Ridateci il Commodore 64: HAKEN – Virus

C’ero rimasto malissimo all’epoca di Vektor, non perché fosse un brutto disco ma perché mi puzzava a tratti di inutile operazione che ammiccava a determinate mode che personalmente non gradisco. Con Affinity pensavo di aver trovato il mio nuovo gruppo preferito, in quanto in esso gli Haken mischiavano in modo assolutamente originale il prog metal, mia vecchia passione lungamente sopita a causa della ripetitività e della deriva ultratecnica onanistica e ammorbante che aveva preso il genere da quando i Dream Theater avevano iniziato a fare schifo, con l’elettronica anni ’80, in linea con la personale fissa per la synthwave e tutto il carrozzone immaginario alla Commodore 64/Rocky IV, e con una propensione alla melodia e al tirare fuori dei pezzi della madonna senza mai cadere nei facilissimi trappoloni del citazionismo fine a sé stesso e dell’autocompiacimento, il tutto portato avanti con questa disarmante estetica da nerd. Era tutto troppo bello per essere vero. È normale che uno ci resti male. The Mountain, a sua volta, pescava da sonorità settantiane ma era ancora più affetto di Vektor dalla paraculaggine, e poi, diciamola tutta, era proprio un polpettone indigeribile.

haken-virus-2020

Per paraculaggine intendo la, a mio parere, totale inutilità di rompere la forma canzone con inserti jazz e rumorini del cazzo che qualche saputello potrà trovare anche molto intelligenti, che invece a me fanno solo saltare i nervi. L’unico, gigantesco, insormontabile, insopprimibile problema di Vektor era l’essere paraculo oltre il livello di sopportazione. Il prog degli Haken riusciva (e riesce ancora, attenzione) allo stesso tempo ad essere tecnico e catchy: in questo risiede tutta la loro grandezza. Un miracolo di equilibrismo. Resto ancora un po’ su Vektor perché personalmente ne ho dei giudizi controversi. The Good Doctor. Bene, questa, al netto dei suddetti insertini easy jazz o salcazzo che troviamo a un certo punto, è uno dei loro pezzi migliori, c’è poco da dire. Cosa similare si potrebbe affermare per la prima metà di Puzzle Box, veramente molto riuscita, peccato che si perde per un paio di minuti in un cazzeggio di scorreggine da aperitivo lounge bar che mandano in orgasmo i fighetti da rischiare di fargli cadere su quei pantaloni, coi risvoltini così a la page, quel cocktail con le olivette così buoni che sono soliti suggere inzuppandoci dentro quei baffetti a manubrio così ben curati; il pezzo finisce in un modo stupendo. Posso bestemmiare? Ah, non posso? Segue Veil, un brano allo stesso tempo melodico e potente, che trasuda tutta la loro caratteristica malinconia, con un ritornello irresistibile e un bel passaggio prog vecchia scuola. Come al solito, dopo un cinque/sei minuti di heavy metal coi controcazzi, i nostri si perdono di nuovo e io non me ne capacitavo e mi chiedevo per quale motivo avevano ceduto a una cosa del genere se non per debolezza e/o venire incontro a qualche moda del piffero. È con Host e le sue trombette che viene fuori il fastidio vero. Il brano di chiusura riassume un po’ tutte le contraddizioni del disco: bella melodia piaciona, tecnica sopraffina, mancanza di un carattere definito. Mi si dirà che questi inserimenti jazzati li hanno sempre fatti, è la loro cifra, pare che sia così e che me ne debba fare una ragione. Sarà ma alla fine resta un discreto amaro in bocca. Quell’equilibrio, capace di rendere facile la complessità, era saltato completamente con Vektor: il precedente osava dove questo e gli altri album che lo avevano preceduto non lo facevano, era innovativo nel suo ripescare dagli anni ’80 e, soprattutto, aveva un carattere ben definito. Badate bene, infilare alla vigliacca uno o due passaggini alla Radiohead e il rumorino fighetto non vuol dire osare.

invasion

Arrivo a Virus. Se ne parla come della continuazione naturale di Vektor e dal punto di vista di un approccio complessivo più morbido sarei anche d’accordo. In Virus ho ritrovato il piacere dell’ascolto (anche delle melodie pop-rock di Canary Yellow) e, sebbene non ancora del tutto scevro della sovrastruttura di cui ho abbondantemente parlato (i.e. la birbantella The Sect e la lagna Only Stars), mi sento di dargli un giudizio positivo, principalmente rispetto ai primi cinque brani che separano un immaginario lato A dalla altalenante suite Messiah Complex. Qualitativamente siamo ancora lontani dalle parti del “disco nerd” ma sicuramente ho imparato ad essere più tollerante nei loro confronti, come a far pace con quella che sembra essere la cifra di questi signori e devo ammettere che un brano oggettivamente da brividi come The Strain, ma anche uno stramboide bolero come Invasion, mi fanno dimenticare gli aspetti negativi. Si è finalmente capito, dunque, che se gli Haken nascevano come una cosa un po’ confusa e pazzerella, con Affinity hanno iniziato una evoluzione che punta alla scorrevolezza e al buon gusto, hanno subito un mezzo passo indietro con Vektor e un successivo parziale aggiustamento con Virus. Mi auguro che vogliano sfrondare ulteriormente per riallinearsi su quei registri che me li avevano fatti amare. (Charles)

2 commenti

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...