Avere vent’anni: SKYFORGER – Latviešu Strēlnieki

Latviešu Strēlnieki è il secondo disco degli Skyforger e parla del corpo dei fucilieri formatisi nel 1915, durante l’epoca zarista, quando il concetto di nazione lettone ancora non esisteva. Fu proprio il desiderio di autoaffermazione lettone e il successo del popolo baltico nel riuscire a respingere le truppe prussiane dirette verso Riga che spinsero dal basso la creazione di un battaglione composto interamente di soli soldati lettoni, i fucilieri giustappunto.

Dopo avere prestato giuramento allo zar di Russia ed essersi arruolato volontariamente nell’esercito, il popolo dovette scontrarsi ben presto con la realtà di una guerra orribile, giocata in trincea al fianco di un esercito male organizzato e guidato dal polso tutt’altro che fermo dei generali russi. Ciò non impedì all’esercito lettone di distinguersi per eroismo e coraggio, tanto da guadagnarsi il pieno rispetto dell’esercito zarista e, in seguito, anche dello stesso Lenin.

Esemplificativi gli episodi della battaglia della palude di Tirelis, dove oltre tremila uomini persero la vita, o di quella dell’Isola della Morte, chiamata così dagli stessi fucilieri per la sua posizione particolarmente importante e allo stesso tempo pericolosa. Di fatto l’isola rappresentava la principale roccaforte di difesa di un ponte strategico sulla Draugava che andava difeso ad ogni costo, era difficilmente supportabile da unità fresche e approvvigionamenti e ovviamente al centro del mirino dell’esercito prussiano. La battaglia fu piuttosto sanguinosa e si protrasse per oltre un anno. Vista la resistenza opposta dai battaglioni, nonostante la pioggia di fuoco scatenata dall’artiglieria, l’esercito prussiano decise di impiegare il gas fosgene. All’arrivo dei contingenti di supporto il mattino dopo l’attacco chimico, lo scenario era apocalittico: un sottile strato di polvere verde aveva ricoperto tutto, la vegetazione e gli animali erano morti e i soldati agonizzavano a terra in preda alle convulsioni. Nonostante ciò, grazie alle poche risorse disponibili e ad una tenacia fuori dal comune, i fucilieri resistettero fino all’estate del 1917, quando l’esercito zarista fu disperso dalle lotte interne della rivoluzione bolscevica. L’agognato riconoscimento dello stato di Nazione la Lettonia lo ottenne solo nel 1991, ma penso che lo spirito di questa storia risieda proprio in quella volontà di affermazione sublimata nel sacrificio per la difesa della propria terra con le proprie mani.

Concettualmente l’album è molto candido, e rappresenta pienamente il gruppo nella sua fase iniziale: il suono è inusuale e personale, secco, senza tante armonizzazioni o stratificazioni, tanto che è difficile accostarli a qualcuno in particolare. D’altro canto bisogna ammettere il suo essere esaltante nella passione con cui descrive battaglie ed eventi; non chiedetemi il dettaglio lirico, perché il lettone non lo conosco e Google mi dà solo un blando aiuto nel ricostruirne la poetica, che quindi a me risulta preclusa – escludendo però i riff che riescono a trasmettere questa sensazione in maniera più che efficace. Nonostante il disco appartenga a quel filone pagan a noi tanto caro, il disco è sorprendentemente scevro di zufoli e strumenti strani, relegando tali strumenti a brevi attimi, interludi o introduzioni e cedendo completamente il passo alle chitarre la parte del leone, o meglio del fucile e anche della baionetta, per farsi largo nel racconto.

Del resto gli strumenti folklorici sono spesso utilizzati dai nostri per dipingere un’epica distante, quasi romantica, ma non c’è molto romanticismo a cui appellarsi quando ci si riferisce a uno scenario bellico come quello del ‘15-’18. Per questo motivo le melodie più dolci che erano più presenti nel demo, e in misura già minore nel precedente Kauja pie Saules, sono qui ancora più sottomesse, per quanto i chitarroni e i ritmi martellanti fossero da sempre una loro costante. Se vogliamo il registro qui è più monocorde, ma quella sensazione di epica e rispetto nei confronti dei connazionali caduti per quel sentimento di nascente patria riesce in qualche modo a mantenermi incollato e ad apprezzarne l’intento. Si tratta certamente di un disco particolare, come unica è la parte iniziale di carriera degli Skyforger, forse non per tutti e sicuramente non seminale se consideriamo quel che è venuto dopo, ma se provate un minimo fascino per i concetti di epica, di storia e di resistenza, non potrete non apprezzare la riscoperta di questo disco, per poi iniziare nuovamente la carica a testa bassa. (Maurizio Diaz)

One comment

  • c’era un disco degli skyforger che mi passarono eoni fa e che mi piacque molto…ma non ricordo minimamente quale sia…forse il primo poichè mi ricordo che c’era una componente Folk molto ben sviluppata. Peccato non averli approfonditi, ma minchia non si riesce a star dietro a tutto. 🙂

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