R.I.P. Franco Battiato [1945-2021]

Difficile esprimersi in modo equilibrato mentre intorno si scatena il banchetto degli avvoltoi dell’appropriazione postuma di un musicista che è stato di tutti e di nessuno, forse nemmeno di sé stesso fino in fondo. Tra l’ostica esibizione al Parco Lambro di Milano del 1973, da una parte, durante il Festival del proletariato giovanile organizzato dalla rivista Re Nudo (la cosiddetta Woodstock italiana), di fronte a un pubblico già avvezzo alle sperimentazioni di artisti come Demetrio Stratos e ben predisposto nei confronti della novità, grazie allo spirito del tempo e alle droghe pesanti, e l’impegno nel Teatro d’Opera dall’altro, c’è di mezzo tanto altro, tra cui il Battiato delle canzonette note ai più, quelle più famose ma anche dal testo più complesso e criptico, quelle commerciali, come definite da lui stesso senza riconoscervi un’accezione negativa, ma tali in quanto oggetto di commercio, vendita, guadagno.

Una appropriazione è impossibile perché sarebbe frutto di un falso storico, in quanto Franco Battiato predicava e praticava l’estraniamento, come distacco di sé dalla propria stessa opera. Ma non predicava e praticava l’estraneità al messaggio trasmesso, che era politico, filosofico, storico, religioso, etico. Per questo motivo nei suoi pezzi non parlava mai di questioni personali, del suo io, dei fatti suoi, come a sollevare un muro tra la sua idea di musica e quella degli artisti a lui contemporanei che, al contrario, facevano delle proprie canzoni chi un diario, chi uno specchio, chi una catarsi. I suoi testi parlavano della musica e per il suo tramite parlava a tutti, con quella capacità ossimorica di dire cose del tutto non immediate e farle capire rimanendo impressi nella mente degli altri indelebilmente. Non era un grande comunicatore, oggi considerata come un’abilità indispensabile in qualsiasi ambito a prescindere dai contenuti della stessa, ma un efficacissimo canale di trasmissione di pensieri e concetti, i suoi, ed una centrale nucleare di emozioni.

Con estrema lucidità e una quasi inattaccabile oggettività, ci ha cantato dei migliori e, troppo spesso, dei peggiori frutti dell’agire umano legato al pensiero ideologico: il costante antiamericanismo; l’avversione nei confronti degli atteggiamenti egemonici culturali e militari, non solo americani, di cui siamo ulteriormente testimoni in questi strani giorni; i gesti politici, come il concerto gratuito che riuscì a tenere in Baghdad nel 1992 con l’aiuto di Alì Rashid dell’OLP (“Il mio Virgilio in terra irachena”), che fu inizialmente mascherato da evento umanitario e di cui solo in seguito se ne dichiarò il reale significato.

Andrebbe anche ricordato per il suo concetto di libertà, supportato dal pensiero di Manlio Sgalambro, vicino a quello di un asylum ignorantiae, pur sempre preferibile all’uso fideistico che spesso si fa del concetto che è da temere quando viene politicamente enfatizzato al punto da rischiare di condurre al suo stesso rovesciamento. Autore, dunque, di un pensiero evoluto e comparato con la realtà e gli effetti delle ideologizzazioni sulla società, di chi è stato a Mosca durante la Perestrojka e a Berlino prima della caduta del muro, ma anche e soprattutto autore di canzoni stupende. (Charles)

4 commenti

  • Complimenti per il ricordo

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  • Uno che razzolava meglio di quanto predicava. Tra l’altro potete beatamente lasciar perdere i suoi testi musicati e ascoltare quello che diceva nelle interviste, è la stessa cosa.

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  • non sapevo che era così anziano. mai ascoltato e mai seguito. negli anni 90 quando compravo le riviste, Rumore ecc…, io ascoltavo i Sepu e la scena italiana (Subsonica, CSI, Africa Unite, Giuliano Palma, Battiato, e il movimento beat di piacenza) era tenuta alta sul palmo della mano degli indi del cazzo che non sopportavo. Ma… il finale de “La guerra degli Antò” è un gran bel pezzo.

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  • Uno dei pochi artisti italiani originali e realmente impossibili da imitare.
    L’unica cosa che non ho mai capito è perchè una persona della sua intelligenza e sensibilità si prestasse, seppure molto raramente, a rispondere a certe domande idiote di giornalisti idioti sull’attualità italiana, consapevole che molti avrebbero potuto etichettarlo come uno snob terzomondista che beve il caffe solidale con Jovanotti e Fiorella Mannoia.
    Per il resto credo che il concerto di Baghdad, per svariati motivi, ce lo presenti giustamente come notevolissimo esempio di statura morale, culturale e artistica.

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