NEW BLOOD: il ritorno di DEXTER

Trovo le serie televisive assai impegnative. Motivo, questo, per cui ho impiegato ben otto anni per decidermi a partire con le cinque stagioni dell’ottimo Breaking Bad. Dexter fu anch’essa una serie particolarmente impegnativa, culminante nella prima e nella quarta stagione (Trinity killer) e in piena caduta libera dopo l’abbandono dello sceneggiatore Clyde Phillips. Uno che aveva reso la terza stagione leggerina e noiosa ma che ci sapeva comunque fare con i personaggi e la loro trasformazione, oltre che con la gestione delle tempistiche. Se Dexter è arrivato a vivacchiare per otto insostenibili stagioni è anche e soprattutto colpa – oltre che di noi che lo guardavamo e generavamo share – di un team che si è sfaldato nei suoi punti cardine.

Dexter Morgan si è preso otto lunghi anni di pausa. Ci ha lasciati nel peggiore dei modi: andando con un motoscafo verso un uragano e ricomparendo in un posto pieno di foreste e legname tagliato, quasi certamente il Corno alle Scale, lasciandosi alle spalle una sorella, crepata, e un figlioletto, Harrison, con giusto qualche punto interrogativo in fronte. In un simile lasso temporale, le ferite aperte da un finale così di merda, almeno in teoria, possono essersi cicatrizzate; e hai realmente il modo d’allietarti all’annuncio di un ritorno a nome New Blood. Nel 2014 non lo avrei francamente tollerato.

Tornano in pochi. Innanzitutto Clyde Phillips, una più che mezza garanzia dietro alle quinte. Torna lui, Michael C. Hall, un attore che all’epoca mi auguravo potesse combinare qualcosa in più e si è invece ritrovato a combattere e vincere un linfoma proprio negli anni in cui, fra un film di merda e un altro (Gamer), cominciavamo a parlarne con una certa insistenza. E torna Jennifer Carpenter, la sorella Debra, in qualità di voice over (fisicamente rappresentata) nella testa che suggerisce il da farsi al protagonista nelle sue ricorrenti fantasie deviate; un ruolo, il suo, che all’epoca toccò al padre James Remar. Un colpo basso, per me.

James Remar è letteralmente I guerrieri della notte. È Ganz di 48 ore, un villain meraviglioso. È lo sfigatissimo Preston ne I delitti del gatto nero. È un attore che vorrei vedere dappertutto ma trovo credibile l’ipotesi che non sia stato scritturato giacché un “fantasma” che comincia ad avere un’aria invecchiata possa starci il giusto. Oppure perché non lo si poteva semplicemente mettere sotto contratto. O perché l’ottava stagione era finita un po’ troppo di merda persino per lui. Fatto sta che Jennifer Carpenter alias ne è un naturale oltre che logico successore, sebbene sia scarsamente logico come nella testa di un serial killer, che per dieci anni ha dialogato con una precisa e costante voce, possa, a un certo punto, sostituirsene un’altra. L’unica risposta che mi sono dato è che in questi otto anni “senza il padre” Dexter non abbia ucciso e che la nuova voce fuori campo abbia anche altri compiti, pur mantenendo quello, primario, di frenare in ogni modo Dexter.

Dexter è fidanzato con una poliziotta e amato all’unisono da uno di quei paesini americani talmente caratterizzati ad hoc da assomigliare alla Amity di Spielberg in versione sciistica.  Lavora però nel posto più sbagliato del mondo: un’armeria che vende tanti pugnali quanti fucili, e avrà presto a che fare con le insistenti richieste di un cliente – sbandato e con un passato del cazzo – che è interessato a buttar giù cervi con un fucile d’assalto da nove mila dollari finanziati dal padre. Per coincidenza, Dexter in quei giorni sta braccando nei boschi circostanti un magnifico maschio bianco e non riesce a decidersi a trasformarlo in bistecche.

Capiamo due cose: che il cliente sarà il primo a finire nel domopak, e che il padre, interpretato dallo stesso attore che nel 1986 interpretò Kurgan in Highlander (Clancy Brown), avrà ogni valido, lecito o illecito non fa differenza, motivo per desiderare di fargli un culo tanto. Capiamo inoltre che la sottotrama legata alle figliole scomparse riguarderà quest’ultimo o peggio ancora il redivivo Harrison, interpretato da un tale che di profilo somiglia a Michael C. Hall ma che, non appena si volta e guarda in camera, non gli somiglia più.

Parlo al futuro perché ho visto la prima puntata, l’unica disponibile. La qui presente, non lo si fosse capito, non è la recensione della nuova serie bensì una semplice analisi del suo ripresentarsi al pubblico che lo amò e ci si fratturò i coglioni più in là con gli episodi. Dexter: New Blood ha un tono differente, che non mi è sempre familiare, ed è scarsamente sottolineato dalle musiche: le originali erano fantastiche ma in gran misura non si sarebbero adattate ai contesti odierni. Dexter: New Blood è, almeno momentaneamente, compassato nei ritmi, eppure coinvolge; si ha la sensazione di voler sapere dove si andrà a parare ben sperando che non si ripeterà il fatale cliché che volle il protagonista – sottolineo: ripetutamente – alla mercé di qualcuno che si è accorto di lui, che lo sputtanerà e che puntualmente finirà ammazzato nella pellicola da cucina. Naturalmente alcuni tratti del modus operandi ritornano in pompa magna: uccide alla stessa maniera, preleva una goccia di sangue ma stavolta ci ripensa, pulisce la scena con metodo ma l’atipicità del luogo e la ruggine che ha addosso lo portano subito a trascurare evidenti tracce, che, lo presumo, lo metteranno ben presto nella merda. Ha inoltre un cimitero personale, come il fondale oceanico protagonista dell’inizio di seconda stagione. Inoltre si fa chiamare Jim Lindsay, come il Jeff Lindsay autore cartaceo, che assomiglia in modo impressionante al Clancy Brown che presumo sfiderà il protagonista nel corso delle prossime nove puntate. E se quest’ultima non è una voluta coincidenza, è comunque buffa.

Essere incuriosito da una nuova serie su Dexter Morgan nel 2021 penso sia più che sufficiente, e la prossima settimana sarò certamente lì ad attenderlo. (Marco Belardi)

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