Avere vent’anni: gennaio 2006

MGLA – Presence

Michele Romani: Ed eccoci giunti all’Ep d’esordio di uno dei più grandi gruppi black metal usciti dopo i 2000, di cui all’epoca si conoscevano solo una manciata di pezzi usciti su Crushing the Holy Trinity, compilation della Northern Heritage per la quale rimando all’esaustiva recensione di Griffar. Che i polacchi potessero avere un futuro più che roseo si capisce già da questo Presence, solo tre pezzi (ovviamente intitolati I, II e III come da abitudine) in cui si comincia a riconoscere quel tipico sound sinistro, tagliente e senza tanti fronzoli che si evolverà nei primi full, culminanti nel capolavoro Exercise in Futility, più che un disco un fenomeno di massa copiato e ricopiato ancora oggi da decine di gruppi. I tre brani qui presenti sono tutti di ottima fattura, ed è un peccato che la band non li riproponga mai dal vivo (non ce n’è traccia neanche nel recentissimo live Torn Aether), anche se il motivo credo sia ascrivibile al fatto che quella piovra umana di Darkside ai tempi non fosse ancora entrato nella band, e lo si capisce credo dopo una decina di secondi di ‘sto Ep visto lo stile molto più dozzinale di Daren, che abbandonerà la baracca subito dopo. Per i pochi che ancora non si sono avvicinati al gruppo polacco, Presence probabilmente non è il miglior approccio, anche se contiene già tutte le stigmate dei dischi della madonna venuti dopo.

ELVENKING – The Winter Wake

Barg: Il terzo album degli Elvenking rappresenta un po’ il giro di boa definitivo del gruppo friulano, che si lascia alle spalle quell’allure artigianale degli esordi per assumere un approccio più professionale, diciamo così. Questo ovviamente porta con sé aspetti sia positivi che negativi, ma Aydan e soci sono riusciti a ridurre al minimo i secondi grazie alla creazione di uno stile fresco e personale che poi ha contraddistinto tutta la loro discografia. The Winter Wake, riascoltato a posteriori, contiene in sé tutte le caratteristiche che diventeranno tipiche degli Elvenking, a partire dal ritorno di Damnagoras alla voce, che si era allontanato giusto il tempo di un disco (Wyrd) per poi tornare e non andarsene più. Questo è comunque uno dei loro dischi migliori: splendida Trows Kind in apertura, con quel ritornello da cantare tutti in coro, ma basta proseguire nell’ascolto e si ritrova la solita successione di bei pezzi in pieno stile Elvenking, che non vale neanche la pena di citare singolarmente perché tanto varrebbe elencare tre quarti di scaletta. Ma, anche qui, non credo di dire nulla di nuovo.

BENIGHTED – Identisick

Luca Venturini: I francesi Benighted non passeranno alla storia per aver inventato chissà che, ma io sfido chiunque a non mettere su un loro disco e divertirsi. Identisick, il loro quarto disco, è pregno di un death grind ignorantissimo, seppur organizzato dentro a strutture ben ragionate. Ascoltate, ad esempio, la canzone Mourning Affliction: parte con un riff accattivante, poi groove, stacco drum ‘n’ bass, di nuovo il riff dell’inizio, poi giù di doppio pedale e blast beat, di nuovo stacco, poi una parte dal piglio latin funk, poi di nuovo giù a pestare e così via. La canzone è un delirio, come il resto dell’ album d’altronde. Che vi devo dire, a me fanno simpatia, e tra questi ventennali è stato quello che ho riascoltato più volentieri.

AXIS OF ADVANCE – Purify

Griffar: L’ultimo atto di sfida, l’ultimo tentativo di fare breccia nell’anima dei blackster più intransigenti da parte degli Axis of Advance, da me più volte celebrati per l’incommensurabile violenza che puntualmente hanno infuso nei loro dischi, probabilmente i migliori di ogni tempo nell’ambito del war black metal. Purify è un mini-album di circa 25 minuti e in questo episodio Vermin, Wör e J.Read picchiano ancora più duro, le influenze grindcore già palesate in The List e Obey diventano ancora più marcate rendendo le loro composizioni aggressive come mai più nessuno, caotiche, al limite dello schizofrenico. In Purify gli Axis of Advance distruggono tutto, lasciano agli altri solo un deserto di macerie sbriciolate nel quale è letale addentrarsi, meglio starne alla larga. Difatti lì non si mai avventurato nessuno, nessuno ha raccolto l’eredità del trio canadese, nemmeno i Revenge che degli Axis of Advance sono diretti discendenti. Un gruppo criminalmente sottovalutato, in grado di scrivere pagine e pagine di tutorial su come si compone black metal impostato sulla violenza parossistica, privo di melodia e di atmosfere. Solo violenza distruttrice, da mal d’orecchie. Avrebbero meritato di entrare nella storia, ma a quanto pare anche i blackster hanno un limite di sopportazione alla catastrofe sonora; non tutti, c’è chi li considera leggendari ed uno ce lo avete qui davanti. Qualis artifex pereo.

ZIPPO – Ode to Maximum

Barg: Il debutto degli Zippo da Pescara è particolarmente importante perché rappresenta il primo passettino che poi porterà alla nascita del Tube Cult Fest, ovvero il Roadburn che più sentiamo come nostro – nonché l’unico Roadburn possibile, dopo la piega terrificante che il festival di Tilburg ha preso negli ultimi anni. Voce e anima degli Zippo è infatti Davide Straccione, futuro organizzatore del Tube Cult nonché fondatore degli Shores of Null, che però con gli Zippo non c’entrano assolutamente nulla. Qui siamo dalle parti di uno stoner rock metallizzato (o uno stoner metal abbastanza leggero, se preferite) che si ibrida con fascinazioni grungettone dei primi ’90 (evidenti in episodi come Forgotten Season o The Elephant March), viaggioni post-rock (la strumentale Night Jam su tutte) e uno stile vocale che risente dell’indie italiano sempre anni Novanta. Ode to Maximum è un bel gioiellino di musica per fattoni come piace a noi: certo, in alcuni punti si percepisce una certa ingenuità, ma ciò contribuisce al fascino della cosa. Purtroppo l’ultimo lavoro degli Zippo risale ormai a dieci anni fa, e non si hanno notizie certe sul futuro della band.

WYRD – The Ghost Album

Michele Romani: The Ghost Album si può per certi versi definire (assieme al successivo Kammen che suona praticamente identico) il disco della virata katatonica da parte di Tomi “Narqath” Kalliola e della sua creatura Wyrd, un lavoro che mette quasi completamente da parte il lato più folk e black atmosferico dei precedenti lavori in favore di un suono più sul classico melodic-doom andante. I riferimenti ai Katatonia di metà ’90 (tributati dallo stesso Narqath con In Silence Enshrined nella compilation dedicata al gruppo svedese uscita nello stesso anno) sono piuttosto palesi soprattutto nella parte iniziale del disco, vedasi My Ghosts e Daughter of The Forests, con quelle chitarre a cascata e quel sound ultraminimale che conosciamo sin troppo bene, mentre nella seconda parte si ritorna alle origini con le splendide They Daylight Dies, non a caso i due pezzi migliori del lavoro, con tanto di parti cantate in pulito di grandissimo effetto. Non siamo di certo di fronte al più grande disco degli Wyrd, ma devo dire che, riascoltandolo adesso, mi piace molto di più rispetto a vent’anni fa, anche se il fattore originalità non è esattamente la sua forza.

DRAWN AND QUARTERED – Hail Infernal Darkness

Luca Venturini: I Drawn and Quartered sono una band che ha sempre fatto dei buonissimi dischi, ma ha vissuto perennemente all’ombra di due gruppi che suonano lo stesso tipo di death metal, ovvero Immolation e Incantation. A guardare tutta la loro discografia non si riesce a trovare un disco sottotono. Forse manca un vero capolavoro, ma la qualità di ciascun loro album è sempre stata più che buona. Anche Hail Infernal Darkness, quarto full della loro carriera, è un lavoro di tutto rispetto, potente, melodico e ispirato. Già che ci siamo, ascoltatevi pure il più recente Lord of Two Horns, uscito l’anno scorso a giugno, che, manco a dirlo, sa il fatto suo.

NOCTURNAL DEPRESSION – Nostalgia. Fragments of a Broken Past

Griffar: Il debutto dei francesi Nocturnal Depression, uscito dopo una manciata di demo nel 2006, dapprima in versione Cd-R dalla durata poderosa di 75 minuti in poche copie autoprodotte (oggi difficilmente reperibile), e successivamente edito più volte con una tracklist diversa e alleggerita del brano Suicidal Metal Anthems, che è un medley di pezzi di My Dying Bride, Katatonia, Burzum, Gorgoroth e Nargaroth. Questo è Nostalgia – Fragments of a Broken Past, primo episodio di una carriera fortunata che perpetua tuttora la musica tipica del duo composto da Lord Lokhraed (ragazzo dalla mano sinistra deforme eppure in grado di suonare la chitarra come se la menomazione non esistesse) ed Herr Suizid, che gli strumenti li suona tutti ma non ha mai voluto presenziare ai concerti dal vivo, tant’è che da un po’ di tempo un secondo chitarrista fa parte della formazione stabile della band per agevolare lo sforzo di Lokhraed, che pure canta. E canta in modo straziato pezzi lenti, ipnotici, ripetitivi e dannatamente d’effetto, che solo a tratti si sganciano dal tipico schema del depressive black velocizzandosi, quantunque le composizioni rimangano sempre piuttosto semplici, basilari, quindi la maggior velocità non esaspera mai la proposta originale. Il DSBM punta tutto sull’atmosfera, in questo si può affermare che i Nocturnal Depression siano tra i migliori esponenti del genere, e Nostalgia è un ottimo punto di partenza. Se ancora non ne conoscete l’arte, sappiate che ad oggi la loro discografia è piuttosto corposa (10 album e svariati altri titoli). Sono anche molto coinvolgenti dal vivo, se vi capita a tiro un loro concerto non mancate.

PAGAN ALTAR – Judgement of the Dead

Barg: Questo disco in teoria non c’entrerebbe molto con la rubrica dei ventennali, perché non è altro che la ristampa del primissimo demo eponimo dei Pagan Altar, registrato nel 1982 e già ripubblicato col nome di Volume 1 nel 1998. E vent’anni fa, probabilmente per sopperire alla scarsa reperibilità del materiale predetto, la genovese Black Widow decise di farne una ristampa cambiandone però nome e copertina. Scelta curiosa di cui sinceramente non conosco le motivazioni. Comunque sia, questo album (in qualunque versione) è una perla assoluta del doom metal della vecchissima scuola, che dimostra come i Pagan Altar fossero un gruppo incredibilmente all’avanguardia per i propri tempi. Come ha scritto qualcuno, se i druidi suonassero lo farebbero esattamente così. Imprescindibile per chiunque.

SAMAEL – Era One

Michele Romani: Ai tempi si discusse molto dell’effettiva utilità di Era One, descritto inizialmente come un progetto parallelo di Vorph e Xy, con quest’ultimo ad occuparsi per intero della composizione, sia per quel che concerne il disco 1 (denominato per l’appunto Era One) che per il disco 2, Lessons in Magic #1 , quest’ultimo interamente strumentale. Morale della favola, alla fine l’album è stato fatto passare per un nuovo Samael a tutti gli effetti, visto che i connotati delle ultime produzioni della band svizzera ci sono tutti, in questo frangente estremizzati in quella che definirei proprio musica electro-industrial con qualche spruzzata di metal qua e là. Se nei due pezzi iniziali Universal Soul e Sound of Galaxies qualche rimando alle sonorità di Reign of Light effettivamente c’è, col prosieguo dell’ascolto il disco parte un po’ per una tangente tutta sua, tra sperimentazioni varie, momenti al limite del danzereccio e in generale un formato-canzone – nel senso classico di strofa-ritornello – totalmente assente. Sicuramente un’opera coraggiosa, soprattutto per quanto riguarda la seconda parte interamente strumentale che si muove su territori al limite dell’ambient-tribale, e che non nego che qualche sbadiglio me l’ha procurato.

ARCTIC MONKEYS – Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not

Luca Venturini: L’esordio degli Arctic Monkeys fu un successo enorme. Quando frequentavo quei due-tre posti a Verona dove facevano musica dal vivo (qualcuno si ricorderà l’Interzona) si sentiva solo parlare di quel disco. Su MySpace, il social network che andava forte allora, si poteva mettere una traccia musicale ad accompagnare il profilo di una persona, e ricordo che su dieci profili almeno la metà avevano un brano loro. Per non parlare delle conversazioni nei forum. Gli Arctick Monkeys di qui, gli Arctic Monkeys di lì. Tutti ci avevano perso la testa. A me facevano cagare. Pesanti, logorroici, le loro canzoni mi suonavano, e ancora mi suonano, fastidiose e mi fanno venire il nervoso. Ho ascoltato e riascoltato questo disco, ai tempi, e non ci trovavo niente di piacevole. Ma proprio zero, nessun passaggio, nessuna melodia, nessun groove. Riconosco d’altro canto che avessero una proposta più strutturata e un approccio più professionale alla musica rispetto alla maggior parte delle band nate durante il periodo revivalistico post punk allargato dell’epoca. E infatti sono in giro ancora oggi con notevole successo. Tanto di cappello quindi. Però, oh, che due maroni.

RHAPSODY – Live in Canada 2005. The Dark Secret

Gabriele Traversa: Questo Live in Canada è il primo album dal vivo dei Rhapsody. È un buon disco, anche se (ANCHE SE) non c’è nessun pezzo da Legendary Tales, e, se le malattie e la morte non si augurano a nessuno, un bel raffreddore col catarro che fuoriesce pure dalle orecchie e dall’ano spero sia venuto sia a Turilli che al suo sodale Staropoli non appena rientrati in camerino. Il pubblico di Montréal (col quale Lione si dimostra sempre cortese, socievole e simpatico) è entusiasta, i nostri mighty warrior sanno il fatto loro e i brani dall’ultimo disco dell’epoca, Symphony of enchanted lands pt. 2, funzionano e coinvolgono (la fomentona Unholy Warcry non ha certo bisogno di presentazioni, ma una nota di merito va anche alla sottovalutatissima Erian’s Mystical Rhymes, tra i migliori pezzi della seconda parte di carriera dei triestini)  Un live che è anche una sorta di loro epitaffio, perché di lì a poco, come tutti sappiamo, cambierà il nome e anche la storia.

JENNY LEWIS & THE WATSON TWINS – Rabbit Fur Coat

Barg: Vi ricordate Il Piccolo Grande Mago dei Videogames? Se siete della mia generazione sicuramente sì: era un film del 1989 in cui un ragazzino autistico, accompagnato dal fratellino e da una loro coetanea dai capelli rossi, percorre gli Stati Uniti per partecipare a un torneo di videogiochi. C’era anche Christian Slater, che mi pare facesse il padre dei due bambini, e tutto era incentrato su un massiccio product placement dei titoli Nintendo, con la fase finale del torneo dedicata a Super Mario Bros. 3, allora in fase di lancio. Durante i vari passaggi in televisione ricordo che io e svariati miei amichetti ci eravamo presi una mezza cotta per la ragazzina, all’epoca tredicenne, quindi pure più grande di noi. Una quindicina d’anni più tardi mi capitò poi di vedere un video musicale che mi prese abbastanza bene, un pezzo country chiamato Rise up with Fists cantato da una tipa dai capelli rossi di nome Jenny Lewis. Poi ho scoperto che quest’ultima era proprio la ragazzina del film, e che questo disco country dai toni sommessi e sardonici era il suo debutto discografico. Se anche a voi batteva il cuore quando guardavate Il Piccolo Grande Mago dei Videogames e siete curiosi di sapere com’è cresciuta la piccola attrice, cliccate qui.

ANTI – The Insignificance of Life

Griffar: Nel 2006 esordiscono con The Insignificance of Life i tedeschi Anti, nominalmente un gruppo depressive black, tuttavia privi di molte delle caratteristiche peculiari del sottogenere. Divenuti un culto quasi istantaneamente, per via della totale misantropia che ne ispira immagine e testi (e forse per via della qui presente cover di Mourning Soul degli Absurd, mi sa tanto), gli Anti scrivono pezzi brevi, succinti, mancanti della monotonia e della ripetitività che caratterizza il depressive pur mantenendone inalterata la struttura semplice ed essenziale di ogni canzone. The Insignificance of Life non arriva alla mezz’ora di durata, i due pezzi più lunghi sono da 6 minuti, altri tre (di sei totali) nemmeno arrivano ai 4; ci sorprendiamo ad ascoltare dei blast beat ma non restiamo a bocca aperta per via di trame complesse e riff astrusi: la musica degli Anti è basilare come una dichiarazione di odio eterno per un nemico. Non ci sono tante parole da dire in questo caso, le poche che servono esprimono efficacemente il concetto. Per questo The Insignificance of Life è così sintetico, anti-human anti-life come black metal comanda nei casi più estremi di disprezzo per l’umanità ed isolazionismo. Il loro secondo album omonimo, uscito nel 2021, aderisce maggiormente ai criteri classici del depressive ma il loro esordio proprio no, difatti secondo me non ha alcun senso considerarlo tale. Eppure così è, che ci posso fare? Pure loro assai poco prolifici, oggi contano un EP, due split e due full in oltre 20 anni di vita. Specialmente le versioni in vinile dei loro titoli hanno prezzi da capogiro, come si conviene ad ogni cult band che si rispetti. Se vi viene in mente l’idea di cercarli io vi ho avvisati.

GORY BLISTER – Skymorphosis

Luca Venturini: Skymorphosis arriva a sette anni di distanza dal disco di debutto Art Bleeds, notevole lavoro di death tecnico con il quale la band si era fatta notare. Skymorphosis, se non ricordo male, fu accolto generalmente bene, però dal mio punto di vista manca di alcune cose fondamentali che invece aveva l’esordio. Innanzitutto è un disco tutto di testa e per niente di istinto. Non c’è un vero momento liberatorio e anche le parti più dritte e dirette suonano troppo ragionate. Secondo, mancano le melodie. Anche riascoltandolo per scrivere questa recensione, a distanza di anni dall’ultima volta che ci ero passato sopra, non c’è una melodia che spicchi, che sia accattivante. Sento della gran tecnica e delle belle strutture ma all’ interno di queste il vuoto. È un peccato perché rispetto all’esordio la band si era un po’ sganciata dall’influenza totalizzante dei Death, però, ripeto, nonostante la cura, nonostante la tecnica, alla fine, personalmente, non mi rimane niente.

SACRED STEEL – Live Blessings

Barg: Dopo cinque album in studio, i Sacred Steel decidono di fare uscire un disco dal vivo di venti canzoni per oltre un’ora e mezza di musica. Fate voi i calcoli. Qua dentro ci sono più o meno tutti i pezzi spaccaculo della prima parte della discografia dei Sacred Steel, roba che solo a nominarla mi tremano le mani: Victory of Black Steel, Carnage Rules the Fields of Death, Slaughter Prophecy, We Die Fighting, Sword of the King, Heavy Metal to the End e il resto lo lascio alla vostra immaginazione. All’epoca erano nel pieno della loro fase più ignorante, quindi i pezzi vengono resi tendenzialmente in maniera ancora più violenta e cafona degli originali, con Gerrit Mutz che cerca di usare il growl il più possibile e gli altri membri che abbaiano di sottofondo manco fossero gli Agnostic Front di quarant’anni fa. Roba che dovete stare attentissimi quando lo ascoltate in cuffia per strada, ché se qualcuno malauguratamente dovesse urtarvi o rispondervi male rischiate di farvi venire un raptus e prenderlo a testate in bocca finché non muore. C’è pure una cover di Battle Cry degli Omen, che dopo un’ora e mezza di Sacred Steel sembra di stare a sentire un delicato notturno di Chopin. E in allegato c’era è pure il Dvd con l’intero concerto, che per la cronaca era a Ludwigsburg, nel Baden-Württemberg. In definitiva un disco imprescindibile per tutti i fan del vero metal, di Conan che decapita i nemici e della pucchiacca. Se però queste cose non vi piacciono, probabilmente non apprezzerete neanche Live Blessings.

ALTAR OF PERVERSION – Adgnosco Veteris Vestigia Flammae

Griffar: Adgnosco Veteris Vestigia Flammae è un EP uscito solo in versione vinile 10”, contenente due lunghi brani di black metal cupo e atmosferico abbastanza elaborato. Temporalmente si colloca tra il debutto di ultraculto From Dead Temples (Towards the Ast’ral Path), uscito per End All Life nel 2001 e diventato seduta stante un classico dell’occult black, nero come la pece e denso come il catrame, che cela al suo interno ritualità demoniache di primissimo livello, e il più recente Intra Naos pubblicato nel 2018, che vede il gruppo toscano proporre black metal sempre dal forte connotato religioso/filosofico ma in modo più acido, lisergico, complesso, sicuramente più tecnico dal punto di vista strumentale e compositivo ma anche tanto più ostico da comprendere, data anche l’estrema lunghezza del lavoro (poco meno di due ore). Adgnosco Veteris Vestigia Flammae è più vicino all’album di debutto, i due pezzi sono più lineari, aperto il primo e chiuso il secondo da effetti ambient molto oscuri che poi si collegano alla musica black più immediata mai proposta dalla band. Tolta la demo di debutto e lo split 7 pollici con i Goatfire, la discografia della band toscana in quasi 30 anni di esistenza è tutta qui, pertanto questo EP è un valido punto di partenza per esplorare la loro musica. Su YouTube c’è, se ci si vuole fare un’idea, ma meglio sarebbe procurarsi il vinile, difficile ma non impossibile.

BLACK FLAME – Conquering Purity (Litaniæ Ex Damnatorum Regno)

Luca Venturini: Non ho mai capito se i Black Flame siano un gruppo death che suona black o un gruppo black che suona death. Potrei rispondermi da solo con la prima opzione, ma ogni volta che li ascolto mi viene sempre questo dubbio. Avrete letto da mille altre parti che il loro suono è definito come freddo, malvagio, eccetera. Ed è tutto vero. La malvagità della quale sono pregni in particolare i primi tre album, ovvero The Third Revelation, Torment and Glory e, appunto, Conquering Purity (Litaniæ Ex Damnatorum Regno), è sconcertante. Stilisticamente non cambia molto tra i tre, se non che tra l’uno e l’altro si sente una miglior tecnica strumentale e una maturità compositiva che comunque era già evidente fin dall’ esordio. Questo è il mio preferito soprattutto per via della seconda parte, quella da Totalitarian Satanic Monolith (brano scritto dal leggendario Peter Kubik) in poi, che è un crescendo devastante di cattiveria.

NORTHER – Till Death Unites Us

Barg: La parabola dei Norther è piuttosto strana. Il debutto era un capolavoro, una roba assurda che non si capisce come gli sia riuscita e che non hanno poi più replicato né da un punto di vista stilistico né tantomeno qualitativo. Il secondo, Mirror of Madness, era proprio brutto e scemo, nel senso che partiva con due pezzi belli/carini e poi diventava uno di quei dischi che ti fanno chiedere come gli sia venuto in mente di registrare ste cose, peraltro scimmiottando i Dimmu Borgir dell’epoca. Anche il terzo Death Unlimited cambiava parzialmente genere e aveva un paio di pezzi belli/carini, ma pure in questo caso il resto era trascurabile; e non infierisco giusto perché non lo riascolto da anni (e non è un caso, credo), quindi a parte il suddetto paio di pezzi ne ho un ricordo abbastanza vago. Questo quarto disco prometteva quindi di essere ciò che una nostra vecchia conoscenza avrebbe definito un mostruoso cacatone, e invece no. È carino. In certi punti addirittura bello, anzi, persino bellissimo. C’entra poco coi precedenti, dato che pure qua c’è un cambio stilistico abbastanza netto, ma stavolta Petri Lindroos e soci fanno centro. La migliore è senza dubbio Omen, con un ritornello strappacore in voce pulita, ma a dire la verità di pezzi memorabili ce n’è più di uno. Poi in questo periodo i Norther devono avere avuto qualche problema con le ragazze, perché i testi oscillano tra la straziante canzone d’amore (sempre alla finlandese, quindi con l’oggetto del desiderio in punto di morte o cose del genere) e il sempiterno sono tutte puttane. A parte quindi il primo Dreams of Endless War, irraggiungibile per loro e per chiunque si sia mai cimentato in quel genere, Till Death Unites Us rimane il migliore dei Norther, piacevolissimo anche a distanza di vent’anni.

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