Live Report – KATATONIA (Roma, 25 marzo, Alpheus)

Che i Katatonia non siano esattamente una live band non lo scopriamo certo oggi, c’è comunque da dire che la’act svedese qualche progresso anche da questo punto di vista l’ha fatto, dando vita ad uno show romano molto “sentito” e coinvolgente. Dopo essermi perso i Long Distance Calling (e non credo mi suiciderò per questo) mi accingo con un po’ di preoccupazione a sorbirmi gli Swallow The Sun, memore di un loro live ad un Wacken di due anni fa dove il sottoscritto s’era addormentato con una birra in mano intorno a metà concerto. Le cose ovviamente non sono cambiate per nulla, i sei finlandesi prendono posizione sul palco e non si muoveranno di un centimetro per tutta la durata dello show, proponendo il loro doom/death melodico ricercato che può essere anche intrigante all’inizio ma dopo un po’ ti fa due coglioni grossi come una casa (aggiungiamoci anche il fatto che gli ultimi due lavori mi sono piaciuti poco o nulla). Idoli della serata il tastierista headbanger, che non ha smesso un attimo di scapocciare su e giù con la testa (scapocciare cosa poi non si sa, considerando anche il fatto che non si sentiva una cazzo di nota dal suo strumento) e il singer Mikko Kotamaki, che visto il vestiario (con tanto di foulard e slip di Dolce e Gabbana in bella vista) più che un finlandese depresso sembrava un pariolino appena uscito dal Piper. Dopo 45 minuti interminabili gli Swallow The Sun si levano dalle palle e l’attesa per i Katatonia (con un bassista e un chitarrista nuovi al posto dei dimissionari fratelli Norrman) comincia a salire. Alle 22 e.30 in punto si spengono le luci e la band parte subito in quarta con “Forsaker”, opener del nuovissimo “Night Is The New Day” che ho cominciato ad apprezzare dopo qualche iniziale perplessità. La band sembra in ottima forma, Jonas Renkse è sempre più grasso ma sembra essere in serata con la voce, aiutato anche da Anders Nystrom presente con le backing vocals come mai era stato in precedenza. La scaletta ovviamente privilegia l’ultimo lavoro, ma a farla da padrone sono anche “The Great Cold Distance” e “Viva Emptiness” (con un’esecuzione di “Omerta” da pelle d’oca), lasciando poco spazio al materiale precedente. C’è anche da dire che la quasi maggior parte del pubblico si esalta unicamente con i brani dei suddetti dischi, con un pizzico di rammarico per quei pochi presenti che come me seguono gli svedesi sin dagli esordi.

Verso la fine dello show comunque c’è anche spazio per vecchie perle come “For My Demons” e la splendida “Saw You Drown” (suonata per la prima volta live), nonostante tre metallini brufolosi rigorosamente con maglietta degli Opeth si siano guardati strano durante l’esecuzione del suddetto brano, caratterizzato da un sound così diverso che evidentemente ha interrotto le loro disquisizioni filosofiche sulle similitudini tra Katatonia e Opeth, con le quali hanno triturato in continuazione i coglioni a me e agli altri sfortunati vicino… La voglia di mollare una pizza in faccia a uno a caso di ‘sti soggetti devo ammettere che è stata molta. Nel frattempo lo show volgeva al termine, e dopo una brevissima pausa era già il momento del bis con “Leaders” e “Disposession”, anche se almeno una “Murder” in onore dei vecchi tempi andata poteva anche suonarla… Evidentemente Jonas Renkse non gliela fa proprio più a cantare in growl. Pazienza, in finale comunque una bella serata, saluto l’onnipresente Ciccio Russo e l’ottimo Fabio Stancati e me ne ritorno nella mia grim car con Falkenbach a palla verso casa. (Michele Romani)

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