L’umanità propone: i fratelli Collyer, sepolti in casa

Homer Lusk Collyer e Langley Collyer nascono a New York, rispettivamente nel 1881 e nel 1885, da Herman Livingston Collyer, un ginecologo, e Susie Frost, una cantante lirica. L’ambiente in cui crescono i due fratelli è abbastanza particolare. Herman e Susie, cugini di primo grado, sono persone eccentriche ed anaffettive. Il dottore lavora al Bellevue Hospital ed ha la strana abitudine di andare in ospedale in canoa. Una volta giunto sulla terra ferma, completa il percorso sino al posto di lavoro a piedi, portando la piccola imbarcazione sulle spalle per le vie di Manhattan. Nel 1909 la famiglia Collyer si trasferisce ad Harlem. Parliamo di un’altra epoca: ai tempi quello è ancora un quartiere borghese abitato per buona parte da bianchi benestanti, molti dei quali di origine britannica.

Homer e Langley frequentano le migliori scuole della città, terminate le quali si iscrivono entrambi alla Columbia University, distante pochi chilometri dalla loro abitazione. Homer si laurea in diritto della navigazione, mentre il più giovane frequenta la facoltà di ingegneria ma non conclude gli studi. Le stranezze dei genitori influiscono non poco sui due fratelli, soprattutto su Langley, che prende la vena artistica dalla madre e quella eccentrica dal padre: diventa un pianista di buon livello ed una sorta di “inventore”. Lavora spesso su marchingegni strampalati, quasi sempre non funzionanti o completamente inutili.

Homer e Langley Collyer

Nel 1919 Herman Collyer, senza alcuna spiegazione, abbandona la casa coniugale, seguito dalla moglie qualche tempo dopo. Non si sa se vadano a vivere insieme o se decidano di prendere strade diverse. Homer e Langley rimangono da soli nell’enorme residenza di Harlem. Il dottor Collyer muore nel 1923, sua moglie nel 1929. I figli, ovviamente, ereditano tutti gli averi dei genitori e li portano nella casa in cui vivono già da tempo. Fino a quel momento i due fratelli sono delle persone più o meno “normali”. Senza dubbio sono un po’ eccentrici, ma lavorano ed hanno una discreta vita sociale.

Le grane arrivano con i problemi di salute di Homer: prima una malattia reumatica che lo rende claudicante, poi un’emorragia ai bulbi oculari, nel 1933, che lo fa diventare cieco. Vista la situazione, Langley decide di lasciare il lavoro per dedicarsi completamente al fratello maggiore.

Harlem non è più il ricco quartiere del 1909: la crisi economica lo ha progressivamente cambiato. Le case si sono svalutate e i bianchi ricchi sono andati via in massa, lasciando gradualmente il posto alla poverissima comunità afroamericana. I Collyer lì sono ormai delle figure quasi anacronistiche e diventano ben presto una sorta di attrazione. I ragazzini si divertono a lanciare delle pietre contro le loro finestre o a prendere in giro Langley quando lo incontrano per strada. Ad Harlem nascono diverse leggende metropolitane, tra le quali spicca quella che descrive i due fratelli seduti su poltrone fatte di contanti, oro zecchino e pietre preziose. La vita nel quartiere diventa insostenibile e Langley pensa prima di sbarrare porte e finestre con delle assi di legno, poi decide di uscire sempre meno, sino alla quasi totale reclusione.

 

Vista la situazione appena descritta, alla quale si aggiungono poco dopo anche diversi tentativi di effrazione, i Collyer sviluppano una paura estrema dei furti, che ad un certo punto sfocia nella paranoia vera e propria, quindi giungono alla conclusione che le misure prese fino a quel momento non siano sufficienti per stare tranquilli. Langley costruisce in tutta la casa una serie di barriere alte sino al soffitto e dei veri e propri tunnel, utilizzando vecchi giornali ed oggetti trovati nell’immondizia o per strada. Non gli basta: all’interno di questo enorme labirinto di spazzatura piazza delle trappole e degli allarmi rudimentali, cioè delle lattine legate a dei ganci che fanno rumore se sfiorate e delle piccole carrucole collegate a grossi oggetti sistemati in alto: si è costretti a spezzare la cordicella per passare ed inevitabilmente il peso posto sul soffitto cade addosso all’eventuale intruso. Nel giro di poco tempo i tre piani della casa dei Collyer diventano un fortino di cianfrusaglie e rifiuti in cui i due ricavano dei minuscoli spazi vitali dove sopravvivono come animali in gabbia. Le “protezioni” sono dappertutto, al punto che diverse camere della casa diventano letteralmente inaccessibili.

I problemi reumatici di Homer, già totalmente cieco, peggiorano col tempo, sino a paralizzarlo completamente ed a renderlo quindi dipendente in tutto e per tutto dal fratello minore. Langley, ormai in preda alla follia, esce soltanto di notte per evitare la gente e lo fa solo ed esclusivamente per prendere l’acqua da una fontanella e per raccattare del cibo, spesso recuperato dai bidoni della spazzatura o nelle aree dei mercati, dove raccoglie gli alimenti caduti dalle bancarelle durante il giorno o quelli scartati dai mercanti.

Nel 1939 dei tecnici del Comune vanno dai Collyer per staccare il contatore, ma si accorgono che è in disuso praticamente da un decennio, così come tutte le altre utenze, già sospese da molto tempo a causa della morosità dei due fratelli. Langley non esce di giorno nemmeno per pagare le bollette. La casa di Harlem è ormai da anni senza acqua, luce, gas e telefono, completamente “blindata” e piena di oggetti di ogni genere. I due vivono totalmente fuori dal mondo. Si riscaldano con una vecchia stufa a cherosene e Langley prova a costruire un generatore di corrente smontando e riassemblando a modo suo la vecchia Ford del defunto padre: l’idea non funziona e diverse parti dell’auto finiscono all’interno dell’abitazione, ammucchiate alla rinfusa insieme a tutto il resto.

La fama dei fratelli Collyer ad un certo punto supera i confini del quartiere. Diversi giornalisti, attratti dalle incredibili storie che hanno sentito in giro, cercano di intervistarli in tutti modi. Solo una di loro ci riesce, Helen Worden, che però non viene mai invitata ad entrare in casa da Langley: l’intervista le viene rilasciata in strada. La giornalista pensa che tutte le leggende metropolitane che ha sentito siano vere e nel suo articolo scrive che i misteriosi fratelli di Harlem, diffidenti per natura e gelosi delle loro ricchezze, siano soliti tenere contanti e preziosi in casa, vivendo di rendita grazie all’ingente patrimonio ereditato dai genitori. Riporta anche la descrizione dell’abitazione fornitale da Langley: bella, confortevole ed arieggiata, nonostante le assi di legno, apposte soltanto per motivi di sicurezza.

Nel 1942 le banche presentano il conto ai Collyer: non pagano il mutuo da anni, quindi ad Harlem viene inviata una squadra di addetti per sfrattarli e sgomberare la proprietà per poi metterla all’asta. Langley è fermamente convinto di non dover pagare nulla, in quanto disoccupato senza reddito e con un fratello infermo da assistere, quindi si oppone strenuamente al tentativo di sfratto e comincia ad urlare come un ossesso contro gli “assalitori”, scatenando l’inferno. I vicini, spaventati da quell’assurdo pandemonio, chiamano la polizia. Giunti sul posto, gli agenti cercano di entrare in casa sfondando la porta, ma senza successo: è bloccata dall’interno dalle barriere di giornali erette ormai diversi anni prima. Per evitare ulteriori guai, Langley firma e consegna ai creditori un assegno di 6700 dollari, saldando così l’intero debito con la banca. Il sergente della polizia, però, non si accontenta e pretende di entrare in casa per sincerarsi che Homer stia bene. Langley è costretto ad accettare e conduce gli agenti verso l’ingresso della cantina: si entra da lì. Non in maniera canonica, ovviamente, ma destreggiandosi tra i cunicoli e gli strettissimi corridoi scavati tra i quintali di robaccia sistemata “strategicamente” in circa quindici anni, una sorta di enorme Tetris. Per raggiungere il piano in cui si trova Homer, gli agenti, insieme a Langley che fa da “guida”, impiegano oltre mezz’ora. I poliziotti rimangono scioccati da quello spettacolo grottesco ed impallidiscono una volta raggiunta la “meta”: si ritrovano davanti una sorta di manichino magrissimo adagiato su una brandina sporca e maleodorante, quasi nascosto dai quintali di ciarpame che lo circondano, che tuona contro di loro: “Sono Homer Collyer e voi, cari signori, avete commesso un abuso entrando in casa nostra. Pretendo i numeri dei vostri distintivi”. Gli agenti vanno via sconcertati e quella vicenda si conclude così.

Negli anni successivi Langley si rende protagonista di svariate “uscite diurne”. Non è rinsavito, ma è costretto a farlo: deve recarsi più volte in tribunale sia per gli innumerevoli processi conseguenti alle denunce da lui effettuate per i tentativi di intrusione subiti, sia per gli enormi debiti accumulati con il fisco, visto che lui e suo fratello Homer non pagano alcuna tassa da tempo immemore. La casa questa volta finisce all’asta, ma per ovvi motivi nessuno ha il coraggio di fare un’offerta per acquistarla. Le scorribande di Langley in tribunale sono incredibili: si presenta scapigliato, sporco oltre ogni immaginazione e con indosso degli abiti non più in voga da molti lustri.

Il 21 Marzo del 1947 un anonimo telefona alla polizia: dalla casa dei Collyer proviene un olezzo nauseabondo, molto probabilmente perché lì dentro c’è un cadavere in avanzato stato di decomposizione. Gli uomini inviati a controllare la situazione non riescono ad entrare: tutti gli ingressi sono sbarrati dalle ormai note pile di roba erette “a protezione” dell’abitazione. Soltanto dopo circa quattro ore un agente riesce scavare un varco passando da una finestra dell’ultimo piano. Ne esce sconvolto: in casa c’è un cadavere che giace su una poltrona logora. Per far entrare il medico legale, i poliziotti sono costretti a spostare una piccola parte degli oggetti dei Collyer in strada, attirando un’enorme folla di curiosi. Il cadavere viene identificato: è Homer. E’ morto di inedia da circa dieci ore. Non c’è alcuna traccia di Langley. Si attende che il fratello minore torni a casa, ma dopo altre 24 ore di assenza si decide di svuotare completamente l’abitazione. Soltanto dal piano terra vengono portate via diciannove tonnellate di vecchi oggetti e rifiuti di ogni tipo. Dopo circa venti giorni di pulizie e “spostamenti” spunta fuori Langley: è morto anche lui. Il suo cadavere è sempre stato a circa tre metri da quello di suo fratello, sepolto sotto un cumulo di giornali, valigie e carabattole. Rientrando in casa attraverso un cunicolo, il più giovane dei Collyer è rimasto vittima di una delle sue stesse trappole, che lo ha imprigionato senza lasciargli alcuno scampo, fino all’inevitabile decesso. Homer, paralitico e non vedente e quindi incapace di aiutare Langley, non ha potuto far altro che aspettare a sua volta una atroce morte, giunta a causa della prolungata mancanza di cibo ed acqua. Il medico legale stabilisce che il povero infermo sia morto ben dodici giorni dopo rispetto al fratello minore. Il cadavere di Langley, già in avanzato stato di putrefazione, ha diverse parti mancanti, palesemente rosicchiate dagli innumerevoli topi che trovano da anni in quel postaccio infernale il luogo ideale per proliferare.

Gli oggetti ritrovati nella casa dei Collyer sono i più disparati: un pianoforte, tappeti, diversi metri di stoffe di svariate tipologie, attrezzature chirurgiche di ogni genere, parti di automobili, organi umani conservati sotto formalina in dei vasetti di vetro (molto probabilmente usati dal defunto padre per motivi di lavoro), tettucci di carrozze, orologi a pendolo, passeggini, centinaia di bottiglie e lattine vuote, circa 25.000 libri, gabbiette per uccelli, quadri, stracci, pistole, candelabri, la mascella di un cavallo, migliaia di fotografie, vecchi materassi, motori, uno scheletro umano mai identificato (forse un ladro deceduto dopo essere rimasto imprigionato sotto una delle trappole di Langley), otto gatti vivi, fisarmoniche, biciclette arrugginite, busti in gesso, cibo marcio, un grammofono, escrementi animali, decine di dischi, manichini, quintali di giornali (alcuni risalenti anche a decenni prima) e tanto altro ancora, per un totale di oltre 100 tonnellate di oggetti malmessi, paccottiglia e rifiuti.

Parte degli averi dei Collyer finirà distrutta, altre cose verranno donate a dei musei. La poltrona su cui è morto Homer diventa subito un oggetto di culto tra i collezionisti di roba stramba. Passerà di mano in mano sino a finire, a quanto si sa, in possesso di una donna residente in Florida. La casa, praticamente inagibile, finisce demolita. Al suo posto, nel 1962, viene eretto un parco alla memoria, il Collyer Brothers Park. La disposofobia, cioè il disturbo ossessivo-compulsivo di accumulare un numero spropositato di cianfrusaglie, oggi viene anche detta sindrome dei fratelli Collyer. (Il Messicano)

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