Tristan Brübach e Manfred Seel, due surreali storie incrociate

Tristan Brübach nasce il 3 ottobre del 1984 a Francoforte sul Meno, una delle città più importanti della Germania. Non è fortunato: è figlio di due eroinomani, Iris e Bernd. Nel 1995, quando ha appena undici anni, sua madre muore. Suo padre, che nel frattempo si è disintossicato, lavora tutto il giorno. Si fa aiutare dalla nonna di Tristan a portare avanti la casa e ad educare il ragazzino.

Il giovane Brübach è curioso ed amante degli animali, ma nella primissima adolescenza sviluppa una forte timidezza, che riesce a mascherare solo quando incontra qualcuno che porta a spasso un cane: in quei casi Tristan ha l’abitudine di avvicinarsi per giocare con l’animale e parlare con il padrone. Sia suo padre che sua nonna sono molto impegnati durante il giorno, quindi il giovane, che non ama lo studio, dopo le lezioni trascorre molte ore in strada senza un particolare controllo.

Tristan Brübach

Il 26 marzo del 1998 è l’ultimo giorno di scuola prima delle vacanze pasquali. Tristan dice di accusare forti dolori alla schiena ed esce prima, alle 13.30, poi prende il treno e scende alla stazione di Höchst, il quartiere in cui abita. In base ad alcune testimonianze ed alle immagini delle telecamere di sorveglianza di diverse attività commerciali della zona, il tredicenne girovaga in quell’area per circa due ore, poi si perdono le sue tracce. Intorno alle 16.00 un gruppo di ragazzini decide di attraversare il Liederbach Tunnel, un sottopassaggio nei pressi della stazione. Non è un bel posto: è buio e sporco, nonché rifugio storico di tossicodipendenti, senzatetto, prostitute e reietti di ogni risma, ma è una scorciatoia e loro sono in tanti. Quella scelta apparentemente banale condizionerà per sempre le loro esistenze: all’interno del Liederbach Tunnel i giovani si imbattono nel cadavere martoriato di Tristan Brübach.

Il Liederbach Tunnel

Il ragazzo è stato sgozzato: presenta un taglio profondissimo da orecchio ad orecchio (la testa è quasi staccata dal collo), eseguito con una lama seghettata, ha svariati segni di percosse ed inoltre gli sono stati asportati i testicoli e parte di un gluteo, quasi sino alla coscia. Le scarpe sono adagiate sul torace del giovane, mentre il suo zaino è stato portato via. La polizia non ha molti elementi sui quali indagare e comincia a reperire informazioni utili interrogando parenti, amici e compagni di scuola della vittima. Le voci raccolte sono contrastanti: c’è chi descrive Tristan come un ragazzino tranquillo e molto maturo per la sua età, ma c’è anche chi lo dipinge, al contrario, come un adolescente che, a causa dell’eccessiva libertà concessagli, frequentava abitualmente ambienti stradaioli poco raccomandabili. Gli investigatori decidono di approfondire quest’ultima versione e viene fuori di tutto: per taluni Tristan era un corriere della droga, per altri era coinvolto in prima persona in uno squallido giro di prostituzione minorile. All’interno di questi ambienti deviati potrebbe celarsi il motivo della terrificante fine del tredicenne, pertanto le indagini vengono concentrate verso queste piste.

Il caso diventa mediatico in pochissimo tempo e, come accade spesso in queste circostanze, ad un tratto viene fuori la classica fuga di notizie: i giornali tedeschi cominciano a descrivere la giovane vittima sostanzialmente come un delinquente abituale il quale, abbandonato a se stesso dalla sua famiglia, spacciava droga e vendeva il proprio corpo nei sottopassaggi abbandonati. Una totale mancanza di rispetto nei confronti di Tristan, dei suoi cari e degli investigatori.

Un’improvvisa ulteriore testimonianza sembra dare una svolta alla vicenda: dei ragazzi raccontano alla polizia di aver cercato di attraversare il Liederbach Tunnel alle 15.30 del 26 marzo 1998, quindi circa mezz’ora prima del summenzionato ritrovamento del cadavere, ma di aver cambiato idea dopo aver visto un uomo chino su qualcosa a pochi metri da loro. Forniscono anche una descrizione: approssimativamente sui trent’anni, capelli lunghi e biondi raccolti in una treccia, intorno al metro e ottanta di altezza, magro, dal volto scavato e con il labbro leporino o comunque con una sorta di ferita/cicatrice sulla parte superiore della bocca. Le forze dell’ordine pensano che quelle persone abbiano assistito ad una delle fasi dell’omicidio di Tristan. Poco dopo una donna dichiara di aver notato un personaggio sospetto aggirarsi nei pressi del sottopassaggio verso le 15.00 del 26 marzo. Le caratteristiche fisiche e somatiche elencate dalla testimone sono identiche a quelle descritte dai ragazzini. Nei mesi successivi al commissariato arrivano innumerevoli segnalazioni tutte simili tra loro: molti bambini/adolescenti della zona, esattamente nel periodo del delitto, erano stati infastiditi/avvicinati/spaventati/molestati da un uomo dalle fattezze sovrapponibili a quelle ricavate dalle descrizioni dei precedenti testimoni. A questo punto viene elaborato e diffuso un identikit del soggetto in questione, nella speranza di ottenere informazioni utili a scoprirne l’identità.

Un mese dopo i fatti, nell’aprile del 1998, la polizia riceve una chiamata da un telefono pubblico della stazione di Höchst: un uomo afferma di essere l’assassino del sottopassaggio. Si descrive come alto un metro ed ottanta centimetri, con i capelli lunghi e neri, e prosegue dicendo di voler aspettare lì gli agenti perché desidera essere arrestato. Una pattuglia si reca immediatamente in quella zona e la setaccia, ma del misterioso killer non c’è alcuna traccia. Un mitomane? Un tentativo di depistaggio messo in atto dall’omicida?

Nel marzo del 1999, un anno esatto dopo la vicenda, in un bosco a circa cinquanta chilometri da Francoforte viene ritrovato lo zaino di Tristan. Al suo interno non ci sono più i libri scolastici dello studente barbaramente ucciso, ma solo una cartina della Germania con le didascalie scritte in ceco. La vittima non parlava quella lingua e non aveva alcun legame con la Repubblica Ceca. Sembra una nuova pista da cui ricominciare ad investigare, ma non succede nulla. Nell’ottobre dello stesso anno qualcuno tenta di profanare la tomba del povero ragazzo brutalizzato. Una spirale di orrore senza fine. Le indagini si arenano e l’omicidio del sottopassaggio diventa un cold case.

Nel 2014 una donna, letteralmente sconvolta, si rivolge alla polizia di Francoforte. Racconta di aver trovato, ripulendo il garage di suo padre deceduto da poche settimane, dei resti umani putrefatti all’interno di un bidone. Ma chi era quest’uomo e, soprattutto, cosa c’entra con il cruento omicidio di Tristan Brübach, avvenuto ben sedici anni prima?

Il bidone coi resti umani nella cantina di Manfred Seel

Manfred Adolf Seel nasce il 30 ottobre del 1946 a Königstein im Taunus, nella regione di Hesse. La sua è un’esistenza – almeno all’apparenza – da uomo medio, quasi mediocre, senza guizzi o particolarità di sorta. Nella seconda metà degli anni Sessanta, quando ha circa vent’anni, conosce la ragazza che sarebbe poi diventata sua moglie. Per due anni, dal 1967 al 1969, è un militare. Si sposa con la donna sopracitata nel 1973 ed i due hanno una figlia, l’unica, nel 1979. Inizialmente lavora come impiegato, ma ben presto sviluppa una  passione per la fotografia, quindi frequenta un corso specifico, che però non porta a termine, ed avvia uno studio fotografico insieme ad un socio. Suona diversi strumenti a fiato in più di un gruppo jazz locale ed è un amante dei viaggi. Manfred viene descritto da tutti i suoi conoscenti come un uomo sostanzialmente normale, se si escludono alcuni sporadici attacchi d’ira improvvisi, dovuti forse al suo vizietto: Seel, infatti, è un alcolista. È questa l’unica nota stonata della sua esistenza (almeno dopo un’indagine superficiale), comprovata dall’iscrizione ad un centro di recupero nel 1994, vent’anni prima della sua morte, avvenuta, come già detto, nel 2014, a causa di un tumore all’esofago, circa un anno dopo quella di sua moglie, anche lei stroncata da un male incurabile.

Manfred Seel

La polizia di Francoforte brancola nel buio al punto da ritenere necessario l’intervento della Landeskriminalamt (LKA), una sorta di corrispettivo tedesco dell’FBI. La LKA istituisce un gruppo per investigare sul caso, la squadra Alaska. Il nome scelto non è casuale. Quello era infatti uno dei soprannomi di Manfred Seel, dovuto a due motivi: l’uomo era solito indossare abiti molto pesanti ed inoltre pare che l’Alaska fosse una delle sue mete turistiche preferite.

La squadra Alaska prima di tutto si concentra sui resti trovati dalla figlia di Seel: appartengono a Britta Simone Diallo, una prostituta scomparsa nel 2003 e morta, in base alle analisi della carcassa, nel 2004. Il garage era stato preso in affitto da Manfred nel 2008, quindi le spoglie della donna non solo erano state conservate per ben dieci anni, ma addirittura trasportate da un posto (o più di uno) all’altro senza remore. Il cadavere, pieno di evidenti segni di sevizie di ogni genere, ha diverse parti mancanti. Molto probabilmente le torture e le mutilazioni sono avvenute mentre la donna era ancora viva.

Manfred Seel

La figlia di Manfred Seel, interrogata, racconta che in casa dei suoi defunti genitori c’è una stanza in cui da sempre vigeva il divieto d’accesso assoluto sia per lei che per sua madre: praticamente una camera privata di suo padre, nella quale gli investigatori trovano svariati pc ed hard disk esterni, che ovviamente controllano immediatamente. Nella memoria dei dispositivi ci sono oltre 30.000 file, tra foto e video, letteralmente terrificanti: mutilazioni, corpi squartati, omicidi, torture e bestialità di ogni tipo.

Non finisce qui: emerge anche che Seel fosse solito frequentare forum e siti del deep web inerenti necrofilia e cannibalismo.

Arrivati a questo punto, gli investigatori della LKA si rendono conto di non aver a che fare, come si pensava all’inizio, con una persona in un certo senso comune nel cui garage, dopo la sua morte, erano misteriosamente spuntati dei resti umani, bensì con uno spaventoso disturbato amante alle più granguignolesche nefandezze, pertanto allargano le indagini e scoprono ulteriori dettagli interessanti.

Manfred Seel

Nei primi anni Novanta Manfred Seel era un assiduo frequentatore delle prostitute che di notte battevano nei pressi della stazione di Francoforte. Una di loro racconta di aver avuto una brutta esperienza con lui. La donna, caricata in auto da Seel proprio in quel periodo, era stata aggredita poco dopo essere entrata nell’abitacolo, prima verbalmente e poi fisicamente, ed era riuscita a fuggire per pura fortuna. L’episodio l’aveva turbata al punto da spingerla ad allertare le altre prostitute della zona.

Gli esperti dell’unità Alaska, una volta raccolti tutti questi elementi, maturano una forte convinzione: Manfred Seel era un vero e proprio serial killer con una marcata propensione al sadismo sessuale. Questa tesi nasce dall’analisi del corpo della Diallo: le mutilazioni e le sevizie subite dalla donna, unite all’estrema sicurezza con cui era stato spostato il suo corpo, per la LKA sono prove del fatto che Seel avesse una notevole esperienza e che, di conseguenza, in passato avesse già ucciso, affinando con gli anni il suo modus operandi. Gli investigatori sono anche convinti che alcune delle numerosissime foto ritrovate nei PC di Manfred siano state fatte da lui stesso a diverse sue vittime.

Chi elabora una tesi ha poi l’onere di dimostrarla, pertanto la LKA comincia ad esaminare tutti gli omicidi irrisolti avvenuti nell’area di Francoforte nei decenni precedenti, soprattutto nell’ambito del mondo della notte, in cerca di collegamenti con il profilo di Seel. I nomi non tardano ad arrivare.

Manfred Seel

I primi omicidi presumibilmente attribuibili a Manfred non avvengono nel microcosmo della prostituzione. Si tratta, infatti, di due infermiere, Gudrun Ebel e Hatice Erülkeroglu, uccise rispettivamente nel Febbraio e nell’Aprile del 1971. Le donne erano state entrambe ammazzate a coltellate, poi mutilate: alla Ebel mancava l’utero, alla Erülkeroglu la vagina. Oltre al modus operandi compatibile con quello che viene attribuito a Seel, la LKA mette in evidenza un altro punto di contatto tra le due vittime ed il presunto serial killer: in quell’anno, infatti, Manfred lavorava a pochi metri della clinica geriatrica in cui prestavano servizio le due infermiere.

Dopo questi due omicidi c’è un buco temporale lunghissimo, ben vent’anni (il presunto delitto successivo, come vedremo, avviene infatti nel 1991) , secondo l’unità Alaska dovuto ad un momento di “assestamento”: è abbastanza comune che i serial killer abbiano dei periodi in cui vengano assorbiti da altro e/o durante i quali incontrino degli ostacoli  (la formazione di una famiglia, un lavoro particolarmente impegnativo, la paura di essere scoperti a causa delle indagini pressanti delle forze dell’ordine, eccetera) e che quindi smettano temporaneamente di uccidere per poi ricominciare in dei contesti in un certo senso maggiormente favorevoli.  Gli assassini seriali storici, dai più famosi ai meno noti, hanno avuto molto spesso delle pause di questo genere, talvolta durate anche diversi anni. L’anomalia nel caso di Manfred Seel è la lunghezza dell’inattività: due decenni costituiscono un periodo eccessivamente lungo, riscontrato molto sporadicamente in altri soggetti simili. Insomma: un qualcosa di – come si suol dire – quasi più unico che raro.

Il presunto terzo delitto di Seel avviene, come già anticipato, nel 1991. Si tratta di Gisela Singh, una prostituta eroinomane (esattamente come Britta Simone Diallo) di 36 anni.

Gisela Singh

L’ipotetica quarta vittima di Manfred viene ritrovata nel 1993: Dominique Monrose, 32 anni, originaria della Martinica. Il copione è sempre il medesimo: prostituta tossicodipendente che esercitava nell’area di Francoforte. Le parti del corpo della donna, tra cui la testa, furono rinvenute in diversi punti della città. All’epoca dell’omicidio si era ipotizzato che la caraibica fosse rimasta vittima di un regolamento di conti nell’ambito della prostituzione locale, perché venne fuori che la ragazza stesse in un certo senso inquinando il mercato applicando tariffe inferiori alla media della zona.

L’assassinio attribuito a Manfred Seel successivo a quello di Dominque Monrose avviene nel 1996 ed è la classica eccezione che conferma la regola: la vittima non era una prostituta. Si tratta, infatti, di un’impiegata di banca di 27 anni, Pia Isabel Heym. La testa della bancaria fu ritrovata in un giardino nel quartiere di Sachsenhausen. La ragazza in questione sembra un soggetto fortemente scollegato dagli altri, cioè prostitute tossicodipendenti, quindi persone fragili ai margini della società ed in quanto tali facilmente soggiogabili. Gli investigatori trovano un nesso: la Heym era una schizofrenica in trattamento. Un altro soggetto debole, quindi una facile preda, seppur per motivi differenti rispetto ai casi precedenti.

Come già specificato, tutti questi omicidi sono ipoteticamente attribuiti a Manfred Seel, per targetizzazione, area geografica, periodo e modus operandi. In due casi, però, non ci sono nemmeno dei resti su cui lavorare: Julie Anna Schröder (18 anni, prostituta eroinomane) e Gabriele de Haas (32 anni, anche lei prostituta tossicodipendente) scomparvero rispettivamente nel 1998 e nel 1999 e non furono mai ritrovate, né vive e né morte. Essendo entrambe, per tipologia, delle potenziali vittime dell’omicida, sono state inserite nell’elenco degli eventuali bottini del presunto Hesse Ripper.

Alla lista, oltre alla già menzionata Diallo, va aggiunta un’altra donna. O meglio: la testa di una donna ritrovata nel 2004 in quella zona. Non è mai stata identificata.

Secondo gli esperti della squadra Alaska, il quadro che emerge dopo questa serie di ricostruzioni mostra un serial killer dedito al sadismo (sessuale e non) ed amante dei feticci (portava con sé ogni volta almeno una parte anatomica della donna trucidata, per giunta in una sorta di escalation via via sempre più brutale, efferata ed invasiva). I primi due omicidi, quelli delle infermiere, non sarebbero stati oggetto di particolare targetizzazione, ma frutto di un vero e proprio impulso irrefrenabile, tipico di un assassino seriale alle prime armi: in sostanza Manfred ha ipoteticamente trucidato e mutilato le sanitarie perché, assalito dal desiderio di uccidere, avrebbe deciso di predare le prime donne a suo giudizio maggiormente a portata di mano. Con il passare degli anni e dopo una lunga pausa, Seel avrebbe affinato il suo modus operandi: scelta di soggetti fragili i cui omicidi si sarebbero tranquillamente potuti confondere nel marasma della criminalità (prostitute tossicodipendenti), con l’eccezione della bancaria, forse scambiata anch’essa per una donna da marciapiede eroinomane o forse selezionata in quanto disturbata mentalmente e quindi agilmente abbordabile e raggirabile. Le due prostitute scomparse e mai ritrovate sarebbero state sequestrate, seviziate, stuprate, mutilate e poi smaltite chissà dove. Ciò che restava della povera Diallo sarebbe stato conservato per ben dieci anni a causa dell’estrema sicurezza maturata nel corso del tempo da Seel, che evidentemente non aveva timore di essere arrestato. I fatti – ammesso e non concesso che l’ipotesi dovesse corrispondere alla realtà – gli danno ragione.

Con un volo pindarico non indifferente, la LKA nel 2016 collega Manfred Seel all’omicidio di Tristan Brübach. Il ragazzo abitava/bazzicava nel territorio di caccia dell’ipotetico serial killer. Oltre questo, gli investigatori vedono un nesso tra gli ambienti frequentati da Seel e le voci che, poco dopo l’omicidio, davano Tristan inserito nel mondo della prostituzione minorile e dello spaccio. Non finisce qui. L’unità Alaska, con un giro abbastanza arzigogolato, ritorna sui siti internet a tema necrofilia/cannibalismo visitati regolarmente da Manfred ed elabora questa teoria: Seel avrebbe ucciso Tristan, asportandogli poi i testicoli ed un gluteo, perché quelle parti anatomiche dei maschi giovani sarebbero estremamente ricercate dai divoratori di carne umana. Una sorta di lavoro su commissione o comunque un delitto con delle finalità cannibalistiche e non sessuali. In seguito, forse aiutato da uno o più complici, avrebbe tentato di riesumare il cadavere del ragazzino, probabilmente per scopi necrofili. Il nuovo scenario, quindi, vedrebbe Manfred Seel non solo come esecutore del brutale assassinio dell’adolescente/serial killer di donne, ma anche come un vero e proprio cannibale/necrofilo aiutato da altre persone sia in quest’occasione che in alcune (o forse in tutte) precedenti. Dei compagni di merende in salsa tedesca, insomma. Non sono noti gli elementi che porterebbero a pensare che Manfred non avesse agito sempre da solo. Esaminando le poche amicizie di Seel, gli investigatori individuano un possibile complice in un suo amico storico, tale Harry Mayer, deceduto poco prima di lui. Non ci sono indizi particolari che conducano all’elaborazione di questa teoria, se non l’assidua frequentazione pluridecennale intercorsa tra i due. “Se sono stati amici intimi per così tanto tempo, probabilmente avevano in comune anche certe passioni deviate”. Il ragionamento, seppur molto elementare e forse persino stupido, è esattamente questo.

Alcune delle presunte vittime di Seel

La LKA, chiaramente, comincia a sviscerare anche la breve vita di Tristan Brübach. Ciò che emerge cambia completamente la caratterizzazione del tredicenne ucciso: Tristan non aveva legami di alcun genere con qualsivoglia ambiente criminale. Suo padre e sua nonna lavoravano tutto il giorno per cercare di dargli una vita dignitosa ed erano quindi impossibilitati a stargli dietro assiduamente. Questo tipo di contesto, già visto e rivisto tante volte, dava al ragazzino una libertà poco comune tra i suoi coetanei, sfruttata semplicemente per bighellonare invece di fare i compiti. A qualcuno questa situazione normalissima sarà sembrata strana al punto da far nascere le voci, arrivate addirittura alla polizia, sui presunti collegamenti di Tristan con gli ambienti torbidi già citati. Erano dei semplici pettegolezzi senza fondamento.

L’uomo visto da più persone sul luogo del delitto, il biondo con la treccia, è lontanissimo da Seel sotto tutti i punti vista: pettinatura, corporatura, età presunta, altezza. Non solo: i testimoni del 1998, interrogati anche dalla LKA, affermano all’unanimità di non aver mai visto Manfred.

Nell’enorme archivio di Seel non c’è nemmeno una foto o un video in cui il protagonista sia una persona di sesso maschile, né un minore. Tutti gli omicidi ipoteticamente attribuiti a lui, tra l’altro, vedono come vittime solo ed esclusivamente donne adulte e non ci sono prove che fosse un cannibale o un necrofilo, escludendo le visite ai siti web riguardanti quelle tematiche, che però potrebbero anche essere correlate a delle semplici fantasie malate mai messe in pratica. A dirla tutta, non ci sono prove concrete nemmeno sul fatto che Manfred Seel fosse un omicida (seriale e non). I resti della prostituta ritrovati da sua figlia nel suo garage potrebbero essere stati messi lì da un’altra persona (sia prima che dopo la sua morte) o magari lui in vita era l’ultima ruota del carro di un’organizzazione ed aveva dei ruoli marginali ben lontani dagli omicidi. Si può dire, insomma, tutto ed il contrario di tutto. Certo è che, qualunque sia la verità, un uomo morto potrebbe essere sempre e comunque un ottimo capro espiatorio, perché non può difendersi e, di conseguenza, lo si potrebbe incolpare di qualunque cosa senza porsi il problema di un eventuale contraddittorio.

Di recente la LKA ha dichiarato di essere ritornata sui propri passi, arrivando ad escludere una qualunque correlazione tra Manfred Seel e l’assassinio di Tristan. Per entrambi i casi le indagini sono attualmente ancora in corso. L’omicidio del sottopassaggio rimane senza colpevole né movente, mentre Seel per l’opinione pubblica (e non solo) è una sorta di mostro post-mortem,  già inserito da tempo nella lunga lista dei serial killer tedeschi. (Il Messicano)

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