R.I.P. CHARLIE WATTS (1941-2021)

No, Charlie Watts no.

Al di là della razionalità (un ottantenne, purtroppo malato) e della logica (gli Stones di certo non sono stati il prototipo dei bravi ragazzi nel corso degli anni), la notizia della scomparsa di Charlie Watts è di quelle che fa davvero male.

In primis, perché se iniziano a morire i Rolling Stones, non c’è davvero nessun immortale.

Ma soprattutto perché Charlie Watts è sempre stato il mio Stones preferito.

Senza neanche pensarci un secondo.

Non solo quale componente di quella formula alchemica che ha dato alla luce alcuni dei più grandi album della storia dell’uomo (ed una delle ragioni per le quali esiste la musica di cui parliamo su questo blog), ma per tutto ciò che Watts rappresentava singolarmente.

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“Facile” essere il frontman, o il chitarrista geniale che rimastica i blues che sentiva da ragazzino e – sempre da ragazzino- tira fuori il riff di Jumpin’ Jack Flash, è molto più difficile riuscire ad “emergere” da dietro una batteria.

E Watts lo ha sempre fatto con una discrezione ed una personalità invidiabile, tanto percepibile sia quando suonava, da vero jazzman, con un set essenziale ed uno stile immediatamente riconoscibile, sia quando non era sopra il palco, dispensando lezioni di classe ed eleganza da vero gentleman inglese, con un atteggiamento che si contrapponeva nettamente a quello dei suoi sodali.

Sono tanti gli aneddoti che riguardano la figura di Watts che si potrebbero citare, ma io  ho sempre adorato quello riguardante il cazzotto rifilato a Mick Jagger che, ubriaco, chiedeva dove fosse finito il suo “fucking drummer”. Watts non si è scomposto e – me lo immagino, vestito di tutto punto- ha cercato Jagger, lo ha alzato dalla giacca e gli ha detto “never call me your drummer again”, rimollandogli il destro di cui sopra e chiosando il tutto con un meraviglioso “you’re my fucking lead singer”.

Ma esiste un modo per capire chi era davvero Charlie Watts e come la sua figura fosse assolutamente fondamentale negli equilibri degli Stone.

È un’immagine perfetta che è stata ritrovata e pubblicata, per questa triste occasione, dal mio grande amico e critico cinematografico Rosario Sparti.

Si tratta di questo spezzone dal capolavoro Gimme Shelter film di Albert e David Maysles del 1970 in cui la band sta ascoltando i nastri di Wild Horses e a 2:11 circa la camera indugia su Watts, che dopo pochi secondi inizia a fissare l’obiettivo.

Uno sguardo che dice più di mille canzoni.

Ciao Charlie.

4 commenti

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