Musica per djente con gli estensori e le chitarre appese al collo: FALLUJAH – Empyrean

Non ricordo se quando li vidi dal vivo al Brutal Assault avessi già letto la recensione di The Flesh Prevails di Luca Bonetta. Fatto sta che non me li volevo perdere, palco centrale ma era tarda mattinata o primissimo pomeriggio, le ore dedicate al cazzeggio. Il fatto è che quanto scriveva il collega desaparecido era assolutamente vero e veritiero e i Fallujah quel giorno suonarono un concerto eccellente. Sulla carta avevano (hanno) tutto perché me ne tenga alla larga: death metal, sì, ma dalle componenti djent e metalcore mischiate con jazz (fusion? Che ne so, del jazz so nulla), suonato da gente pettinata, tatuata, muscolosa, con gli estensori alle orecchie e le chitarre appese al collo, altezza petto. Il bassista slappava pure. La mia idea di Metal, anzi di musica, si avvicina infinitamente di più a quelle zappe dei Saint Vitus. Infinitamente. Ma i Fallujah mi piacquero, tanto, e pure su disco. C’entra il fatto che combinassero benissimo gli elementi e che, oltre a una tecnica notevole, avessero anche composizioni interessanti e una pezza indiscutibile. Poi, tra un rimaneggiamento di formazione e l’altro, tentarono di uscire dal recinto del loro ambito specifico, con un nuovo cantante, più screamo che growl, semplificando la miscela in nome di un post-qualcosa contemporaneo. Undying Light non fu un disco memorabile, però, e solo uno come il Belardi poteva riuscire a scriverne così tante parole. E così i due mostruosissimi musicisti attorno a cui continua a girare il gruppo, il chitarrista Scott Carstairs e il batterista soprannaturale Andrew Baird (impressionante, specie dal vivo), hanno rivoluzionato ancora una volta la formazione, ma per tornare a fare esattamente quello che loro riusciva meglio. Via quindi il simpatico Antonio Palermo e dentro Kyle Schaefer, che ci mette growl e scream, è più potente e anche più anonimo. Siccome la cifra della musica dei californiani era pure quel tipo di squarcio celestiale tra le frenesie metalliche, tornano ad abbondare le vocine femminili angeliche, da mandare come basi registrate dal vivo. Un bel tornare indietro, insomma. Però riprendere per lo meno formalmente la vecchia ricetta potrebbe non bastare.

Empyrean è un disco fatto di tantissime note e ritmi velocissimi. Fratture matematiche cui è difficile stare dietro. Ma purtroppo non resta molto all’ascolto. Né un passaggio melodico particolarmente emozionante né un momento di “botta” di quelli che ti spettinano per benino. Sovrabbonda invece di quelle atmosfere che suscitano un ragionevole ottimismo nei confronti di un futuro cibernetico controllato da macchine, pistoni, web ed algoritmi. Adesso non voglio sembrare un menagramo, ma io nei confronti del futuro non nutro alcun ottimismo. Nel presente, intanto, cerco semmai la botta in un disco più o meno death metal. Ma, come vi dicevo, di botta qui non c’è n’è molta. Vuoi perché, se fratturi e spacchi il capello in quattro ogni volta, ti dimentichi che i riff servono anche a darti un bel calcio in culo. Vuoi perché semplicemente i Fallujah sembrano aver perso ormai la bussola. Ascoltarselo tutto, Empyrean, non è semplicissimo. Non è brutto, affatto. Non è fuori fuoco e un po’ maldestro come il suo predecessore. Semplicemente non attecchisce. Vorresti ti scoperchiasse e travolgesse come un complicatissimo macchinario, lucidato e perfettamente oliato, invece alla fine ti senti più che altro vuoto e stralunato, con la testa piena di musichine new age come quando esci dall’igienista dentale. (Lorenzo Centini)

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