La lista della spesa di Griffar: DEMONCY, GEISTAZ’IKA, WIERDE
Come promesso, arriva l’ultimo capitolo riferito alle uscite del 2023. Non ce ne saranno altri, quello che è stato è stato: se di qualcosa non ho parlato è perché me lo sono perso o perché non ho avuto tempo e modo di approfondirne l’ascolto. Il 2023 è alle spalle, d’ora innanzi si parlerà del 2024 e già vi anticipo che ci sono diverse bombette in arrivo su queste pagine. Via, si va.
Dal remoto Enthroned is the Night del 2012 sono passati undici anni e nonostante tutto sono tornati i DEMONCY. Gruppo storico e ultra-culto della primissima scena black metal americana, attivo dal lontanissimo 1989, in teoria non avrebbe bisogno di presentazioni. Quindi non ne scrivo. Per loro questo è il quinto album appena, poi ci sono i vecchi demo e qualche altra cosa (Empire of the Fallen Angel per esempio è uscito in due versioni, la prima nel 2003 e una completamente riregistrata con brani in più nel 2015), ma la prolificità di svariati gruppi dei tempi odierni è proprio in un universo parallelo. Sono passati undici anni e non è cambiato niente, il black metal rozzo, primordiale e minimale che ne ha sempre contraddistinto la carriera è rimasto velenoso come sempre. Del resto questa è stata sempre una peculiarità del black americano, specialmente di quello più underground: suonato con un approccio terra-terra, con attitudine quasi death metal per certi versi, si è sempre discostato dall’impostazione europea, decisamente più melodica e atmosferica, preferendo situazioni più occulte, fortemente demoniache, più oscure, più claustrofobiche e sostanzialmente antimelodiche.
I sei brani che troviamo nel nuovo Black Star Gnosis sono perfettamente allineati a questo modo di concepire il black metal, con il classico tremolo picking fiondato a velocità quasi sempre elevate, molto più intenzionato a suscitare nell’ascoltatore rabbia antireligiosa e furia iconoclasta piuttosto che deliziarlo con soavi melodie; per quello esistono migliaia di altri gruppi che – ne sono certo – ai Demoncy stanno fortemente sulle palle. Il fatto che i pezzi siano tutti impostati nello stesso modo rende il disco quasi ritualistico, un sermone d’odio per il Bene e viceversa l’esaltazione del Male più pura. Dico sei brani anche se nominalmente sono nove: Across the Setian Planes, Syzygy of Unholy Trinity e Occultation of Typhon sono lunghi episodi di effetti oscuri e seriamente demoniaci, che hanno il ruolo di apertura, intermezzo e chiusura dell’opera trasportando l’ascoltatore nel regno dell’empietà e del terrore. Questo è black primordiale, storico e datato concettualmente finché si vuole ma, quando si parla di autentico black metal, è a questo tipo di dischi cui bisogna riferirsi. Per nostalgici ma non solo, il CD è fuori per Dark Descent records.
Midnatsbøn ved djævelens port è il titolo del secondo album dei grandiosi blackster danesi GEISTAZ’IKA, già autori cinque anni fa del sorprendentemente bello Trolddomssejd i Skovens Dybe Kedel, un fulmine a ciel sereno visto che fu il loro esordio assoluto. Per quanto possibile, nel frattempo sono addirittura migliorati. I brani sono nuovamente quattro (più la classica intro, assai breve), tre dei quali di minutaggi importanti: Med korstegn og grådkvalt fad è di nove minuti esatti, Bestænkt af syndens vievand tredici abbondanti, l’apoteosi finale Fortabt moribund ne dura venti – e sono venti minuti e quattro secondi di brividi assoluti.
Le composizioni sono estremamente cangianti, tendenzialmente assai veloci, ma il variare tra situazioni più turbinose e sezioni di pura atmosfera, romanticismo quasi dolce (mai stucchevole, siatene certi) e momenti davvero emozionanti è praticamente continuo, e questo garantisce all’ascoltatore che nulla gli verrà mai a tedio, pur di fronte a brani davvero molto lunghi. Le sfumature sono innumerevoli, tutte pregevoli, studiate nei dettagli e arrangiate con una sapienza fuori dal comune, con padronanza degli strumenti eccellente e una registrazione perfetta anche per quanto riguarda la scelta dei suoni, che a me ricordano tanto Nemesis Divina. Un’altra autentica perla offertaci nell’anno ormai passato, mi stupisce non averlo trovato nelle playlist delle ‘zine più concentrate sul settore black, ma può darsi sia dovuto al fatto che è uscito a metà dicembre. È un disco splendido, non perdetevelo. In digitale e versioni fisiche per la Signal Rex, etichetta portoghese che non ne sbaglia una che sia una.
Infine il più datato, che risale a maggio. Parlo di Thiusa Hem, l’album d’esordio degli olandesi WIERDE. Dico album perché 7 brani per quasi 44 minuti di musica quello sono, e vaffanculo a chi dice demo, EP e stronzate simili. Ora mi sono rotto le palle, il formato di un disco lo decido io e se gli altri non sono d’accordo si fottano. Vi piacciono gruppi come Windir, Storm, primi Kampfar, i primi due dischi degli Enslaved? I Wierde fanno per voi, sono l’esatto mix di queste quattro entità congelate nel tempo. Esatto è il termine più appropriato: nelle loro composizioni affiorano ora l’uno ora l’altro senza che nessuno prevalga. Il risultato è roba da urlo e da ammirazione perpetua.
Onore a loro per aver avuto il coraggio di tentare un mischione di musica irripetibile composta da gente che aveva qualche dono soprannaturale in grado di tradursi in capolavori pazzeschi: questo progetto riprende tutti loro e ne fa una summa (cum laude). Possiamo anche dire che non inventano nulla e avremmo anche ragione, ma io continuo imperterrito a dire che, se il livello di chi copia (o si presume che copi) è questo, datemene pure uno al giorno. Non mi metto a citarvi brani o a dirvi che ci sono passaggi che fanno venire le lacrime agli occhi, vi raccomando solo: andate ad ascoltarvelo. Mi ringrazierete. In digitale o cassetta per Chronos Defied records. (Griffar)




Geistaz’ika veramente bravi, materiale molto ispirato. Mi piace il modo in cui alternano momenti “liturgici” con keys e tappeti di cori ad altri più folkeggianti con inserti di chitarra acustica, e senza mai perdere l’organicità del pezzo. Notevoli.
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