L’irresistibile fascino della signora morte: SERPENTENT – Ancient Tomes, Volume 1: Mother of Light

È quasi un mese che questo pezzo è in bozza. Prima ero partito con una filippica infinita sul mio rapporto col neofolk di quelle che, quando mi ci metto io, pure il Belardi mi spiccia casa. Poi, ho subìto una ricaduta col TruceKlan. Mi capita, non di frequente ma con regolarità, e poi per almeno dieci giorni non ascolto più altro, azzero gli altri interessi e dimezzo la produttività qualsiasi cosa faccia. Dura la vita. Così, quando ho ripreso il disco ed il pezzo, sono finito per chiedermi cosa cazzo ve ne potesse fregare di quello sproloquio che stavo scrivendo. Quindi via, bado al sodo e ricomincio dal disco, semplicemente. Che è di quelli che non solo non perde colpi ascolto dopo ascolto. Anzi, acquista corpo, sostanza, malìa. E non venga qualcuno a canzonarmi perché ancora una volta punto i riflettori su di una voce femminile. Attenzione, che questo Ancient Tomes, Volume 1: Mother of Light non è disco da prendere sottogamba. Lungo, un fiume essenzialmente acustico, mesto e marziale. L’autrice, tale Anne K. O’Neill, in arte Serpentent, viene dal sottobosco di Seattle, con vari progetti black metal, goth rock, power electronics, attivi o alle spalle. L’esordio in veste di cantautrice dai perfetti panni neofolk avviene direttamente per Svart (ancora???) dopo una serie di demo. Bene, parliamo ora della musica.

Quello che forse conquista subito è come un disco del genere lo si contestuualizzi immediatamente, pure senza troppi ammicchi o ammenicoli più o meno estetici che sono la cifra del genere più ancora della sua grammatica musicale. Il primo capitolo di una futura trilogia è quindi incentrato sulla signora Morte (la Madre della Luce del titolo) e l’aria nostalgica che si respira è essenzialmente esistenziale. La musica, cupa e nitida, tradisce fascinazione progressive, come nella lunga e strutturata Sonette an Orpheus: IV, il pezzo germanico del lotto. Romantico come si intendeva due secoli fa, che tra le varie forme assume anche per alcuni minuti quella di una ballata dal grande impatto emotivo. Forse il picco della prima parte del disco, quella forse più canonica e per certi versi prevedibile. Un breve interludio folk con delle simpatiche vecchiette ucraine conduce poi alla seconda parte, dove il neofolk dalle tinte prog e doom si libera ancora più delle strutture e sorprende con tre brani memorabili. In Mother of Light, coi suoi dieci minuti tra musica concreta e da camera, ci ritrovi molto delle aperture cosmiche per pianoforte dei Popol Vuh. The Fountainhead of Fire espande ancora le possibilità di un approccio prog alla materia del nuovo folk, ma lo fa basandosi principalmente sugli arpeggi trattenuti di chitarre elettriche, che poi nella parte centrale trovano sfogo in una ballata doom dalle ritmiche marziali. Rise & Fall la conosciamo già, ve l’ho proposta qualche settimana fa e non perde nulla dell’impatto che dimostrava al primo ascolto. La più canonica, la più riuscita dell’intero lotto, plumbea ed arresa, ma fiera. E anche solo esplorasse questo registro, questa Anne K. O’Neill avrebbe i numeri per affermarsi nel panorama (forse un po’ asfittico) del folk “nuovo” e apocalittico. Ma ha anche altre possibilità. Questo disco ne esplora già molte. E se c’è una cosa che rende difficoltoso il mio approccio con la materia neofolk in genere, più di certe ambiguità vere o presunte, è la piattezza di tante proposte musicali che si incontrano. Ma non è proprio questo il caso (Lorenzo Centini)

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