Avere vent’anni: DOMINE – Stormbringer Ruler – The Legend of the Power Supreme

Giacomo Leopardi teorizzò il concetto di parole poetiche, ovvero quelle parole che, rimandando all’idea di indeterminatezza, vaghezza, infinitezza, sono particolarmente adatte alla poesia e alle sensazioni che quest’ultima vuole esprimere. Dal canto loro, i Domine furono maestri nell’uso di parole epiche, vale a dire quelle parole roboanti e tonitruanti che, in determinati contesti, sono in grado di farti salire il fomento e la voglia di gonfiare il petto, prendere uno spadone a due mani e tagliare le teste ai nemici del metal o, senza andare troppo lontano, ai vari noiosi rompicoglioni che infestano le nostre vite. A differenza della poesia, che ha altre esigenze e altre necessità, l’epica può usare le suddette parole anche per accumulo, come gli stessi Domine insegnano così mirabilmente.

Il titolo completo del terzo disco dei Domine è infatti STORMBRINGER RULER – THE LEGEND OF THE POWER SUPREME, una roba così esagerata che sarebbe un peccato scriverla in minuscolo. Il titolo riflette perfettamente l’atmosfera dell’album, talmente fomentante che sarebbe apprezzabile anche a chi è totalmente estraneo alla storia di Elric di Melnibonè di cui è un concept. O anche a chi, come me, conosce la saga scritta da Moorcock ma non è mai riuscito ad affezionarcisi. Non c’è bisogno di sapere di cosa esattamente si stia parlando durante l’apoteosi di The Hurricane Master, in cui sembra davvero di essere al centro di un uragano mentre la band va sparata a mille e Morby strilla altissimo con un’enfasi da scoppiare i polmoni quei versi immortali che recitano

I am the Hurricane Master
Holy knight of the Ancient Code
I am the Hurricane Master
I’ll blast your armies to kingdom come

Winds are rising, fast they’re blowing
Men are running, loud they’re screaming
See my anger, taste my vengeance

Con quell’and justice is done ripetuto sempre più forte, sempre più alto, fino a giungere a uno dei finali più fomentanti e genuinamente epici di sempre.

 

È vero che i Domine hanno sempre dovuto fare i conti con Champion Eternal, l’impareggiabile debutto sulla lunga distanza con le radici ben piantate nel solido terreno dell’epic metal e che, per definizione, non avrebbe potuto essere superato in nessun caso. Ma la loro sensibilità rimase epica anche quando le ritmiche si velocizzarono e lo stile si avvicinò al power; genere, quest’ultimo, vissuto sempre come un’influenza e mai come obiettivo. La loro cifra stilistica fu l’atmosfera cupa, plumbea, rassegnata, come Elric che si muove in quel mondo violento e spietato, lui che è l’ultimo della sua stirpe, interagendo con potenze immense, arcane e irrazionali, indifferenti al fato degli uomini e delle altre specie viventi. In questo senso Stormbringer Ruler, così come il precedente Dragonlord e il successivo Emperor of the Black Runes (ancora parole epiche usate con infinita maestria), rimane un disco unico, in pieno stile Domine, senza paragoni diretti con lo stile di altri gruppi rubricabili negli stessi ambiti.

Qui dentro ci sono pezzi che raffigurano perfettamente situazioni e scenari, in modo quasi plastico: The Fall of the Spiral Tower (altissimo esempio di epic metal) fa balenare davanti agli occhi architetture immani e antichissime, facendo risaltare l’inadeguata piccolezza dell’Uomo posto di fronte a qualcosa di più grande di lui. Oppure True Leader of Men, ispirata a Dune, che narra la potenza fatale di chi è destinato a guidare gli altri in uno scenario di morte e desolazione. I Domine si ritrovano spesso a cantare del dualismo tra l’Uomo e l’enormità delle forze della Natura o della Divinità, e il tentativo titanico di imbrigliare queste ultime e di porle al proprio servizio; un tema che ricorre in tutta la letteratura heroic fantasy, a cominciare da Moorcock e Howard, e che ammanta tutta la loro produzione di quel pessimismo violento di cui si parlava. E in tutto questo la loro enorme fortuna è stata di trovare sulla propria strada Morby, senza la cui voce unica e sovrumana tutto sarebbe stato infinitamente più prosaico. Un sesto disco è in cantiere da ormai quasi 15 anni: se sono tornati i Cirith Ungol, i Solstice e i Glacier c’è speranza anche per loro. (barg)

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