Avere vent’anni: SUPERJOINT RITUAL – A Lethal Dose of American Hatred

Vent’anni fa la carriera di Phil Anselmo non sembrava allo sfascio totale. I Pantera, al contrario, erano stati sciolti dai fratelli Abbott in piena primavera; loro da una parte, Rex Brown e Phil Anselmo dall’altra, quest’ultimo accusato di qualunque cosa si potesse accusare un essere umano. Accertato che fosse uno stronzo con cui poter far combriccola a periodi parecchio alterni, Phil Anselmo godeva dei frutti del secondo album dei Down, che non era Nola ma era comunque bellissimo, e della sua tutt’altro che nuova band, i Superjoint Ritual.

I Superjoint Ritual erano stati concepiti a inizio anni Novanta, più o meno in concomitanza con l’inizio della perdita della voce da parte dell’affezionatissimo. Sembravano una sorta di assicurazione sulla carriera, messi così. Non incisero niente fino a metà decennio, quando, fra un The Great Southern Trendkill e un’overdose, Phil Anselmo trovò il tempo e le forze d’incidere un paio di demo con loro. Scoppiati nuovamente i bubboni in casa Pantera, venne alla luce il primo disco, Use Once and Destroy. Il nome l’avevano preso, pensate un po’, dai Darkthrone, che in The Pagan Winter avevano asserito che Gather on the highest mountain – united by hatred – the final superjoint ritual. I Darkthrone hanno sempre fatto questo genere di affermazioni sopraffine, ognuna delle quali meriterebbe una telefonata a Fenriz e a Nocturno Culto per chiedergli se si possa farci un gruppo così chiamato. Tipo Bombastic Necrohell su Weakling Avenger.

A Lethal Dose of American Hatred è un bel disco, l’ultimo momento florido della carriera di Phil Anselmo nello stesso istante in cui i fratelli Abbott riorganizzavano le idee per forgiare qualcosa che ben presto – e per poco – avremmo tastato con mano. Ribadisco per coloro che si sono persi qualcosa: oltre a Phil Anselmo qua dentro c’era Jimmy Bower, uno che ha inciso album come Broken Glass e Odd Fellows Rest con i Crowbar, più ogni cosa a nome Eyehategod e Down. In più momenti della carriera ha alternato il ruolo di batterista a quello di chitarrista. Nei Superjoint Ritual suonava appunto la chitarra.

C’è anche Hank Williams III al basso, altro fedelissimo di Phil Anselmo data la collaborazione negli Arson Anthem, nei quali però suonava la batteria: tutti polistrumentisti. Hank Williams è un nome che vi dirà certamente qualcosa, essendo stato un noto musicista country originario dell’Alabama. Il bassista dei Superjoint Ritual altri non era che suo nipote, e figlio dell’altresì noto Hank Williams Jr. Portava un cappello da cowboy in ogni foto promozionale e con certezza lo sta portando anche adesso, mentre compra il giornale.

Chiudo con la parentesi biografica e passo direttamente ai pezzi, che sono l’equivalente di una mina Claymore attivata addosso. Waiting for the Turning Point è una delle migliori cose incise da Phil Anselmo dopo i Pantera. The Destruction of a Person una voragine doom metal con un’esaltante prestazione del frontman culminante in quei Trust me! ripetuti con lo stesso odio grondante da una This Love. Eccellente l’accelerazione finale alla Black Sabbath, uno dei tanti sali e scendi che in questo album alterneranno hardcore a momenti ai limiti del doom. Dress Like a Target dall’hardcore arriva a sfiorare il death metal in un riff; The Horror è un minuto di musica di un’intensità unica. Absorbed una chiusura composta da cinque minuti da godere in religioso silenzio.

All’epoca accolsi l’album in maniera un po’ fredda, forse perché la ferita era così aperta da non comprendere come fossimo passati da Reinventing the Steel, e gli ultimi e tutt’altro che esaltanti concerti dei Pantera, alla loro prematura scomparsa. Non si dava inoltre per scontato che chiunque al momento di sciogliersi si sarebbe un giorno riformato, tanto meno il destino riguardante Dimebag Darrell circa diciotto mesi più tardi.

A Lethal Dose of American Hatred a vent’anni di distanza è un ascolto piacevole e vario, intenso, firma di un autore che aveva esaurito la credibilità delle proprie corde vocali ma non certamente la benzina e la capacità di sentirsi, nonostante tutto, ancora sulla cresta dell’onda. (Marco Belardi)

2 commenti

  • Avatar di fabio rossi

    Band massacrata da commenti negativi, tali da convincermi a non seguirli più.Ho scoperto di recente che hanno fatto un terzo album.

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  • Avatar di SHOW

    discone secondo me, molto vicino ad un certo tipo di hardcore.
    carino il secondo, inutile ma non dannoso il terzo, preso in vinile all’uscita!

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