John Emil List, l’uomo che visse due volte

John Emil List nasce il 17 settembre del 1925 a Bay City, Michigan, nel nord degli Stati Uniti, da due americani di origine tedesca: John Frederick ed Alma Barbara Florence. I suoi genitori, due devotissimi luterani avanti con gli anni (al momento della nascita del figlio lei ha 38 anni e lui addirittura 61), lo educano secondo i rigidi dettami di un certo tipo di cristianesimo della vecchia scuola. Suo padre, in particolare, gli ribadisce ad ogni occasione utile quanto sia importante per un degno capofamiglia cristiano garantire alla propria discendenza un tenore di vita degno di tal nome, perché la povertà è la porta d’ingresso della depravazione. John segue alla lettera gli insegnamenti della sua famiglia: cresce frequentando assiduamente la chiesa luterana locale e si dedica intensamente agli studi biblici. La sua condotta esemplare lo porta a diventare un insegnante domenicale all’interno della sua comunità religiosa, una figura molto diffusa nelle chiese protestanti: sostanzialmente si tratta di fedeli scelti in base al loro rigore che, nel “giorno del signore”, tengono delle vere e proprie lezioni di moralità cristiana dopo la consueta funzione celebrata dal pastore.

Nel 1943, appena diplomato, John viene chiamato a servire la patria nel secondo conflitto mondiale e gli viene assegnato il ruolo di tecnico di laboratorio militare. L’anno successivo suo padre muore. Nel 1946, congedatosi dall’esercito, List frequenta con successo un corso per diventare contabile: da quel momento in poi i suoi impieghi saranno quasi sempre correlati al suo titolo di studio. Nel 1950, richiamato alle armi a causa della guerra di Corea, viene assegnato alla base militare di Fort Eustis, in Virginia, dove conosce Helen Morris Taylor, una vedova di guerra già madre di una bambina di otto anni, Brenda. Si fidanzano praticamente subito dopo essersi incontrati. Nel frattempo l’esercito, date le sue competenze, lo assegna al reparto di contabilità militare. Alla fine del 1951 List sposa la sua ragazza. Questo matrimonio lampo non è il frutto di una scelta, ma di un inganno: durante il fidanzamento, Helen dice a John di essere rimasta incinta. I due, pur non essendo sposati, hanno abitualmente dei rapporti sessuali, una scelta che ovviamente cozza pesantemente con gli insegnamenti della dottrina cristiana. Per evitare la pubblica vergogna, quindi, John mette in piedi velocemente una sorta di matrimonio riparatore. Soltanto a cose fatte Helen rivela la verità a suo marito: ha organizzato quella trappola per obbligarlo a prenderla in moglie.

I due coniugi, insieme alla figlia di lei ed alla madre di lui, si spostano continuamente a causa del lavoro, prima militare e poi civile (si congeda definitivamente nel 1952) di List, sino a stabilirsi nella cittadina di Kalamazoo, dove nascono, nella seconda metà degli anni Cinquanta, i tre figli della coppia: Patricia, John Frederick (come suo nonno paterno) e Frederick Michael.

List, a causa della dura educazione ricevuta, è un uomo estremamente puntiglioso, bigotto e nevrotico che non si fa benvolere da datori e colleghi di lavoro. Nel corso del tempo, proprio per colpa del suo modo di essere, viene licenziato da diverse aziende. Non solo: verso la fine degli anni Cinquanta sua moglie, costretta a vivere con la versione chiesarola di Furio di Bianco, rosso e Verdone, diventa una alcolista.

Nel 1960 Brenda, la figlia di Helen, si sposa e lascia la casa di famiglia. Nello stesso anno i List si trasferiscono a Rochester, nello Stato di New York, perché John, dopo l’ennesimo licenziamento, trova lavoro presso la sede locale della Xerox.

Dopo anni di modesti impieghi da contabile aziendale, List nel 1965 ha il classico colpo di fortuna: viene scelto per ricoprire il ruolo di vicepresidente di una banca di Jersey City, nel New Jersey. Chiaramente accetta l’incarico senza pensarci due volte. Visto il considerevole salto di qualità, il Nostro decide di comprare una lussuosa residenza vittoriana, Breeze Knoll, a Westfield, una cittadina a pochi chilometri dal suo nuovo posto di lavoro. La struttura, un’enorme villa di tre piani, ha ben 19 stanze, compresa una sala da ballo.

Sembra il coronamento dei sogni di una vita, ma la sventura è dietro l’angolo: dopo circa un anno, John viene licenziato per l’ennesima volta. Come se non bastasse, sua moglie Helen comincia ad avere dei seri problemi di salute, soprattutto alla vista, dovuti ad una sifilide terziaria mai curata, presa dal primo marito. La donna, trattandosi di una malattia sessualmente trasmissibile, sceglie di non parlarne con il puritano John. Non è l’unica ad avere dei segreti: List non rivela né a lei né a nessun altro di aver perso il posto, ma continua ad uscire di casa ogni mattina fingendo di recarsi  in banca a Jersey City, esattamente come aveva sempre fatto quando era vicepresidente, conservando le stesse abitudini. Viste le ingenti spese dovute al faraonico recente tenore di vita, si vede costretto ad accettare qualunque occupazione, anche la più umile. La situazione, com’è facile immaginare, è pesantissima, per giunta ulteriormente aggravata dalle intemperanze di Helen: la donna, dedita all’alcolismo da anni e provata dalle pessime condizioni fisiche in costante peggioramento, diventa sempre più intrattabile ed è spesso aggressiva con suo marito, già spossato dai tanti guai in cui si è cacciato. Le preoccupazioni di John non finiscono qui.

Siamo nel 1971 ed i suoi tre figli sono ormai degli adolescenti. La rivoluzione hippie ha cambiato radicalmente il volto degli Stati Uniti. List è convinto che la sua prole, vista anche la fascia d’età critica, si lascerà corrompere dall’ondata peccaminosa portata dalla nuova sottocultura, tra promiscuità sessuale e droghe. È allarmato soprattutto dalla sedicenne Patricia, la primogenita, che segue con passione un corso di recitazione, una delle attività – secondo il suo modo di pensare – immorali per antonomasia. Nello stesso anno, la situazione finanziaria precipita vertiginosamente: John, sfiancato dai debiti, è sulla soglia della bancarotta e sarà quindi costretto a perdere tutto, riducendo alla povertà la sua famiglia. È questa la svolta di mister List: ha sopportato tanto fino a quel momento, è tormentato da molte grane e da mille pensieri, ma non può assolutamente permettere che i suoi cari finiscano sul lastrico, visti soprattutto i principi inculcatigli da suo padre. Riflette per cercare una soluzione, ma la mente di un fanatico religioso ansioso e divorato da continui grattacapi economici non può partorire nulla di buono.

Il 9 novembre del 1971 John si sveglia al solito orario. I suoi figli sono a scuola, mentre Helen è in cucina. Il contabile si avvicina a sua moglie, scambia due chiacchiere con lei e poi le spara in testa, uccidendola sul colpo. Fatto questo, si dirige all’ultimo piano della casa, nella stanza di sua madre. L’anziana gli chiede cosa avesse provocato il forte rumore udito poco prima. John tergiversa, poi le riserva lo stesso trattamento: colpo singolo dritto nel cranio e morte istantanea anche per la ottantaquattrenne Alma. Torna in cucina e guarda il cadavere di Helen che giace sul pavimento, meravigliandosi della considerevole quantità di sangue perso dalla sua compagna di vita. Mangia un panino ed aspetta che due dei suoi figli, Patricia e Frederick Michael, facciano ritorno. I giovani varcano la soglia all’ora consueta: sarà l’ultima volta. Non fanno nemmeno in tempo a togliere i cappotti: List fredda entrambi nello stesso modo già sperimentato poche ore prima con le due donne. Il secondogenito è rimasto a scuola, perché dopo le lezioni ha una partita di calcio. John va a prenderlo in auto: prima lo guarda giocare, poi lo porta a casa. Il ragazzino forse ad un tratto capisce cosa sta per succedere e probabilmente tenta di fuggire e/o di difendersi disperatamente: a differenza degli altri membri della famiglia, eliminati con un singolo proiettile ciascuno, viene ammazzato con ben dieci colpi. Terminata la mattanza, John decide di spostare i cadaveri nella sala da ballo. Non c’è un motivo pratico dietro questa scelta: probabilmente è il frutto di una sorta di ordine mentale deviato del suo cervello schematico da contabile disturbato. Non riesce nel suo intento solo con il corpo di Alma: è al terzo piano ed è troppo pesante per le sue forze. Finito il macabro posizionamento, pulisce il sangue dai pavimenti e cena. Dopo il pasto, lava i piatti e va a dormire. Il giorno seguente, appena alzato, attiva le luci dell’intera casa, imposta il termostato in modo che la temperatura dell’abitazione possa preservare il più possibile le carcasse dalla putrefazione ed accende la radio ad altissimo volume. Ritaglia il suo viso da tutte le foto di famiglia, poi esce, va in banca, chiude il suo conto e quello di sua madre e preleva tutto ciò che ha in quel momento: 2000 dollari. Subito dopo si reca all’ufficio postale, blocca la corrispondenza ed imbuca delle lettere scritte in precedenza: sono indirizzate alla scuola dei suoi figli. Nelle missive spiega al preside che i ragazzi saranno assenti per lungo tempo, perché l’intera famiglia dovrà andare in North Carolina a far visita ad un parente malato. Sale in auto e si dirige verso l’aeroporto JFK di New York, dove parcheggia la vettura per poi scomparire nel nulla.

I vicini, nonostante l’assenza di John e dei suoi congiunti, non si insospettiscono in alcun modo: i List non hanno rapporti con nessuno, vivono praticamente isolati, e vengono anche considerati strambi, pertanto nemmeno la radio a tutto volume o le luci perennemente accese creano allarme. La verità verrà scoperta quasi un mese dopo per puro caso. L’insegnante di recitazione di Patricia, Edwin Iliano, non avendo più notizie della sua allieva, decide di andare a trovarla personalmente. Il dirimpettaio dei List, notando un uomo sconosciuto che si aggira nei dintorni della villa, pensa bene di chiamare le forze dell’ordine: questa telefonata innesca una reazione a catena che porta alla luce la terrificante strage familiare.

Gli agenti, dopo aver analizzato la ripugnante scena del crimine, scandagliano la casa in cerca di indizi e trovano una lettera di John List, indirizzata al pastore della chiesa luterana locale, in cui il puntiglioso ragioniere illustra per filo e per segno alla sua guida spirituale le motivazioni etiche che lo hanno spinto a sterminare i suoi affetti. È una confessione in piena regola, ma dell’omicida – ovviamente, visto anche il lungo periodo trascorso dal misfatto – non c’è la minima traccia. Le indagini successive non portano a nulla. L’unico segno dell’esistenza di John post-delitti è la sua auto, ritrovata esattamente dove l’aveva abbandonata: nel parcheggio dell’aeroporto internazionale di New York. Le verifiche ulteriori finiscono un vicolo cieco: nessun passeggero di nome John List ha preso un volo dal JFK nei trenta giorni precedenti. Il buon padre di famiglia cristiano sembra essere stato inghiottito da un buco nero. Anche il clamore mediatico, inizialmente enorme, con il passare del tempo chiaramente va a scemare. Il caso di John List finisce ben presto nell’archivio degli omicidi irrisolti della polizia e non se ne parla più.

Nel 1988 la 20th Century Fox dà alla luce un nuovo programma televisivo che riscuote immediatamente un gran successo: America’s Most Wanted. Il format racconta storie di criminali fuggitivi ricercati dopo aver appunto commesso reati gravi di ogni genere, soprattutto omicidi. Dei latitanti, in una sola parola. Nel maggio del 1989, il presentatore, John Walsh, propone al suo network di occuparsi di List. Gli autori si oppongono: il caso è ormai vecchio e dimenticato e difficilmente potrà attirare l’interesse del pubblico. Il conduttore nel 1981 aveva perso un figlio di sette anni, rapito ed ucciso da mano ignota, pertanto sente una sorta di coinvolgimento personale nella strage familiare di Westfield ed insiste al punto da riuscire a convincere i suoi superiori. In occasione della puntata su John List, essendo trascorse quasi due decadi, si decide di portare in studio un’ipotetica ricostruzione del volto del contabile assassino, invecchiato di diciotto anni, da mostrare al pubblico a casa. Il compito viene affidato a Frank Bender, uno scultore forense. L’artista, basandosi su delle vecchie fotografie, esegue un lavoro molto meticoloso: addirittura fa il giro dei negozi dell’usato per cercare degli occhiali simili a quelli utilizzati dal ricercato nel 1971. Visto l’abitudinario personaggio, si presume che la montatura usata sia la stessa o comunque molto simile a quella del momento della scomparsa.

Una telespettatrice di Denver, in Colorado, telefona alla trasmissione dopo aver visto la puntata: è praticamente certa che il criminale sparito nel nulla sia il suo ex vicino di casa, quasi identico alla ricostruzione di Frank Bender.  Ci sono però due problemi. La donna non sa dove sia andato a vivere l’ex confinante ed inoltre i nomi non combaciano: il gentile signore che abitava a pochi metri da lei si chiama Robert Clark. Gli investigatori, partendo da questi elementi, cominciano subito ad indagare ed i risultati non tardano ad arrivare: in pochi giorni arrivano al nuovo indirizzo di Clark, da circa un anno residente nella zona di Richmond, in Virginia. L’uomo, raggiunto nella sua abitazione dalla polizia, nega fermamente di avere un qualunque tipo di connessione con il ricercato latitante, ma il confronto delle impronte digitali non mente: Robert Clark e John List sono la stessa persona.

Dopo l’arresto, messo di fronte all’evidenza, Robert/John confessa. Durante il processo, la difesa fa di tutto per trovare delle attenuanti: stress post-traumatico dovuto all’aver preso parte alla Seconda Guerra Mondiale, eventuali vizi di forma, disturbo ossessivo-compulsivo della personalità, fino ad una improbabile violazione della privacy, visto che gli inquirenti avevano utilizzato come prova la lettera che l’imputato aveva scritto al pastore della chiesa che frequentava. Il giudice, irremovibile, dà a List il massimo della pena possibile in quegli anni nello Stato del New Jersey: cinque ergastoli, uno per ogni omicidio. Siamo nel 1990.

Dal momento della sua carcerazione, tra perizie psichiatriche, interrogatori ed interviste televisive, il personaggio di John List viene sviscerato in ogni modo possibile. È lui stesso a raccontare nel dettaglio praticamente ogni cosa.

Il fulcro della tragedia è l’ossessiva educazione religiosa ricevuta dal contabile omicida. A John, come già detto, era stato insegnato che il principale compito di un uomo cristiano è provvedere al sostentamento della sua famiglia, oltre a proteggerla da tutto il male, soprattutto quello che si annida nel peccaminoso mondo esterno. I pensieri negativi di List iniziano già alla fine degli anni Sessanta: la repentina modernizzazione della società, portatrice di usi e costumi sempre più lontani da quelli che gli erano stati insegnati, lo preoccupa moltissimo, soprattutto perché è quasi certo che i suoi figli, crescendo, sarebbero caduti in tentazione. La bancarotta, quindi, per John non è soltanto un fallimento personale, comunque già gravissimo, ma la classica goccia che fa traboccare il vaso: ridotti alla povertà, i suoi ragazzi si sarebbero trasformati senza alcun dubbio in dei degenerati, come buona parte dei loro coetanei americani.

Quando John List parla della strage che ha commesso – incredibile ma vero – lo fa sempre in maniera estremamente tranquilla: non ritiene di aver ucciso a colpi di pistola la sua famiglia, ma semplicemente di averla salvata dal peccato. In quest’ottica il come, nella sua testa, perde completamente di significato, perché il fine è talmente elevato da giustificare praticamente tutto, anche una vera e propria mattanza sanguinolenta, che per lui non è appunto tale, ma semplicemente il compimento del suo dovere di capofamiglia cristiano. “Le anime dei membri della mia famiglia erano minacciate dalle fiamme dell’inferno ed era mio dovere salvarle”. È questo che pensa di aver fatto. È talmente convinto della nobiltà delle sue azioni che, quando gli viene chiesto perché dopo la strage non si sia suicidato, risponde candidamente: “Perché avrei commesso un peccato mortale e dopo la mia morte non avrei riabbracciato i miei cari in paradiso”. Sembra una contraddizione, ma seguendo la sua logica fila tutto alla perfezione: eliminare fisicamente i suoi affetti per condurli direttamente in paradiso prima di peccare non è un omicidio plurimo, mentre il suicidio sarebbe stato un mero peccato, in quanto privo del senso salvifico.

Il macabro rituale provvidenziale, essendo il frutto di una lunga serie di riflessioni, era stato organizzato nei minimi dettagli ed in tutte le sue fasi. List, calcolatore e preciso per forma mentis, aveva scelto con cura giorni ed orari, oltre ad aver pianificato anche il post-carneficina. Dopo aver messo in atto tutti gli accorgimenti sopracitati atti a ritardare la scoperta dei corpi e di conseguenza guadagnare tempo prezioso sugli inquirenti, aveva comprato dei documenti falsi, assumendo quindi una nuova identità: Robert Clark, il nome di un suo ex compagno di studi. Subito dopo si era trasferito in Colorado (l’auto posteggiata nel parcheggio dell’aeroporto di New York era un depistaggio: dopo aver lasciato la vettura lì, John era andato verso la stazione dei treni in taxi), dove aveva svolto i lavori più disparati (addirittura il cuoco, tra gli altri). Anche durante la sua seconda vita List aveva continuato a frequentare assiduamente la chiesa. Proprio nel contesto religioso aveva conosciuto una persona, Delores Miller, divenuta sua moglie nel 1985, quattro anni prima della cattura. La donna, ignara del torbido passato di suo marito, chiese il divorzio subito dopo l’arresto.

Per quasi diciotto anni John List, dopo aver cancellato dalla faccia della Terra la sua famiglia e con essa la sua intera esistenza, aveva letteralmente voltato pagina, vestendo, come se nulla fosse, i panni di Robert Clark. Il suo racconto, rilasciato durante un’intervista televisiva risalente ai primi anni 2000, è talmente pacato e rilassato da mettere i brividi. Conoscenti e vicini di casa lo hanno dipinto tutti allo stesso modo: una persona tranquilla, riservata, educata e molto religiosa. Forse magari un po’ strana, ma non nel senso grottesco del termine, bensì semplicemente pervasa da quella comune stranezza tipica di alcune persone di provincia.

John List è morto nel 2008, a quasi 83 anni, per via di una polmonite. Ha vissuto due vite, ma se vogliamo anche tre, se includiamo i quasi vent’anni da detenuto. Sino alla fine dei suoi giorni non ha mai mostrato alcun reale pentimento, convinto fino all’ultimo respiro di aver fatto il suo dovere di padre, marito e uomo cristiano. La sua assurda vicenda ha ispirato film e documentari, ma anche altri malati mentali, alcuni speculari (il caso di Xavier Pierre Marie Dupont de Ligonnès del 2011 è forse il più recente), altri soltanto simili (non posso fare a meno di citare Jean-Claude Romand, già trattato tempo fa in questa rubrica).

Il pedante contabile del Michigan ha una storia che fa riflettere ma suscita anche una certa impressione, perché è incentrata su un qualcosa che vorrebbero fare in moltissimi, soprattutto oggi: resettare completamente la propria vita per ricominciare dall’inizio. Concludo con una nota di colore. I debiti di List nel 1971 ammontavano a circa 11.000 dollari (approssimativamente 60.000 dollari odierni). Nella casa degli orrori di Westfield, dopo la tragedia, fu rinvenuto un lucernario in vetro di Tiffany, risalente ai primi del Novecento, del valore di 100.000 dollari dell’epoca (oltre 600.000 dollari attuali). (Il Messicano)

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