CRYPTIC SHIFT – Overspace & Supertime

Il techno-thrash non è morto solo perché era finito fuori tempo massimo, ma perché vittima di una serie di cose accadute in concomitanza. Una di queste non la notarono in molti, e, a distanza, ripenso spesso a quale sia stato il suo peso nel determinare la fatalità del sottogenere. In sostanza, chiunque suonasse techno-thrash a partire dal 1987 e 1988 in un brevissimo lasso di tempo aveva cominciato ad alzare ulteriormente l’asticella. Fu un errore, perché la nascita del techno-thrash era stato di per sé un evidente innalzamento dell’asticella. A Firenze si direbbe che all’improvviso svariati personaggi presero a cacare un po’ troppo fuori dal vaso: composizioni cervellotiche, lungaggini di ogni sorta e via discorrendo. Musicisti che scrivevano canzoni scordandosi di esser lì per scrivere canzoni, improvvisamente intenti a mettere nero su bianco indigeribili jam session. Questa cosa qui è accaduta pure nel death metal, e non perché non si ebbe l’umiltà di imparare la lezione, ma perché i due fenomeni si verificarono a un troppo breve lasso temporale di distanza. Pensateci bene: mi sono messo a scrivere una recensione e l’ho iniziata con questo pippone alla Gigi Marzullo (eccerto, di solito sei sempre tanto sintetico… ndCiccio). Nomini il techno-thrash, di colpo ti ammali e ti ritrovi più logorroico di ieri.

Cinque anni fa questi talentuosi ragazzotti inglesi incidevano per Blood Harvest, un’etichetta svedese con una sfrenata passione per Gesù Cristo: nei suoi ranghi, infatti, segnalerei in primis Bastard Priest e Black Mass Pervertor, ma anche Diabolical Messiah. Sono i Cryptic Shift, che ho idolatrato all’uscita di Visitations from Enceladus, disco che ancora ricordo benissimo: una suite imponente messa lì all’inizio, quasi una provocazione alla Blood Incantation, dopodiché tre tracce che scorrevano lisce come l’olio. In un’annata fantastica come quella, nei primissimi posti della poll di fine anno misi Armored Saint, i miei semisconosciuti beniamini Hazzerd e i Psychotic Waltz, e sono sicuro che al cento per cento che in top 10 ci fossero pure loro, i Cryptic Shift di Xander Bradley.

L’album stavolta è una assoluta prova di forza, non tanto da parte loro per comporlo, quanto da parte nostra per riuscire ad ascoltarlo e portarlo a termine. Un’ora e venti, signori e signore: in questo consiste Overspace & Supertime, che ad essere onesti avrei intitolato piuttosto Overspace & Supertime (or a Majestic Manipulation of Space and Materia Indeed of Simply Defecating in the Early Morning in Front of a Newspaper), tanto per un discorso di coerenza con loro stessi.

Cercherò ora di essere il più possibile breve: l’album è stupendo se siete predisposti, come lo è il sottoscritto, all’ascolto di questo genere di musica. Altrimenti è una rottura di coglioni. Eppure non è costruito su alcun elemento che faccia pensare al sopraggiungere della noia. La prima suite Stratocumulus Evergaol – quanti spinelli ti devi fumare per scrivere un pezzo intitolato in questo modo, lo sanno in pochi e sono tutti svenuti nei bagni di qualche CPA – cambia faccia un milione di volte, dunque incuriosisce a proseguire per scoprire quel che accadrà fra un momento oppure fra un altro minuto. C’è il cantato pulito, fatto davvero bene, ci sono i Voivod e i Vektor, c’è un momento dall’incedere quasi rock in cui irrompe il growl e sembra uno di quei momenti in cui i Darkthrone si divertivano a fare i giocherelloni citando i loro album preferiti. Inutile che mi metta a descrivere il resto: Overspace & Supertime l’ho ascoltato tre volte fra ieri e oggi, pure di ritorno da una cena che prevedeva tortelli di patate al papero e filetto all’alpina, cioè con una cappella di porcino schiantata sopra la ciccia. Quindi l’ho ascoltato su una digestione difficoltosa, digerendo molto più facilmente i Cryptic Shift che non il resto, perché in fondo ci avevo pure messo tiramisù e grappa. E pure un paio di esclamazioni che potevano tranquillamente valermi un contratto su Blood Harvest.

I Cryptic Shift, dettaglio molto importante, sono passati su Metal Blade. Questi qua pubblicano senza alcun problema i Monstrosity, i Revocation e il gruppo più sconosciuto del mondo. Perché se credono in un gruppo, nonostante non abbia alcun mercato, Metal Blade lo prende e lo valorizza. È una signora casa discografica, se ancora ci fosse la necessità di ribadirlo, e non ha ancora ceduto al tranello dell’estetica e dei singoli le cui fondamenta sono edificate sulla rigidità dei capezzoli. Io voglio un bene infinito a Metal Blade e la riprova è il trattamento riservato ai Cryptic Shift: una produzione migliore di quella ottenuta sul predecessore, ma mai invadente, e una libertà creativa triplicata. Non sono andati a dirgli la suite togliamola, o casomai mettiamola in fondo quando la gente ormai è riuscita ad ascoltare l’album. Gli hanno proprio detto metteteci quante suite volete, e questi hanno fatto una roba che sfida i Mekong Delta più ostici, eppur ascoltabile. E se nel finale di Stratocumulus Evergaol un pochino si perdono, glielo si perdona pure. (Marco Belardi)

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