Avere vent’anni: DAMIEN RICE – O

Lorenzo Centini: Damiano Riso è il Fabio Volo dell’indie folk. Io di Fabio Volo nemmeno posso parlare troppo male. Nick Drake l’ho scoperto grazie a lui. Non me ne vergogno così tanto. Entro da Ricordi Mediastore a Termini e c’è Cello Song in diffusione. Mi avvicino al bancone per vedere il CD ed è una raccolta selezionata da Volo. Cello, alle Marche dai miei, vuol dire anche pisello, ma non approfondiamo. Torniamo a Damiano Riso, il Beppe Civati dell’indie folk. Dove indie è già da intendersi nell’accezione contemporanea, ovvero musica atta a far da sottofondo per sorseggiare un caffè da Starbucks o per immaginare una casa arredata Ikea. E folk da intendersi come sussurro e punta delle dita, senza nessuna implicazione tradizionale, etnica, per carità. Non starebbe bene con l’abbigliamento H&M.

Insomma, sarà capitato a molti, per carità non a tutti, ma non nascondetevi: sarà capitato di constatare a un certo punto che la vostra collezione di dischi non arrivava a darvi quel calore sotto le coperte di cui cominciavate a sentire un certo bisogno. Così, messi da parte gli Entombed, avete tentato di farvi piacere la musica che ascoltava la lei che non vi cagava, e, se ce n’era più d’una, adottare come gusto musicale una media che andasse bene per i primi 5 minuti di conversazione davanti ad un tè, quando speri che ti inviti su da lei per provare quel dolcificante dietetico. Insomma, a quei tempi, venti anni fa, si palesò questo ceffo di Damiano Riso ed era già perfetto nella confezione, non c’era bisogno di personalizzarlo, con quella barbetta incolta che va rifinita con attenzione ogni mattina, e una raccolta di canzonette dolenti e malinconiche. Ah, certo, di dolore qui ce n’è molto. Quello che vi trafigge la mattina a colazione quando scoprite che i cereali sono finiti. E sangue vivo. Quello di quando vi tagliate un dito sfogliando una novità alla Feltrinelli. Pathos a palate: quello di quando trovate una macchia sul pulloverino casual che, abbinato ad un bel polacchino, comunque avrebbe potuto farvi fare bella figura, foste mai arrivati a conoscere i suoi.

Un fan degli Atlantean Kodex dice la sua su Damien Rice

Il disco non l’ascoltavo più da venti anni (per fortuna all’epoca non c’erano i social e se c’erano io dormivo) e a farmelo mettere su nuovamente è stata una sfida perversa sulla chat di redazione. Vi dico solo che dopo il primo pezzo YouTube mi suggeriva già i Kings of Convenience, non so se avete presente il disagio. Stamane invece mentre lo cercavo su Spotify, per scrivere questo pezzo, l’algoritmo non ci credeva e cercava comunque di reindirizzarmi sui Damned.

Insomma, è chiaro il perché non lo ascoltavo da venti anni. Perché è una lagna insulsa. L’anno prima era uscito Ease Down The Road di Bonnie “Prince” Billy, ha apparentemente gli stessi ingredienti, è indie e folk nelle accezioni diametralmente opposte ed è spettacolare e commovente. Ovviamente senza alcuna speranza di avere lo stesso seguito di questo gaglioffo qui.

L’Azzeccarbugli: Mi fa davvero impressione pensare che il debutto di Damien Rice abbia compiuto vent’anni. Non tanto perché ricordo perfettamente di averlo comprato all’uscita e di quando fece il botto anche grazie all’uscita del film Closer di Mike Nichols, con una Natalie Portman mai così bella, ma perché fu una delle prime recensioni che ho scritto (sia il disco che il film di Nichols).

Il tempo però non ha intaccato minimamente lo smalto dell’album di esordio dell’irlandese e, nonostante oggi O sia più o meno universalmente riconosciuto un grandissimo disco, ricordo benissimo che una certa intellighenzia dell’epoca storceva il naso, parlando di troppa semplicità e di soluzioni “trite e ritrite”. Giudizi affrettati e probabilmente influenzati dal grande successo commerciale, perché c’è poco da girarci intorno: le dieci canzoni che compongono O hanno il respiro delle grandi composizioni, di quelle che ti ricordi a memoria anche dopo anni che non le ascolti. E la loro “linearità” non è di certo un difetto, così come il fatto che siano ben chiare le influenze che Damien Rice riesce a rielaborare in modo estremamente personale e sentito scrivendo canzoni senza tempo, dall’iniziale Delicate alla finale Eskimo.

Closer1 (40)

Inutile sciorinare i titoli di un disco praticamente perfetto e irripetibile: canzoni folk mai piatte, mai dome, impreziosite dall’ottima Lisa Hannigan e da splendidi passaggi più pop e contraddistinte da melodie e testi che parlano diritti al cuore, come in Delicate (So why do you fill my sorrow with the words you’ve borrowed) o in Older Chests (Like time, there’s always time / On my mind / So pass me by, I’ll be fine Just give me time). E poi c’è The Blower’s Daughter, sì, proprio quella passata per migliaia di volte nelle radio e nelle tv dell’epoca, una delle canzoni d’amore più struggenti di sempre, con quel most of the times che ti riporta bruscamente alla realtà e che ancora oggi, a distanza di vent’anni, ti uccide ogni volta.

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