Orecchie sanguinanti e metallo rovente: Helicon Metal Festival V – Varsavia, 21/22.03.2025

L’Helicon Metal Fest, ormai alla sua quinta edizione, è diventato un culto. Ne avevamo già parlato ed è inutile ripetervi i nomi ospitati nelle edizioni passate che, tra gruppi noti e meno noti, hanno creato una nomea meritatissima nell’underground di un genere che oggi in pochi sembrano sostenere attivamente.

Questa pare sarà anche l’ultima edizione che si terrà nel club Odessa, immagino a causa in parte delle difficoltà logistiche incontrate sin dal primo giorno (cessi sfondati, ecc). La cornice era però bella scanzonata e aggiungeva un’aura di avventura alla manifestazione. Il luogo è conformato in maniera tale che la platea si sviluppa in orizzontale tutto intorno al palco, visto che questo si trova ad un lato della sala e non sul fondo, come succede di solito. Un tantino strano ma comunque efficace, visto che quest’anno il locale è pieno fin dall’inizio, e per questo motivo le prime esibizioni risultano meno “rimbombanti” e più nitide.

Un altro aspetto positivo è appunto quello appena accennato, ovvero che quest’anno la voce si deve essere sparsa ancora di più, e, se già c’erano avventori che arrivavano da altri Paesi o continenti negli anni anni passati, ho la netta impressione che quest’anno ce ne siano ancora di più. Tutti segni incoraggianti. Io come al solito mi sono munito di biglietto early bird per entrambi i giorni, quando ancora non era stato annunciato nemmeno un gruppo. Anche se incontrando mr. Mateusz Drzewicz della Ossuary Records, in giro per altri eventi, avevo avuto l’anticipazione che i Rascal, per esempio, ci sarebbero stati.

VENERDÌ 21 MARZO

Dodici gruppi divisi in due giorni, sei il venerdì e sei il sabato, dunque. Causa solito traffico allucinante della capitale riesco ad arrivare giusto quando attaccano il primo pezzo i METALLUS, che giocano in casa. Presto vi parlerò di questo trio, anche perché scopro subito che al loro banchetto, oltre al bellissimo e ambizioso Funeral of the Sun, doppio album di due anni fa, c’è anche un disco nuovo di zecca, uscito senza preavviso e venduto per la prima volta per l’occasione. Si intitola We’re All Doomed e, se non l’aveste capito già, tratta di doom ma anche di epic. Un connubio perfetto. I Metallus li avevo già visti dal vivo e mi avevano fatto una grande impressione: pezzi lenti ed epici, pesanti, lunghi ma ipnotici, grazie ai ritornelli che diventano mantra veri e propri, che anche chi non conosce al terzo giro si ritrova a cantare a squarciagola, facendo gesti bellicosi tipo pugni alzati o segni di gole tagliate. Semplici, bravissimi a scrivere le canzoni giuste e a coinvolgere i presenti. Vi anticipo che non saranno in tanti a fare di meglio tra i gruppi che li seguiranno.

Rascal

Però dopo ci sono i RASCAL, anche loro di Varsavia. Anche di loro vi avevo già parlato. Uno dei motivi principali per cui sono qua stasera è perché volevo rendermi conto, in prima persona, se fossero in grado di bruciare tutto con la loro velocità di esecuzione frenetica e la bravura che li ha portati a crescere in maniera terrificante sull’ultimo Lost Beyond Reason, rispetto al precedente Ep Headed Towards Destruction. La conferma l’ho avuta. I Rascal distruggono tutto ciò che si para loro davanti, con la frenesia tipica di chi è giovane e ha sempre fretta, quella stessa energia ma anche una bravura che poco lascia al caso. Chitarre armonizzate alla perfezione, urla lancinanti del cantante Kacper, e addirittura, come avranno modo di dirmi quando li avvicinerò per congratularmi alla fine dell’esibizione, l’utilizzo di un metronomo. Il batterista Krzysztof viene persino accusato dai compagni di volere alzare i ritmi. Tecnica e velocità non sono tutto, ovviamente, ma vedere un numero circense del genere non può non strappare più di un sorriso. Una cosa aggiungerei sui Rascal: in un mondo in cui le nuove leve NWOTHM, anche giustamente, schifano i suoni troppo moderni, loro si possono permettere questa licenza poetica. Seppure lontani dall’essere di plastica, i Rascal sono comunque una banda moderna con suoni moderni, che suona uno stile più o meno tradizionale ma con i piedi piantati negli anni di questo secolo, e credetemi se vi dico che per una volta la cosa non mi dispiace affatto.

Midnight Force

L’impressione è che i primi due gruppi abbiano portato l’asticella un bel po’ in alto, ed è quindi fisiologico che questa si abbassi successivamente. I MIDNIGHT FORCE da Glasgow fanno un metallo a tratti epico e a tratti più sbarazzino, con un cantante che si presenta in divisa rigorosamente hippie con foulard che sembrano presi in prestito da Steven Tyler. La sensazione è che quando spingono sull’acceleratore i pezzi funzionino assai meglio di quando vogliono essere epici o più riflessivi, nei quali casi finiscono per annoiare, alla lunga.

 

Dopo però ci sono i belgi SCAVENGER, perfetti rappresentanti della tradizione della gloriosa Mausoleum Records, etichetta che se non conoscete potete solo vergognarvi. I belgi fecero uscire Battlefield nel 1985, un disco all’acciaio temprato diventato ormai culto, facendo poi perdere le loro tracce fino a pochi anni fa. L’anno scorso è uscito Beyond The Bells, che è fico. Dal vivo si vede che sono scafati e la formazione è completamente rinnovata, senzo nessun vecchio membro della loro precedente incarnazione. Brava la bionda e minuta Tine Callebaut, che tiene il palco molto bene incitando gli spettatori. La risposta è buona e il livello è professionale. Una bella esibizione al sapore di guanto d’acciaio. Il loro heavy metal è quanto di più tradizionale, ed è un gran bell’intrattenimento.

Stormburner

Medieval Steel

Oramai mancano solo due gruppi alla fine: il gruppo successivo sono i simpaticissimi svedesi STORMBURNER, che nelle loro canzoni dicono cose tipo “metal in the night”, che è come dire “rosso di sera, bel tempo si spera”, e il cui cantante ricorda a tratti Morby e a tratti Eric Adams quando si fa più luciferino e sbraita con quella voce incazzata. Carino anche il loro album Shadow Rising del 2019. Tutto è molto metallico, e infatti lasciano il palco dopo che Micke, il cantante, urla “we will return”. Proprio come alla fine di ogni concerto dei Manowar.

Gli headliner di serata sono i MEDIEVAL STEEL, di cui tutti noi cultori der metallo dovremmo avere da qualche parte, se non addirittura gli ultimi più moderni album, l’Ep o quantomeno qualche raccolta comprata principalmente per sentire il loro vero inno, ovvero quella Medieval Steel che è epica ma ha pure un ritornello superacchiappone, che infatti il redivivo Bobby Franklyn non riesce manco a cantare, tale è la foga del pubblico. I Medieval Steel sono, se si può adattare questa definizione per questo genere, una vera e propria one hit wonder. A me piacciono, e ci sono altre belle canzoni che ascolto sempre molto volentieri, come Lost in The City, Warlords o Tears in the Rain, per citarne alcune. Però è innegabile che il loro status di culto sia costruito principalmente attorno a QUELLA CANZONE LÀ. Con ciò non voglio dire nulla di negativo: è essenzialmente un pezzone della madonna e loro meritano l’immortalità anche solo per quella. Per Bobby Franklin poi, vale lo stesso discorso che feci l’anno passato per Michael Podrybau dei Glacier. Gli artisti di una certa età che si mantengono freschi e capaci così a lungo sono merce rara. Menzione speciale per il chitarrista Jeff Miller e la sua Les Paul dal suono caldo e pieno, stupendo. Lui è anche parecchio valido tecnicamente e ce lo fa sentire. Sembra un commesso del Wallmart nella sezione degli attrezzi da giardino, e su Metal Archives non c’è menzione di nessun altro gruppo di cui abbia fatto parte precedentemente. Però quando imbraccia il suo strumento ci fa vedere i sorci verdi. Un bravo al sig. Franklin dunque, per avere trovato la gente giusta da cui far ripartire il suo antico progetto.

SABATO 21 MARZO

Il secondo giorno inizia sempre alle cinque spaccate e il timore è quello di finire come l’anno prima, ovvero non in grado di godere appieno dell’ultima esibizione, che quest’anno tocca ai Wytch Hazel, a causa della stanchezza. Qua non ci sono prati dove sedersi o zone relax, a parte poche sedie nello scalcagnato cortile esterno.

Aardvark

Dall’Australia ecco gli AARDVARK, il cui Tough Love a me è piaciuto parecchio. Sono un uomo semplice: copertina ad effetto, suono ruvido e di puro heavy metal dell’epoca d’oro, con voce sgraziata ed efficacissima, in più un nome che oltre a ricordare uno storico gruppo prog degli anni settanta, è preso da un simpaticissimo animaletto parente del formichiere. Stranamente però nativo dell’Africa subsahariana e meridionale. Voglio dire: l’Australia pullula di creature bizzarre, e allora perchè non omaggiare chessò un vombato (il mio animale preferito) o un canguro arboricolo? Ma va bene così: viva gli Aardvark e il loro heavy metal ad alto contenuto testosteronico.

Dolmen Gate

I DOLMEN GATE, invece, sono tra quelli che mi hanno impressionato di meno, se devo essere sincero. Metallo epico molto standard (e in sé nulla di male) ma senza particolari guizzi, e in più a volte la cantante non mi pare nemmeno in tono con il resto dei sodali, dando delle sensazioni non propriamente piacevoli. Non so se sia uno stratagemma voluto per trasmettere chissà quali sensazioni, ma a me non piace particolarmente. Mi fermo qua perché non mi piace parlare male gratuitamente di bande emergenti e nei Dolmen Gate la passione c’è. E si vede. Continuassero sulla loro strada, che è comunque quella del metallo. La strada giusta.

Toxikull

Da qua in poi è tutto in crescendo, con gli svedesi HELVETETS PORT che  hanno ormai più di vent’anni di carriera alle spalle e i cui pezzi funzionano sempre dal vivo, immagino. Anche io, che non avevo ancora sentito il loro recente Warlords prima del pomeriggio stesso, mi trovo a cantare i ritornelli di Wasteland Warriors e altre canzoni come se le conoscessi da anni. Ottimo segno.

I portoghesi TOXIKULL però sono forse il punto forte della serata. Li avevo già visti con i Venator in un’altra occasione ma non avevano suoni strabilianti; stavolta sono molto più quadrati e chiari. E non fanno prigionieri. Una dimostrazione di forza e perizia che convince appieno, levandomi tutti i dubbi che mi erano rimasti dalla volta precedente. Potenti, taglienti, al fulmicotone e tellurici. Li guardiamo tutti ammirati, pensando all’articolo del Belardi.

Gli ultimi due nomi della seconda ed ultima serata sono nell’ordine TORANAGA e i Wytch Hazel. I primi io li ho sempre conosciuti come gruppo minore della scena thrash metal inglese degli anni Ottanta, con due buoni dischi all’attivo in quei tempi: Bastard Ballads e God’s Gift. Per qualche motivo sembrano essere davvero un gruppo di culto da queste parti, e mettono su un bel baraccone, che tra i classici e i pezzi più recenti dà una spruzzatima di thrash all’evento, che ogni anno dovrebbe ormai avere questa opzione da qualche parte, per variare un po’ la proposta. Mark Duffy c’è. I Toranaga (oramai chiamati Toranaga UK per distinguerli da non so quali altri Toranaga) ci sono. Chiudono con una cover: Madhouse degli Anthrax, tra il prevedibile giubilo delle folle, incluso il vostro affezionatissimo con una bella spina bionda in mano.

Wytch Hazel

Quando i WYTCH HAZEL si presentano sul palco, tutti vestiti da bianchi druidi della foresta di querce da sughero magiche intorno alle quali brucano gli unicorni selvaggi, almeno metà degli astanti ha la palpebra calante, e purtroppo la sala inizia a svuotarsi. Il loro heavy rock di thinlizzyana memoria, con qualche spruzzata di Wishbone Ash qua e là ma irrobustito da decenni di esperienze ancora più elettriche, è suonato alla perfezione, con le melodie di chitarre eseguite all’unisono dalle due bianchissime Les Paul. Un salto nel passato ma con una certa verve, per questi giovanotti del Lancashire, la cui discografia è ormai nutrita e non  ha particolari punti deboli, sempre che vi piaccia quella variante più raffinata che prepotentemente si rifà a quei nomi che accesero la fiamma che diede vita alla NWOBHM, ormai tanti e tanti anni fa.

La serata finisce ed è sempre una bellissima sensazione: quella di avere partecipato ad un evento che conta e che è in crescita esponenziale. La raccomandazione è sempre quella: comprate magari meno costosissimi biglietti per serate uniche di gruppi strafamosi che di sicuro non hanno bisogno del vostro aiuto, e date una mano, con un tagliando da 50-60 euro, a una organizzazione che in futuro darà sempre più soddisfazioni, se debitamente supportata. Grazie ancora, Helicon Productions e Ossuary Records, per le grandi serate di puro divertimento! (Piero Tola)

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