HJÓL – Funeral Pyre

Che ne dite, ce lo spariamo su un dischetto di gustoso black metal norvegese per abbassare un po’ queste torride temperature che ci stanno cuocendo il cervello, così da rinfrescarci almeno i timpani?

Funeral Pyre è il debutto autoprodotto di codesti Hjól, prima e per ora unica opera del quartetto composto da Natt Ravn (main vocals), Draugan  (clean vocals, tastiere ed effetti), Stormherre (compositore principale, chitarra e basso) ed Helheim (batteria acustica ed elettronica – non c’entra niente col gruppo omonimo), come detto tutti e quattro originari della patria indiscussa del black metal per come lo conosciamo oggi. Le loro fonti d’ispirazione sono appunto i primi dischi dei maestri della scena norvegese: il primo nome che viene in mente sono i Gorgoroth, specialmente quando tirano secco, ma in queste parti si sentono anche i Ragnarok, poi i Trelldom nelle parti più cupe e rallentate, i Taake e  i primi Enslaved nelle parti viking/pagan. Il disco non è lunghissimo, 37 minuti; il giusto, direi, ed in questi 37 minuti gli Hjól tentano con un discreto successo di variegare il più possibile le partiture per evitare di essere monotoni. Naturalmente non è tutto quanto perfetto, altrimenti si parlerebbe di uno dei dischi dell’anno e Funeral Pyre non lo è, però il disco è valido e lascia intravedere potenzialità di sicuro interesse.

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Giusto per togliersi il dente subito, la title track in realtà è un’intro strumentale che sembra ispirata dagli esercizi a casa di un violinista al secondo anno, ed è una palla mortale. Oltretutto sono più di tre minuti e sarebbe stata troppo lunga pure fosse stata la metà; migliora un pochettino verso la fine, ma, se non ci fosse, nessuno avrebbe di che rammaricarsene. Certo che intitolare l’album come l’unica traccia che con il resto della musica c’entra un cazzo di niente non mi pare un’ideona da tramandare ai posteri, ma bisogna aver pazienza, perché subito dopo il disco incomincia veramente e c’è da divertirsi: When the Serpent meets the Crown è un bell’assalto frontale in up-tempo di chiara matrice Gorgoroth, bella secca, dura e cattiva come da manuale, e così pure la conclusiva Mother Earth è su questi canoni. Everlasting Forest invece è molto più lenta e cadenzata: qui appaiono per la prima volta arrangiamenti di tastiere e di clean vocals epiche e pagane. Le avremo già ascoltate migliaia di volte, ne prendo atto, però nel contesto funzionano anche bene. Under the Pale Moon mi ricorda di più i Ragnarok, ha sempre un bel tiro ma è un po’ più varia e cambia atmosfere più di frequente. Lighthouse è un lentone che non sfigurerebbe su Tarnet dei Malignant Eternal, accompagnato da tastiere riverberate molto orecchiabili… Insomma, alla fine si può tranquillamente dire che nell’attuale panorama del black scandinavo anche gli Hjól la loro nicchia possono scavarsela ed occuparla senza che nessuno possa gridare allo scandalo. Naturalmente l’originalità non è granché di casa, ma i pezzi sono costruiti e suonati bene e i riff sono gradevoli, provati e riprovati, suonati con convinzione, per quanto possibile vari e di sicuro mai scontati, e questo è un merito non da poco, visto quanto si ascolta attualmente nella maggior parte di uscite “di seconda fascia”, roba che si arriva al terzo pezzo a fatica e poi si passa ad altro. Gli Hjól si cimentano anche in un brano semiacustico e folkeggiante – la penultima Raventale – che sembra uscita dalla penna di Ivar Bjørnson quando aveva 16 anni. Per ora l’album è uscito solo in versione digitale (ma non credo ci voglia molto prima che una qualche etichetta lo stampi anche su supporto fisico): di certo Funeral Pyre vale quantomeno un ascolto, per i nostalgici di quel ramo del black metal ma non solo. (Griffar)

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