GODHEAD MACHINERY – Monotheistic Enslavement

Di tutti i dischi usciti di recente, il terzo full dei Godhead Machinery è quello che ha più probabilità di entrare nella mia top ten di fine anno, che probabilmente sarà l’ultima ad arrivare ai grandi capi perché mi darà (per assonanza) grossi grattacapi per compilarla, a parte il disco dell’anno che rimane Seth per distacco.

I Godhead Machinery praticamente nessuno li ha mai sentiti nominare. Incredibile. Eppure è così, e Monotheistic Enslavement è il loro terzo album (a cui si aggiunge un EP apripista di quattro pezzi uscito a luglio, Masquerade Among Gods, del quale la sola Upon his Deceitful Star viene inclusa in questo album). Io mi son sempre chiesto come mai nessuna band in nessuna parte del mondo abbia provato a riproporre musica ispirata ai due classiconi Vittra dei Naglfar e Welcome my Last Chapter dei Vinterland, due veri e propri monoliti solitari svettanti in mezzo a deserti di sabbia nera spazzata dal vento. Riproporla senza copiarla pedissequamente, ovvio, nessuno è riuscito a fare mai neanche quello, per come la vedo io.

I Godhead Machinery invece lo fanno da quando si sono formati, circa nel 2015. Nel 2017 hanno pubblicato lo stupendo Ouroboros, due anni dopo l’altrettanto stupendo Aligned to the Grid, sempre sottocoperta, sempre senza disturbare, una cosa aumma-aumma ché non si sa mai qualcuno avesse modo di notarla e far girare la voce che c’è un gruppo, su in Svezia, che si ispira a Naglfar e Vinterland, ne rivede gli schemi in modo un po’ più moderno e personale ma la cui musica è un germoglio di quelle radici. Su Youtube il full gira da un bel pezzo, ma per chi lo ha comprato in pre-order non è stato disponibile fino al 26 novembre, giorno della sua uscita ufficiale. Misteri del marketing online. Per questo l’articolo lo scrivo solo oggi, si sa benissimo che ascoltare la musica su Youtube o da CD è come paragonare il Johnny Walker a un Cragganmore 18 anni. Il gruppo si sta ulteriormente evolvendo, i ragazzi stanno anche migliorando tecnicamente e ne danno sfoggio, eppure ancora nessuno sembra accorgersi che c’è un gran gruppo che si aggira tra di noi, suona musica della madonna e si chiama Godhead Machinery.

Il nuovo disco è molto oscuro, si dibatte nell’ombra più fitta. La musica è grandiosa come avrebbe potuto essere se l’avessero suonata i Dissection ma c’è di più, perché anche Naglfar e Vinterland si appoggiavano agli schemi dei Dissection salvo poi suonare qualcosa di completamente differente. I riff dei Godhead Machinery vi faranno venire i brividi in ben più di un’occasione, a volte dissonanti, altrimenti favolosi nelle loro melodie coinvolgenti da pelle d’oca. È oramai abbastanza raro, in un disco black metal, ascoltare assoli di chitarra che impreziosiscano concretamente il brano e non sembrino tentativi di riuscire “evoluti” o moderni utilizzando accozzaglie di note prive di senso spacciate per virtuosismi o artisticità da quattro soldi. L’eccezione la trovate qui: una delle caratteristiche più belle di Monotheistic Enslavement sono proprio gli assoli di chitarra, a volte tristi e malinconici, a volte spaccatutto e tritasassi, ma sempre comunque con una linea melodica ben distinguibile ed orecchiabile, mai casino giusto per fare.

La band utilizza ogni possibile soluzione per raggiungere il risultato, dal blast beat più incazzato ai passaggi acustici più soffici, senza tralasciare alcuna sfumatura tra i due estremi. Anche la registrazione è perfetta: i suoni nitidi, cristallini, la produzione ed il mixaggio non avrebbero potuto essere resi meglio di così. Insomma, qualcosa che se fosse uscita a nome di qualche gruppo più celebre, o storico, o semplicemente più pompato grazie a contratti di peso con etichette major (tipo Season of Mist o similari) vi sareste trovati in continuazione come annunci nei reminder o nell’e-mail visto che “somewhere in time you have been in contact with us”. Un prodotto vincente, specialmente se messo in mano a gente che ha direttori marketing che sanno il fatto loro.

In tutta la loro breve carriera i ragazzi non hanno scritto un solo pezzo inutile o mediocre. Certo, ispirarsi a cotanti maestri li aiuta ma questo non basta mica perché devi sapere scrivere musica tua, e poi devi saperla arrangiare, e la devi pure saper suonare, devi sapere che tipo di suoni vuoi ottenere in studio… eh, ce ne sono di variabili. Nessuna di queste caratteristiche manca ai Godhead Machinery, ribadisco che stupisce il fatto che al momento li conoscano in pochissimi. Ponete rimedio, andate ad ascoltarveli… non ve ne pentirete. (Griffar)

 

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