La vittoria della sconfitta: PRIMORDIAL – How it Ends

Ve lo può confermare praticamente chiunque. Chiunque li abbia visti dal vivo. Anche il pizzicagnolo sotto casa, sempre che abbia avuto la fortuna di sentirli suonare su di un palco. I Primordial dal vivo spaccano. Sono devastanti. L’ha detto pure Ciccio, che non li segue mica. E io confermo, anche se pure voi ne saprete qualcosa, dai. Quando li ho visti io, tour di Where Greater Men Have Fallen, se Alan Averill avesse detto “ora armatevi di bastoni, sassi e fionda e seguitemi contro i carri armati del Commonwealth” io ci sarei stato. Giuro. Anzi, a dire il vero avrei cercato qualcosa di più epico, tipo una spada arrugginita. Comunque una sensazione unica. Dietro, quattro capelloni, antichi, Gibson e Rick’n’Backer, batteria con due casse, non doppio pedale. Due casse tanto grandi da far credere potessero far crollare le mura di Gerico, vibrando. Forse era una Ludwig, non so, non ne so così tanto di batterie. Comunque al centro c’è lui, Nemtheanga. Un carisma incredibile. Immerso tra le braccia protese delle prime file, se incrociaste il suo sguardo, se per un momento vi puntasse lui dritto negli occhi e vi chiedesse “siete pronti a morire?”, beh, rispondereste affermativamente. Sicuro.

Per chi non li conoscesse, messa così parrebbe quasi che vogliano raccogliere volontari per una qualche guerra mercenaria in giro per il mondo, i Primordial. Non è così. Non sono mica i Sabaton o i Five Finger Salcazzo. Di guerre ne raccontano tante, ma soprattutto di sconfitte. Di sconfitte devastanti, di quelle che segnano il destino di intere nazioni. La loro, l’Irlanda, ne ha ancora parecchie di cicatrici che bruciano sulla pelle. Di questo paiono occuparsi Averill e i suoi compagni di ventura. La Storia impregna praticamente qualsiasi nota che esca a nome loro. Ma, come spesso capita, poi alla fine la Storia finisce per offrire l’occasione di parlare del presente. Vi sembrano tempi belli, questi? Magnifiche sorti e progressive. Ma quando mai.

Così il nuovo disco si intitola How it Ends. Come finisce. Ed inizia proprio così, ripetendo “this is how it ends”. Ed è il classico brano che, giustamente, starebbe bene alla fine di un disco, non all’inizio. Alla fine, dopo che il disco ha già narrato per decine di minuti un’avventura, vittoriosa o meno che sia. Stavolta no. E le vestigia dell’avventura sono quelle macerie che avete già attorno quando fate partire il disco. Credo sappiate di cosa parlo. Oppure no, perché in fondo ognuno ha la sua visione, la sua interpretazione della realtà. E i valori, sulla scala dei valori, possono essere diversi, persino contrapposti. Però ad essere pienamente soddisfatti dei tempi che corrono e fiduciosi per quelli che verranno non credo siano poi in molti. Sicuro qualche amministratore delegato, qualche finanziere. Sciacalli ed avvoltoi ce n’è sempre. In abbondanza, in realtà. Stolti ed illusi pure. Basta un’app, un impiego nuovo, più sfidante, magari una meta da raggiungere in aereo. Sono pessimista. Disilluso. Magari è pure per questo che su di me funzionano certe leve. Occhio: mi colloco nella media dello scribacchino di Metal Skunk. Apprezzo i Primordial, a tratti decisamente non poco, ma non riesco sempre a sorbirmi un mattone di sessanta e passa minuti che definire monolitici è poco. Però conta molto il momento, e in questo momento son particolarmente ricettivo nei confronti di una voce come quella di Averill.

How It Ends quindi, come dicevo, inizia quasi celebrando la fine. Poi dura comunque la solita ora abbondante. Non è per loro, la concisione. Questo forse è uno dei motivi che li rende più difficili da supportare in toto. Né si scosta dalla formula consolidata, per lo meno quella da To the Nameless Dead in poi. Non più propriamente black metal, non esattamente epic metal, folk metal non si direbbe. In realtà tutte e tre le componenti ci stanno. Insieme confluiscono in una specie di cantautorato, passatemela questa. Un cantautorato di un cantore, Averill, del tutto a sé stante. Macabro, decadente, sconfitto eppure non arreso. Ogni brano una piccola epopea, lo sviluppo prevalentemente narrativo. La quota strumentale asseconda sempre il canto, non prende quasi mai il sopravvento in autonomia. In questo è folk per davvero. Anche stavolta. La parola sempre al centro.

Is this the Kali Yuga you asked for?
Could this be your fall of Rome?
Could it be your fall of Rome?
Is this the Kali Yuga you asked for?
Are we the wolves that gather at the gates
Who howl for sacrifice?
Gnashing blood, red foam

Where is your Ragnarok?
Where is your Ragnarok?
And its pained rebirth
No pained, pained rebirth
No spring to follow this winter
No winter will follow

Nessun compiacimento, insomma. Ancora:

The bread of bitterness
Broken with the devil’s wine
And his teeth as knives
Are sheathed in mouths of fire
And why do you eat your young
In the heart of darkness?
Man against all that stands
In the raging storm

For every butcher
Will become the butchered
As gristle upon the block
And blood upon the apron
Of destiny’s rusty blade
We shall not serve

Giudicate voi. Chiaro che non si possa pretendere che chi è abituato a giudicare, semplificando, sulla base di una parola decontestualizzata o di un segno esteriore interpretabile, si prenda poi la briga di leggere i testi. Così Averill e i Primordial a volte passano per quello che non sono. C’è anche ovviamente Storia, in How it Ends. Come nella copertina, elaborata sulla base di una foto dei giorni drammatici che hanno dato l’indipendenza all’Irlanda. O nel video di Victory has 1000 Fathers, Defeat is an Orfan, ambientato bel corso della Guerra dei Tre Regni, uno di quei conflitti che hanno devastato l’Europa nel XVII secolo. Victory Has… è poi forse la canzone migliore del lotto, quella che lo chiude, quella che fomenta di più. Ha un qualcosa di celtico che non so definire meglio, non sono un musicologo. Così come Call to Cernunnos, altro brano sopra la media, più arcaico ancora (e voi trattenete le risatine e le battute sulle sventure organizzative dei festival nostrani!). Richiede ascolti, How It Ends, come praticamente ogni album dei Primordial. Ci sta che ad un primo tentativo non si venga rapiti, specie se non è proprio il momento (motivo per cui alcuni dei dischi precedenti li ho approfonditi meno di altri). In questo momento, io, sono piuttosto ricettivo nei confronti di quello che Averill e soci hanno da dire e da fare ascoltare. How it Ends non sarà il disco migliore dei Primordial, questo no. Ma non sarà nemmeno quello per cui smetterete di ascoltarli, di seguirli. E poi c’è sempre la dimensione del palco. Speriamo ci passino, da queste parti. (Lorenzo Centini)

2 commenti

  • Avatar di Bacc0

    Massima stima per loro, condivido ogni parola

    "Mi piace"

  • Avatar di Fanta

    Li seguo da sempre e ho resistito sino a Where Greater Men have Fallen. Nulla da eccepire su attitudine, coerenza, stile. Rispetto assoluto. Ma persa disco dopo disco la componente black metal, hanno finito per avvitarsi su una ridondanza per me, ad oggi, insopportabile.
    C’ho provato anche in questo caso. Una possibilità gliela concedo sempre.
    Ma niente. Non mi prendono più.

    "Mi piace"

Lascia un commento