Splendidi quarantenni: KISS – Creatures of the Night

Si sa che a volte dai momenti più bui escono fuori i grandi risultati e le conquiste sovraumane. Tipo l’Italia ai Mondiali del 1982: una nazione calcistica travolta dallo scandalo del calcioscommesse in una competizione in cui Bearzot e co. avevano già una chiappa fuori alla fine del girone iniziale e furono salvati dalla differenza reti. Oppure quella del 2006, canto del cigno dell’ultima vera generazione di fuoriclasse italiani che era stata appena travolta da un altro scandalo, quello di Calciopoli.

I Kiss del 1982 erano davvero malconci. Il bistrattato Peter Criss, il cui album solista fu il peggiore dei quattro nonché quello che vendette di meno, era un ricordo ormai. Eppure i singoli più venduti (Beth, Hard Luck Woman) erano stati scritti o cantati da lui. Eric Carr era però un astro nascente e sarebbe da lì a poco divenuto un ingrediente essenziale per il nuovo corso, con il suo tocco pesante e preciso e lo stile bombastico. Uno dei primi ad introdurre quel rullante riverberato che divenne marchio di fabbrica di tutta un’epoca.

La ferita di Ace Frehley era invece ancora aperta e sanguinava copiosamente. Paul e Gene stavano per perdere un marchio di fabbrica non facilmente rimpiazzabile, l’inconfondibile suono e stile di scrittura dello spaceman. Un baratro gli si stava aprendo davanti, soprattutto dopo il passo falsissimo di Music from the Elder, disco che Ace aveva ampiamente messo in dubbio, avvertendo i colleghi che un concept del genere forse non era una grande idea. Gene stesso, a distanza di anni, si ritrovò a condividerne l’opinione:

“Aveva ragione lui. Lo aveva sempre detto che quello non era il disco che ci si aspettava dai Kiss e che non avrebbe mai dovuto vedere la luce. Dove Ace sbagliò, invece, fu nel non voler mettere da parte l’astio e le differenze e continuare assieme a noi”

Lungi da chi scrive il voler prendere parti. I personaggi coinvolti non sono sicuramente persone comuni e solo chi fu veramente all’interno delle beghe di cui sopra sa come andarono esattamente le cose. La cosa certa è che Ace Frehley era ormai in preda ai suoi demoni, tra abuso di sostanze, inseguimenti con la polizia a bordo della sua DeLorean e risentimento mai sopito verso Paul Stanley e soprattutto Gene Simmons, due veri e propri “ragionieri” del rock n’roll, più portati al marketing e agli affari laddove lui e Peter Criss avevano sempre rappresentato il lato eccessivo e sguaiato del leggendario quartetto.

E qua entra in gioco un’altra figura mitologica: un ragazzo dalle fattezze delicate e femminili che risponde al nome di battesimo di Vincent John Cusano, e che verrà universalmente riconosciuto di lì a poco con il nome d’arte di Vinnie Vincent.

Vincent fu uno dei tanti che si proposero per sostituire Ace, il quale ormai non ne voleva più sapere dei Kiss; comparve giusto nelle foto promozionali di Creatures e fece persino il favore ai suoi ex sodali di presentarsi durante la registrazione del videoclip di I Love it Loud. È infatti lui che compare nel materiale girato.

Ci sarebbe da farsi venire il capogiro solo a ricordare i nomi dei pretendenti al ruolo, ma possiamo citarne alcuni: Richie Sambora, un giovane Saul Hudson, Doug Aldrich e Punky Meadows degli Angel, tutti provati e scartati (Doug Aldrich ricorda un simpaticissimo Gene Simmons chiudergli il telefono in faccia quando chiamò per avere notizie sul risultato del provino). Alla fine si optò per alcuni altri turnisti, tra cui il solito tappabuchi Bob Kulick, Vinnie Cusano, appunto, e altri.

A questo punto i ricordi si fanno più circostanziati riguardo alla personalità di Vinnie Vincent, e Gene ricorda alcuni episodi e atteggiamenti che, a suo dire, sarebbero stati una spia di quanto li avrebbe attesi:

“Una sera, a casa di Diana Ross, con cui stavo all’epoca, pensai ad una canzone dalla struttura semplice, che doveva essere una specie di inno in stile My Generation degli Who, e così nacque la prima stesura di quella che diventò I Love it Loud. Chiamai Vinnie per vedere cosa ne pensasse e lui se ne venne fuori con quasi l’intero testo”

Gene è però abbastanza secco nello sminuire il contributo di Vincent su Creatures of the Night, sostenendo che venne coinvolto solo in alcune canzoni e che ci fu gente, tipo l’autore Adam Mitchel, che prese parte alla stesura dell’album almeno quanto lui.

Indicativo del carattere di Vinnie Vincent fu un episodio che vide protagonisti lui e proprio Mitchell, quando una sera, durante una sessione di scrittura a casa di quest’ultimo, Vinnie prese da parte Gene chiedendogli chi fosse quel tizio e perché mai avessero bisogno di coinvolgerlo, quando lui poteva scrivere molte più parti e meglio di come Mitchell facesse.

Paul e Gene scoprirono così anche un altro aspetto del carattere del nuovo turnista, e furono costretti mettere la museruola al rampante virtuoso a causa una differenza di stili non trascurabile e non facilmente conciliabile. Da una parte i due storici membri, maestri della canzone efficace, con grandi ritornelli acchiapponi e riff indimenticabili, dall’altra un megalomane che suonava alla velocità della luce e pretendeva i riflettori su di sé, problema che non avrebbe tardato a verificarsi anche in sede live, portando all’allontanamento definitivo di Vinnie Vincent dai Kiss da lì a due anni.

Fu una vera battaglia, nei ricordi dei due fondatori, il riuscire a fare combaciare lo stile di Vincent con quello ormai consolidato dei Kiss, tanto che, quando questi portò in sala di registrazione Killer, uno dei pezzi più riusciti di un album senza punti deboli, seguirono animate discussioni, se non battaglie vere e proprie, su come dovesse essere l’assolo da inserirvi. Ancora Gene Simmons:

“Io e Paul avevamo gli assoli pronti e gli dicevamo come dovevano essere, chiedendogli di suonarli nota per nota come volevamo noi, ma per lui l’assolo doveva essere una cosa gigantesca, e francamente tutto quello che ci proponeva suonava alle nostre orecchie come un Yngwie Malmsteen strafatto di crack

Chi conosce la successiva incarnazione artistica di Vinnie Vincent, gli Invasion, avrà ben presente di che parla Gene.

Una cosa è sicura: Paul e Gene non avrebbero mai stravolto le strutture e il feeling di quello che doveva essere l’album del riscatto, e dovettero imporsi in maniera decisa. Alla fine fu una scelta vincente, perché, anche se sul momento non venne considerato con l’attenzione che di certo meritava, in virtù di un indice di gradimento da parte dei fan storici che si stava bruscamente abbassando, l’album contiene mine come Rock n’Roll Hell o War Machine, forse il pezzo più pesante mai scritto dai Kiss, e non c’è un filler che sia uno.

Ci mise un po’ ad essere considerato, ma negli anni arrivò al disco di platino e soprattutto, che è la cosa che conta di più, viene finalmente ritenuto un caposaldo da tutti i kissomani del mondo. Ed è esattamente quello che è: uno strattone deciso dato quasi in punto di morte, una dimostrazione di forza da parte di uno dei gruppi più importanti della storia della musica dura, di cui quest’anno ricorre il quarantennale. Auguri. (Piero Tola)

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