Alcol-puttane-Satana: WHISKEY RITUAL – Kings

Questo è uno dei pochissimi gruppi che mi porta a fare i discorsi e non vedo perché mi debba trattenere dal farli. Quindi, taglio corto sul disco in sé dicendo quelle due o tre cose che ho da dirvi e andiamo avanti.

Posto che se avete ascoltato i vecchi dischi dei parmigiani sapete perfettamente cosa intendo se vi dico che anche con Kings non si fanno problemi a sputarci in faccia la loro verità sulle cose senza mezzi termini o filtri, e se avete ascoltato Black Metal Ultras vi sarete resi conto da soli che esso continua a rimanere la migliore risposta di sempre a ogni dubbio o FAQ della vita. Kings non solo conferma tutto quanto sopra e si conferma il gigantesco vaffanculo al mondo, quello che ti viene da dentro, che vuole essere e che è, ma riesce pure ad aggiungere un paio di elementi non da poco.

Primo, Kings alza un altro po’ la asticella qualitativa (su vari fronti) e si qualifica serenamente come il miglior disco dei Whiskey Ritual perché è ancora più compatto, violento, cazzuto e infernale di Black Metal Ultras che di suo già ti portava (metaforicamente parlando) a sfasciare casa, se lo ascoltavi da casa, le macchine parcheggiate, se lo ascoltavi in un parcheggio, i crani delle persone, se lo ascoltavi in mezzo alla gente. Quindi, consiglio personale, state lontani dalle armi da fuoco mentre lo sentite.

whiskey_ritual_kings

Secondo, Kings e le sue due anime black metal e rock’n’roll, mai così ben amalgamante come in questa occasione, sbatte in faccia a tutti il dato di fatto che nel 2022 (ormai ‘23) è possibile continuare a fare black old school e rimanere credibili (vedi la omonima Kings e Rien Ne Vas Plus), non come quei buffoni dei Darkthrone, e che è possibile ripercorrere le orme di Lemmy Kilmister senza beccarsi i polli in faccia. A tal proposito, questa seconda anima è quella che mi fomenta di più a commettere atti efferati (sempre metaforicamente parlando) e pure se Kings non ritrova le sue 666 Problems o Knockout annovera al suo interno una sfilza di pezzi da stadio, anzi da Colosseo, con quei cori che non vedo l’ora di ritrovarmi sotto a un loro palco.

Ok, erano più di due o tre le cose che evidentemente avevo da dire ma ora vengo al discorso: in tempi relativamente civilizzati e contesti più civili di altri è facile dimenticare che il mondo è un posto di merda e che la gente fondamentalmente fa schifo, che nessuno ti regala niente, che nessuno ti deve niente, nessun rispetto a prescindere, sia tu uomo, donna o né carne né pesce, che le tavole della legge e delle religioni sono una cosa, che la vita reale è un’altra, che se hai ancora la percezione che tutto sia dovuto un bel giorno, credi a me, ricevi una testata sul naso dalla vita dalla quale non ti riprendi, che le cose non si risolvono sempre con la retorica, che qualche volta devi abbassarti al loro livello e menare. Il metal, a differenza di quello che si va ripetendo in certi contesti aristocratici, è precisamente questo: un modo diverso di interpretare le cose, un monito, un avvertimento, lo è sempre stato e sempre lo sarà. I Whiskey Ritual sono questo. I Whiskey Ritual sono il metal. EYE FOR AN EYE OLDSCHOOL FOR LIFE (Charles).

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