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HUNGRY LIKE RAKOVITZ – The Cross Is Not Enough (Grindpromotion/ Shove/ Blasphemy)

14 maggio 2013

Hungry-Like-Rakovitz-The-Cross-Is-Not-EnoughMi piacciono questi bergamaschi. Mi accorsi della loro esistenza solo con la pubblicazione dello split con gli O (Circular Sign, va bene) e siamo praticamente a poco più di due anni fa, credo. Sul loro bandcamp mi procurai anche il loro primo disco (Holymosh), praticamente un esordio del tipo più classico per una band che in fondo si nutre di underground e mi immagino ogni volta attenda non so quante risposte in merito al master che inviano a chi dovrà poi coprodurre un futuro disco, con tutto lo strascico di patimenti e attese. Il pane quotidiano per quel tipo di band italiane, la classica sfilza di sfighe.

La band suona strana anche se, di fatto, è come se aggiornasse costantemente un modulo espressivo se non vecchio, almeno ben saldo e coerente. Un tipo di suono che ha precedenti illustri in band sdoganatissime presso l’utenza metallara, quella che ci mette sempre due-tre dischi prima di iniziare ad ancheggiare sulle basi di Converge o Coalesce. Ma lì è diverso perché tante cose concorrono poi a creare il momento giusto per la celebrazione di un trend, che si tratti di un passaggio strategico e fortuito di una band ad un’etichetta che domina la scena (o “piscia nel mainstream”, come recita il motto della Relapse), o di un incontro spontaneo di fattori che portano naturale successo ad un pugno di band ancora implumi. Il risultato è del tipo: i tuoi amici vanno a vedere la gente che vola mentre i Converge spaccano il Leoncavallo e tu, appena un anno dopo, li vedi in un club un tantino più “giusto”. Siamo lì, insomma, ma qualcosa è cambiato per te, per i fan, per la band, per tutti. E poi si arriva al 2012 e a dischi belli, intensi e tutto, ma però

Ecco, con tutto che la band bergamasca è naturalmente vicina a certe sonorità hardcore-metal note (Converge), meno note (Deadguy, ma non solo), forse grind e magari l’ombra del già sentito può minacciare l’ascoltatore durante lo scorrimento del disco, non ho nessuna intenzione di scagliare attacchi alla purezza della band. Per due motivi molto semplici. Il primo è che il disco è sinceramente molto bello e, foste anche dei metallari lontani da questo genere di sonorità, anche efficace. Il secondo è che il gioco di influenze della band si scarica tutto in un disco in cui non è tanto la strizzata d’occhio a reggere l‘intera struttura, quanto la piena consapevolezza della band di essere parte di una realtà. Una volta lì nel mezzo, che tu resti a pigliare quello che passa o ti godi l’apparente staticità dell’occhio del ciclone, sei sempre lì. Un discorso alternativo non riesco a farlo, purtroppo.

Veniamo in concreto al disco. Diciannove belle schegge registrate e mixate da Riccardo Pasini (Ephel Duath, The Secret, Ufomammut, The End Of 6000 Years…) dal taglio a metà strada tra le ritmiche veloci ma sostenute del miglior hardcore metal moderno (o meno), e l’intelaiatura schizoide che ricorda i Pig Destroyer. A questi associo anche l’estrema espressività e radicalità della voce di Rubens, i cui assalti smentiscono tutto l’umano troppo umano di band come i Converge. Anche perché qui, volendo, siamo dalle parti di quelle band dai titoli chilometrici, dell’ironia che nel grindcore sta prendendo il sopravvento sulla critica sociale, per così dire, anche se alla velocità del grind la band risponde quasi sempre col suo groove assassino.

E che siano nel giusto ce lo conferma pure la deriva autolesionista e dissoluta di quella brutale verità del grindcore. È proprio qui che approdiamo, ai Brutal Truth, e non solo per certe affinità musicali o vocali. Qualcosa lascia trasparire che nel tripudio di dissimulata demenza (ve li ricordate gli Orange Man Theory?) non tutti possano sopravvivere,  a parte la band di Kevin Sharp e pochi altre tra le quali, forse anche gli HLR. Non da gregari, magari neanche da maestri ma ci sono e colpiscono duro, come dovrebbe fare ogni band il cui sangue e sudore parla più di ogni albero genealogico o gioco di influenze. E perciò speriamo che, al pari dei Brutal Truth, la deriva più consona a questa band sia quella che, come avviene in questo disco, faccia della loro identità musicale il frutto di questi anni di incontro e osmosi tra generi.

Grind, durezze crust, schegge black, ritmi vagamente riconducibili a certo math. Tanti epiteti che, in verità, muoiono nel caos di un disco che è prima di tutto fisico e umorale.

Sono bravi, sono tosti, sono ironici. Soprattutto, come dicevo, sono parte di quella brutale verità oggi sempre più difficile da decifrare.

Ottimo lavoro.

3 commenti leave one →
  1. Sbemberebem permalink
    15 maggio 2013 19:59

    Mi fa piacere veder parlare di gruppi underground ma in alcuni passaggi e frasi della recensione ho trovato una ridondanza e un giro di parole che non facevano capire che cazzo si voleva dire…..può darsi che sia una mia impressione, però mi andava di dirlo. Grazie comunque per avermi fatto scopire questa band, davvero ottima

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