Un gioco di contrasti: LOW – Hey What

Un’intera carriera basata sui contrasti. Se devo pensare ad una caratteristica predominante, ad un minimo comun denominatore nella musica dei Low, sempre presente indipendentemente dalle trasformazioni che si sono susseguite nella loro discografia, è proprio quella dei “contrasti”. Tra le voci di Alan Sparhawk e Mimi Parker, tra l’apparente serenità di alcune melodie e i testi, tra la lentezza, quasi placida, di alcune composizioni e la pesantezza di fondo delle chitarre e delle percussioni sulle quali si fondano, tra una spiritualità molto radicata nel tempo e una proposta musicale mai doma, che guarda sempre avanti.

Dallo “slowcore” degli esordi, etichetta sempre odiata dalla band, di strada ne è stata fatta tanta e se con Double Negative si è compiuta una rivoluzione nel sound, con una componente quasi noise che diventa la base di ogni composizione, con HEY WHAT si prosegue sulle stesse coordinate, ma dando più spazio alla melodia.

Low

Se il risultato è forse meno sorprendente del predecessore, la qualità è sempre altissima. Circostanza che si intuisce sin dall’aperura di White Horses, che sembra riprendere il discorso esattamente dove si chiudeva Double Negative, con un muro di rumore e distorsioni che si sfalda con l’ingresso della voce del duo.

Già dalla successiva I Can’t Wait, con momenti quasi dream pop, si intuisce un maggior bilanciamento verso la melodia e sonorità più vicine al passato più o meno prossimo della band. Come nella commovente Don’t Walk Away, che sembra uscire da un C’mon sotto ketamina o dalla splendida Days Like These, primo estratto dal disco e quasi manifesto di intenzioni dei nostri: un’intro estremamente minimale  di sole voci e due-note-due di pianoforte che seguono una linea armonica e classica, che già dalla successiva strofa viene meravigliosamente sporcata da bordate di distorsioni che, improvvisamente, trasformano un brano quasi solare, in una sinistra sinfonia quasi badalamentiana.

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Dei chiaroscuri che ritroviamo alla base di tutte le composizioni del disco e che non lasciano mai indifferenti, anche grazie ad un certo lirismo, ad un pathos che è fin da sempre presente nel DNA dei dischi dei Low e che ritroviamo anche nella sua ultima creatura. Quarantasei minuti praticamente perfetti che trovano il loro culmine in uno dei brani più nervosi del disco, The Price You Pay (It Must Be Wearing Off), che chiude l’album con il volume a palla e la distorsione a undici. Un’ulteriore dimostrazione di classe, inventiva e ispirazione di una band che non ha mai sbagliato niente, uno dei migliori dischi del 2021. (L’Azzeccagarbugli)

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