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Avere vent’anni: PYOGENESIS – Mono… or Will It Ever Be the Way It Used to Be

29 novembre 2018

In anni in cui gli ascolti in qualche misura determinavano come persona dall’interno di un contesto (scolastico, sociale), seguire e amare i Pyogenesis era un biglietto per l’emarginazione a vita senza passare dal via. Partiti come gruppaccio gothic metal con violini e doppia voce soprano-orco quando i contorni del concetto stesso di gothic metal erano in via di definizione, deviano presto verso territori sconosciuti con l’ostico, respingente, a tratti indigeribile Sweet X-Rated Nothings: qualche colpo di genio affogato in un oceano di prolisso ciarpame strano, testi sgrammaticati da preadolescente represso, potenziali hit single che finiscono a schifio in sette secondi, grugniti orrendi, spari nel buio in ogni direzione tra Sisters Of Mercy e GG Allin – più tutto quel che sta in mezzo – sopra ogni cosa un pezzo-capolavoro nonostante tutto (It’s on me). Svoltano – si fa di dire – con Twinaleblood, disco della vita per quattro disperati (tra cui il qui presente) dove è letteralmente impossibile capire cosa stia succedendo, una serie infinita numerata di bordate psichiche dal carico emotivo quasi sempre insostenibile.

Dentro c’è più o meno qualsiasi cosa gli anni ’90 fino ad allora avessero prodotto – death metal, grunge, dark bipolare alla Cure di Wish con ancora più contaminazioni, Danzig solista dei primi quattro, Alice In Chains, Green Day con altre droghe in corpo, ciarpame “alternative” che solo in Germania, i Sisters Of Mercy dei brani belli di Vision Thing, Leonard Cohen di The Future, la qualunque – rimasticata, digerita e processata nel segno un’oscurità di fondo che sa svelarsi abissale. Roba pericolosa, lacerante, impossibile da raccontare: nessun precedente, niente che anche solo lontanamente si avvicini. There is no long countdown, there is no backup: now or never, here it comes, recita robotica una voce carpita chissà dove prima che si abbatta tra capo e collo la prima delle quindici di una scaletta inimitabile, irripetuta. In pochi hanno colto, almeno qui: non ho incontrato un’altra persona che ascoltasse – che conoscesse – i Pyogenesis fino al 2002. Negli anni formativi, contro un plotone di ghettoblaster con Smashing Pumpkins e Nirvana (solo “Smells like teen spirit” naturalmente) parati a tutta birra, i Pyogenesis non potevano vincere, pacifico. Così per anni sono stati il mio segreto, ho continuato ad ascoltarli sapendo di essere solo in questa cosa. A volte ancora oggi mi chiedo se i Pyogenesis in Italia abbiano mai significato qualcosa per qualcuno, a parte me. Dopo Twinaleblood è stato comunque un inesorabile ridiscendere nelle viscere dell’underground che tuttora non finisce, continuando a crederci ancora oggi.

Per Unpop avevano chiaramente inciso in fretta e furia qualunque cosa attraversasse le loro teste, risultato un disco irrisolto, maniera educata per dire na cagata farsesca con il pezzo migliore piazzato per primo, il resto colpi a vuoto che a volte in qualche modo arrivano pure a sfiorare il bersaglio. Per Mono è l’esatto opposto: restano soltanto i Green Day e qualche gruppo Lookout stile Mr. T Experience come influenza, deformati dai trascorsi metal incancellabili, occasionalmente qualche beat jungle alla cazzo; melodie caramellose da diabete fulminante, Flo Schwarz che nelle interviste cita gli Husker Du come influenza primaria (je piacerebbe), pezzi raramente sopra i tre minuti, non un attimo di tregua. Viene fuori una mina inesplosa dal cattivo gusto che può essere solo tedesco, che arriva in più momenti a sfiorare il sublime.

Ogni canzone un potenziale hit single in qualche paese della Baviera o altro equivalente non-luogo dove chiunque crede che gli americani si esprimano in questo modo, parlino e si comportino così, ascoltino questa musica che chiaramente esiste soltanto dentro la testa di Schwarz e soci (i quali molleranno immediatamente dopo l’uscita). Una roba fuori da ogni immaginabile contesto, in uno spaziotempo parallelo dove l’orrido diventa un vestito nuovo che per qualche momento calza alla perfezione, il tatuaggio da nascondere, il dettaglio che in qualche modo distorto ci rappresenta – nel pieno di una sbornia o sotto l’effetto di qualche droga, quando riemerge la vera essenza che di solito mascheriamo per vergogna. È (anche) questo che siamo, è come dire la verità su se stessi senza sentirsi perduti. Un disco importantissimo per pochissimi stronzi sparsi in giro per il mondo, pura spazzatura che accidentalmente entra da un orecchio ed esce dall’altro per gli ascoltatori casuali (se ne esistono).

Parte spensierato come una gita fuori porta in decapottabile come nel casereccio video del primo singolo Drive me down, desiderio malriposto di viaggiare in prima, destinati al fallimento per trascorsi, provenienza geografica, target a cui ambiscono – i metallari, come del resto chiunque altro, non possono che schifare questa roba, per mille motivi, tutti giusti: puro principio, non è il tempo né il luogo, totale mancanza di punti di riferimento. Sono laceranti canzoni pop che nei primi nove pezzi tentano invano di imbucarsi a una festa dove sta la bella gente: i ritornelli, le schitarrate, i testi, tentativi maldestri di mascherare l’abissale tristezza di cui sono intrise, qualche indizio ogni tanto – Sarà mai com’era? (I don’t know la laconica risposta); Would you take, cantata dal futuro vocalist dei Liquido, la temibile avvisaglia di quel che verrà dopo – per poi cedere definitivamente, inesorabilmente sul finale, una tripletta da mandare al tappeto Mike Tyson se a Mike Tyson interessassero canzonacce struggenti da far salire la glicemia sopra i 185.

My Saline eyes, I remember, In spite of, il minutaggio si alza, viene meno l’autocontrollo, la catena scende: tre diverse declinazioni di rapporti sentimentali finiti a schifio – nel primo sembrerebbe ci sia di mezzo una tipa morta – con annessa coda dolorosissima che può protrarsi per secoli a venire. Come pochissimi altri sono stati capaci di sintetizzare (nel mio: Magnetic Fields, Another Sunny Day, fine della lista), certo nessuno con lo stesso pessimo gusto che sa essere solo ed esclusivamente germanico, perché non esiste al mondo musica intrinsecamente più brutta che qui, il Triangolo delle Bermude della musica di merda. A chiudere, una rilettura di Africa dei Toto stile Millencolin dei derelitti con innesti jungle e synth spaziali: basta la parola.

Due terzi del gruppo svolteranno nel giro di qualche mese con Narcotic, hit planetaria incisa a nome Liquido, lasciando il solo Schwarz per lustri a mangiarsi il fegato per un treno perso su cui manco è stato invitato a salire dall’inizio. Mono ancora oggi una perla da conquistare scavando tra tonnellate di ciarpame, che dal ciarpame trae linfa vitale per generare momenti di una bellezza stordente, a tratti inesprimibile a parole. Non arriva a tutti, al contrario: bisogna abbassare le difese e lasciarsi andare senza riserve all’orrido senza ritorno per saperla cogliere. Bisogna essere molto forti per amare questo disco; mi perdonerà Pier Paolo, bisogna avere (come minimo) buone gambe e una resistenza fuori dal comune.

Come Same Difference esce a novembre, fuori tempo massimo per le playlist di fine anno, dunque disco invisibile per scelta; come Same Difference, tra i migliori dischi mai usciti in assoluto per quel che mi riguarda.
(Matteo Cortesi)

7 commenti leave one →
  1. Fanta permalink
    29 novembre 2018 14:21

    Credo di essere uno dei pochi imbecilli che prima di Sweet X si è accaparrato nientepopodimenoche il mini Waves of Erotasia. Chiaramente sulla scia del primo album, che per l’epoca come giustamente sottolinei era quasi un prodotto precursore di un genere.
    Che cazzo vi devo dire, mi piacevano pure nella loro sconclusionatezza post esordio. Perché i Pyogenesis sono come l’amico sfigato d’infanzia con cui sei cresciuto. Ci metti meno di zero a misconoscerlo agli occhi della comitiva con la gente figa di quando sei più grande. Quello? No, chi cazzo lo conosce (terrone maledetto)? Poi invece lo sai benissimo che è stato il cestino della tua spazzatura, nonchè lo specchio della parte più autentica della tua identità piena di storture e fragilità. Resta sempre il primo al quale hai aperto una finestra sul tuo mondo interno, anche se non lo hai fatto per condividere, ma solo per sentirti meglio di chi ti sta di fronte…

    Li ho abbandonati, i Pyogenesis, dopo il disco del 95 con la copertina anni 50. Avevano perso l’ingenuità, così come me…Non saranno mai una di quelle band che riascolto con nostalgia comunque. È scabroso tornare ad essere sconclusionati quando credi di essere diventato diverso. Credi…

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    • Andrea permalink
      29 novembre 2018 18:51

      Da “Waves of erotasia” fantastica “Trought the flames “!!!

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  2. hieiolo permalink
    29 novembre 2018 16:52

    Ma si scherza davvero?! ma cosa era Twinaleblood? ai tempi mi lascio’ scioccato… Gia’ la copertina in cartoncino con l’immagine che sembrava presa da un fumetto noir non aiutava a dare una direzione a quello che era presente nel disco. C’era di tutto e tutto emozionante. La sola UNDEAD iniziale vale una carriera intera, con quel cambio di tempo a metà canzone ed il ritornello PERFETTO.
    Capolavoro immortale. Quanto mi mancano dischi cosi’.

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  3. hieiolo permalink
    29 novembre 2018 17:00

    p.s per Matteo Cortesi, anche per me i Pyogenesis sono stati una perla, comprai il disco dopo la recensione su Metal Shock e me ne innamorai. Cercai anche di diffondere il verbo di Twinaleblood ovunque, purtroppo senza grandi riscontri. Loro insieme ai misconosciutissimi GUNJAH ( chi icorda l’enorme HEREDITY??) sono stati un mio giovanile ed ardente amore!

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  4. 30 novembre 2018 00:03

    Quante cose da dire…
    Li scoprii con Twinaleblood, capolavoro imperituro, vastissimo, unico: un vanto nel mio curriculum di ascoltatore, una medaglia da appuntarsi al petto ed esibire con orgoglio.
    Di Waves e X-Rated comprai la ristampa: erano molto più avanti di tanti clonazzi coevi.
    Unpop è tutto un WTF, da prendere così com’è, ma la sola Blue Smiley’s Plan vale mille discografie altrui.
    Mono è un perfetto, impeccabile monumento di pop-rock, i pezzi agrodolci corrodono il miocardio, la cover di Africa è meglio dell’originale.
    Inutile dire che li seguo tutt’ora. L’eclettismo ondivago di Flo Schwarz ha un che di eroico.
    Mi brucia non averli mai visti dal vivo, ma nel 2005 al Live di Trezzo sull’Adda i Liquido hanno spaventato tutte le ragazzine suonando “Underneath Orion’s Sword”. Tim continuava a ripetere: “È da qui che veniamo. È da qui che veniamo”. Metallaro una volta, metallaro per sempre.

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  5. rabe permalink
    30 novembre 2018 05:14

    Twinaleblood disco della vita.
    Mono, bah…

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  6. 30 novembre 2018 19:06

    Cosa mi avete fatto scoprire!

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